Elite Suicide Culture

Full Moon

Maggio 25, 2009 · Lascia un Commento

- E stai dormendo?

– Si cazzo sto dormendo. Sto dormendo da 4 ore, con l’assorbente che è ovunque tranne dove dovrebbe essere, sto dormendo con un’idiota di ragazzina che assilla cercando compagnia.

- Ma E ho il telefono scarico e non posso chiamare nessuno.

L allora fa una cosa…

Sto guidando da 7 ore su una strada provinciale. Ci siamo io, la mia ragazza E, ed una ragazzina che abbiamo raccattato per strada la settimana scorsa in un pub di Amsterdam. L.

L’orologio della macchina lampeggia in verde 23.45. L’aria della Spagna è calda e le mie cuffie stanno urlando gli ACDC come per salvarmi dalle sronzate delle due ragazze. Siamo partiti 2 settimane fa da Berlino. Avevamo 20 grammi di hashish e 15 di erba. Sacchi a pelo, tende e due casse di becks. Io ed E, la nostra prova generale di viaggio di nozze. Come scenografia l’Europa senza contorni della nostra immaginazione.

- Togliti le cuffie D.

Mi giro guardano E distrutta dal viaggio. I capelli sporchi, occhiaie profonde. Il piercing al setto che ha infiammato un po’ la pelle e la rende lievemente strabica. Alzo il volume e continuo a guidare. Direzione Madrid. E si gira dall’altra e continua a dormire. L senza farsi vedere da E mi accarezza la nuca attraverso l’appoggia testa della macchina. Mi eccito lievemente ma continuo a guidare. Mi accendo una sigaretta e continuo a guidare, mentre L intreccia le dita tra i miei capelli. Ha le dita stranamente calde, piccole e con unghie curate. Ha il suo zaino, la sua roba, non è un peso. Anzi prima che riprenda la sua strada, arrivati a Madrid, non mi dispiacerebbe farci due salti. Non so nemmeno quanti ne abbia. 18 se sono fortunato. Per il passaggio ci ha regalato 20 grammi di ottimo superskunk e 6 pastiglie di ecstasy. E non era molto contenta all’inizio, gelosa e seccata, ma quando si è resa conto che ci serviva qualche rifornimento per la festa a cui siamo diretti, ha accettato volentieri. Almeno credo.

Fra meno di mezz’ora dovremmo arrivare. Apro il finestrino e un’onda di vento mi avvolge la faccia, spettinandomi e facendomi lacrimare gli occhi. La luna è immensa nel cielo grigio. E tutto il resto, al suo cospetto sembra scomparire. Lasciando solo il vincolo che ci lega. Ma forse è solo la cannabis. Mi incanto a guardarla, quasi esco dalla carreggiata.

- D dove cazzo vai? Se non riesci piu a guidare ci fermiamo!

Cerco di concentrarmi sulla strada, ma la linea tratteggiata che scompare sotto le ruote continua a catturare la mia attenzione, vado talmente forte che sembra continua. Forse ho fumato davvero troppo. Accosto, ho bisogno di uscire e camminare un po’. Appena fermi ci catapultiamo tutti e tre fuori dalla macchina, che iniziava a diventare davvero troppo stretta.

E mi si avvicina, vuole un abbraccio e un po’ di tenerezza, alla fine è il nostro viaggio. La prendo tra le braccia e la stringo. Lo sguardo vola, incrocio quello di L che mi fissa e sorride ammiccante. Mi sciolgo dalla stretta di quel corpo e rimonto in macchina.

- Sei sicuro di voler già ripartire?

Ripartiamo, voglio scappare dai suoi occhi, occhi che mi conoscono, occhi che non lasciano margine di incertezza nella recitazione. E. I suoi sbalzi di umore, la sua schiena, il suo tatuaggio, le mie mani sui fianchi. Brucia. Cosi chiara da poterle guardare attraverso la pelle trasparente, denti e unghie bianchissimi, occhi eterei, i capelli corvini a contrasto.Urla. Delusa per un abbraccio senza intensità, ferita per la mancanza di slancio in un rocambolesco tentativo di tenerezza. Mi da le spalle e continua a dormire. I suoi occhi sono aperti. Basterebbe un piccolissimo gesto, la mano che dal cambio si posi sulla coscia per rassicurarla. Il mio sguardo torna alla luna. Mi perdo di nuovo e quel gesto diventa una fatica insopportabile. Continuo a guidare.

Era maggio, avevamo appena finito di fare l’amore o avevamo appena finito di scopare, quando non puoi fare a meno di toccarla ma non ditoccarla e basta. Prenderla, farle male con mani, denti braccia e corpo. Quando non c’è tenerezza, solo il desiderio del suo corpo. Sfiniti e appagati dalla semplicità di uno stupro reciproco, abbiamo deciso di partire. L’idea è stata sua. Potremmo fare un viaggio noi due. Non chiede, non dice, lei suggerisce. E io mi lascio suggerire. Non so perchè abbia accettato e non so neanche se esista un motivo per cui avrei dovuto dirle di no, semplicemente non ci ho pensato. Ho annuito e mi sono perso nei suoi capelli, ferormoni e capelli.

Cazzo. Riprendo il controllo della macchina dopo la parentesi harmony del mio sogno in autostrada. Quanto ho dormito? Mi giro verso E, ma sembra non aver notato nulla. Sta dormendo esattamente come L, stessa posizione, le mani strette tra le cosce, la testa ripiegata sulla spalla. 10 anni di più e la consapevolezza che la sua esistenza non le possa garantire che una macchina di merda e una casa in periferia. Rifugiarsi nella contestazione per assimilare la propria incapacità ad adattarsi. Noi non ci abbiamo nemmeno provato. Abbiamo trasformato l’insofferenza nei confronti del mondo in rifuto distruttivo di noi stessi, alla ricerca di qualcosa al di fuori.

Guardo E. Balliamo baby, ma prendi questo, tutto è meglio. E quando torni sono badilate sui denti. L invece, si vuole solo divertire. Forse ha appena finito il liceo, comincierà l’università. La metterà nel culo a tutti noi. O forse semplicemente è il down nella cananbis che sta svanendo.

Arrivato allo svincolo -12km. Madrid. Mi fermo e leggo le indicazioni del messaggio che mi ha mandato J due giorni fa. Le indicazioni della location del Rave. Psytrance per noi sta volta. Drum and bass nei momenti di relax. Zona chill out. Sesso, ketamina, gabber hardcore, psytrance, hardstyle, DnB, EbM, Lsd, Mdma, psilobicina. Lsa, benzodiazepine. E poi ci lamentiamo anche se gli spacciatori tagliano male la merda che fumiamo, inaliamo, mangiamo, diluiamo, polverizziamo, sminuziamo, nascondiamo in sacchetti di plastica sotto vuoto, iniettiamo, e fra un paio d’anni, sono sicuro, assumeremo in supposte o collirio ad assorbimento istantaneo. Come se fossimo tutti laureati in chimica. Vaffanculo. Seguo le spiegazioni di J e dopo 20 minuti mi ritrovo in un campo di terra battuta ai margini meridionali della periferia di Madrid. Un cartello sul lato della strada, scritto a pennarello nero su carta verde mi dice che la festa è domani notte. Che i cessi chimici dovrebbero arrivare in giornata. Di montare la tenda nella parte a sinistra della strada, lasciare la macchina a destra, seguendo le linee. Di camminare 4km lungo la strada per trovare il palco. Penso che in un posto del genere ci si possa anche morire. Per fortuna abbiamo ancora una cassa di birra ed un po’ di cibo in scatola per non diventare cadaveri.

Parcheggio e sveglio le bimbe. Montare la tenda è un bordello. Probabilmente mangiare uno yoghurt dal vasetto senza mani sarebbe lievemente più facile. Le mie accompagnatrici mi osservano, davvero brave a guardare. Sarà il sonno, sarà la fatica, ma mi stanno davvero girando i coglioni. Finisco di montare una tenda grande come il bagagliaio della macchina. Ci sistemiamo dando una parvenza di ordine alle nostre cose nel tentativo inutile di ricreare un’atmosfera familiare, intima. Non ci servirà a niente questo posto. Non servirà ad un cazzo se non a farci perdere del tempo domani, eppure siamo qui tutti e tre nel tentativo di sentirci a casa, anche solo per una notte di passaggio come questa.

E che sistema le sue e le mie cose, quasi fosse una brava moglie in vacanza, le scorte da una parte. La stupidità e la necessità di volersi sentire al proprio posto dall’altra. Ci siamo appena sistemati e mi chiama J. Gli do qualche indicazione su come raggiungerci perche il posto è davvero dispersivo. Un quarto d’ora e arriva. Me l’ha presentato E una decina d’anni fa, la nostra relazione è qualcosa di ben piu vicino a un’amicizia di quanto lo possa essere il rapporto che c’è tra lui ed E, ma a sentire lei hanno un rapporto davvero “speciale”.

J è il mio amico, lo sai, l’unico che si possa davvero considerare tale.

Ed in quanto tale gode di eclatanti manifestazioni di affetto. Ora ha la mia ragazza completamente avvinghiata al suo corpo, le gambe di lei a stringere la sua vita. Non posso frenare un moto di gelosia e istintivamente mi avvicino ad L che sta guardando la scena al mio fianco. Le cingo le spalle con un braccio e prendo una birra. Appena E torna su questo mondo, si volta e mi vede. E’ un po’ come se mi vedessi con i suoi occhi. Un vecchio fattone abbracciato a una ragazzina soltanto perche la sua ragazza ha salutato a un vecchio amico. Mi lancia un’occhiata sprezzante, probabilmente in questo momento le faccio pena. Fanculo.

Mi allonatano da L ma non riesco a trattenere lo sguardo di E. J inizia a parlare con E, scherzando e ridendo, come se io non ci fossi. Non ho voglia di starli a sentire, prendo un’altra birra e mi allontano, ho bisogno di fare due passi. La Luna sembra una voragine enorme nella notte, un buco infinito dai cui margini cola lenta una luce grigia. Cupa. E’ la Luna più grossa che io abbia mai visto. La birra calda scivola in gola ritmicamente, non ho sete, è solo gestualità. Solo un altro tentativo di smorzare lo stress, di comprimere il mondo impossibile che ci circonda in abitudini comprensibili.

Mi accendo una sigaretta e continuo a camminare. Tiro, bevo, cammino. Bevo, cammino, tiro. Infilo le cuffie. INXS. Just keep walking.

Green fields Grass
and earth Broken bottles
Bricks and dirt
Sunshine soothing
Clouds are hazy
Dark street corners
Feeling lazy
Fast car driving
Sleek and modern
Public transit
Photos waiting
Blood and glass
Three points of rain
Carpet lining Seats reclining
Clever words on smooth tongue talking
Shove it brother
Just keep walking.

La strada sterrata sembra essere infinita. Nel prato a lato e davanti a me ci sono centinaia di ragazzi. Parlano di altre feste, di droghe, di viaggi. E mi sento come il riflesso sfuocato nello sfondo di una fotografia che non viene incollata negli album. Sono il residuo polveroso della generazione che ha iniziato tutto questo. Ma in fondo ci credevo e quello che sono diventato lo devo anche a questa vita. Gente interessante, gente che esplora, curiosa, persone buone. In mdma sono tutti buoni e socievoli. Non importa. Sarà probabilmente il mio ultimo evento, non ho più l’età per tutto questo. Facciamo che divertirci di brutto.

Sono a circa metà strada e il vento mi porta i primi rumori delle casse, le luci. Le voci. Finisco la birra e la butto a terra, non voglio pensare ad E. L mi ha seguito per tutto il tempo. Si è tenuta distante aspettando che facessi io la prima mossa. Ma l’unica mossa che vorrei fare con lei sarebbe una catastrofe. E lascio perdere. Un banchetto al mio fianco mi offre a poco della ketamina, delle amfetamine. Delle palline di coca, afgano, ganja, charas e qualche funghetto. Mi fermo a pensare ed L mi si avvicina.

- Ehy D, cosa prendi per stasera? Se sei incazzato ti sconsiglio i funghi, bad trip e quelle cazzate lì. Io non li ho mai provati ma ho un’amica che ad Amster…

E’ un discorso che abbiamo affrontato tutti almeno una volta. Non mi interessa. Le dico che gli allucinogeni mi fanno cagare, che la vita è già abbastanza assurda così com’è. Mi prendo un’ anfe sola, 12euro. La prendo perchè ho un sonno fottuto. La spezzo in due e la butto giu con il fondo della birra che L mi porge. Butto di nuovo a terra.

– E l’altra metà?

Le lascio la mezza pastiglia e lei mi ringrazia baciandomi il collo. Si infila veloce sotto il mio mento. La lascio fare per un po’, cerca complicità. E io cerco di bloccare l’erezione. La allontano. Le chiedo sorridendo di che cazzo si sia fatta.

- Cazzo è da quando siamo partiti che ci sto provando! Fanculo.

Abbassa la testa tra l’imbarazzato e la malizia. Nabokov. Poi si volta verso lo spaccino.

– E tu che cazzo hai da ascoltare? Trovatene un’altra.

Si stringe alla mia maglietta.

- D, per favore, non dirmi che non ti piacrebbe. Un po’ di novità non ti…

Sorride

- D sono vergine, e tu mi sembri, uhm, “in gamba”.

Dio cristo, potrebbe essere mia figlia. Sono il riflesso lucente del mio Ego divino e del peccato. Un Ego pesantissimo infinito ed incontrollabile, lei una statuina di cristallo tra le mie mani. La guardo un attimo. E’ davvero bella. Le dico di lasciarmi perdere, conosce la situazione, la distruggerei. Ma… La bacio, dicendole di andare a divertirsi.

E’ come se il sangue mi si fosse coagulato alla bocca dello stomaco. Lei si gira e scappa piangendo.

- Potevi fermarmi prima, potevi dirmi qualcosa. Invece di farmi intendere tutto l’opposto. Fanculo D, vaffanculo.

Corre verso la musica. Corre verso una marea di gente che salta e si accorge del proprio vicino perchè spinta dall’Ex socializzerebbe anche con un cane rabbioso. L’umanità che raschia il fondo per cercare ancora qualcosa di giusto, nel barile della storia. La luna è immobile, vibra soltanto l’aria che mi circonda, che mi avvolge. La luna. L’amfetamina sta facendo effetto, sono disinibito e non ho più sonno. Solo un po’. Decido di tornare indietro, di tornare da E. La amo. Penso al passato insieme. Le fughe da casa, le birre, il sesso di nascosto. Le conversazioni infinite in notte senza luna sui gradini della metro. Quando non ci importava del futuro, quando pensavamo di poter vivere senza responsabilità. Quando gli unici doveri erano salvare la terra dall’ignoranza, dall’inquinamento e dal fascismo. Ed ora il presente fagocitato nel tentativo di renderci “normali”. Pensando il tempo si accorcia, le distanze si accorciano. Sembra di camminare meno, più in fretta. O forse è solo la pastiglia. Just keep walking.

Ritorno velocemente alla tenda e sento E ridere.

- Piantala J dai che qui avevo messo tutto a posto.

E esce dalla tenda. Vedo i suoi capelli neri sporgere sopra il nylon scosso. Mi avvicino chiamandola. Sorrido e le chiedo scusa, per prima. Si volta di scatto, come se non mi stesse aspettando.

- Ehy! Stavamo solo, non preoccuparti, voglio dire, non è nulla, era che…

Giro intorno alla tenda e vedo E senza reggiseno, con un braccio si copre i capezzoli, con l’altra si tiene su i pantaloni senza cintura. E’ spettinata, forse molto più figa del solito. Il fascino dell’eccitazione nuova, dell’ego nutrito. Ma non reisco a vederla. E’ una figura senza occhi che mi sussurra rabbia, possessività, violenza. Il fotogramma del mio cuore mostra segni evidenti di fratture trasversali da raffreddamento, con esplosione di cristalli di angoscia. Lacerazioni alla bocca dello stomaco. Un morso stretto alla gola. Vi state divertendo vedo, buttando giù la saliva come schegge di vetro per l’esofago.

D davvero, stavo solo cercando di far vedere a J.

Dico a J di rimanere dentro la tenda, per il suo bene. Interrompo la frase idiota di E. So cosa voleva fargli vedere, urlo sputando gli stessi frammenti. Doppio sanguinamento. Ci guardiamo in silenzio per alcuni attimi. Respiro forte. Penso che E debba trovarsi una nuova macchina e una nuova tenda. Le grido ancora in faccia. Io vado a ballare, ci rivediamo domani mattina qui. Con la tenda impacchettata a fianco della macchina. Se vuole lasciare la tenda senza farsi trovare è anche meglio. Buona serata. Mi allontano veloce, svuotando la testa, svuotando gli occhi dalle lacrime. Mi viene da vomitare, mi gira la testa. Forse è l’anfetamina, ma forse no. Un passo dopo l’altro, compro una birra. Ho ancora 60 euro nel portafoglio. Non bastano per tornare a casa, devo ritirare, domani.

Cerco L, non ho voglia di pensare alle conseguenze. Non mi importa. Ho solo voglia di reclamare e colmare le ferite. Sono lo psicodramma televisivo della mia serata di addio alle feste. La musica si alza sempre più forte, è un pezzo degli Infected Mushrooms. Dicono che abbia il migliore build up della musica contemporanea. Mai capito che cazzo voglia dire. Mi verrebbe voglia di tornare indietro, di riprendermi E. Sono sicuro che non si parleranno più. O forse si metteranno insieme. Lo avevano già fatto prima di stasera? La loro sintonia. Non importa. Non importa un cazzo. Siamo soli, Io, la Luna e l’aria che ci avvolge.

Arrivo nella radura in cui hanno montato il palco e l’impianto. Devono essere più di 10000 Watt. Ci saranno circa 600 persone che ballano e saltano a 30 centimentri dalle casse. Psycho a 160bpm.

Tiro giù un sorso di birra e mi accendo una sigaretta. Apro gli occhi per sezionare la folla. Cercare L, cercare la rivincita sulla sofferenza. Passano circa 10minuti, spezzati da venditori di rifornimenti vari e “socializzatori” dell’ Ex. Decido di allontanarmi, di andare ad ascoltare la musica un po’ più in là, di addormentarmi magari appoggiato ad un albero con una canna. Sciogliere l’effetto della robaccia chimica e far scivolare tutto un po’ più in la. Almeno per stasera, e forse domani ancora. Esco dal gruppo. La canzone mi accompagna, mi da un po’ di carica, muovo un po’ le braccia a tempo. Faccio due salti in circolo. Vedo un albero completamente isolato dagli altri, fronde abbastanza rade da lasciare spazio al cielo. Perfetto. Mi sdraio. Prendo un po’ del fumo di L e faccio su. Non c’è troppa gente intorno, non dovrebbero rompermi i coglioni. Accendo e aspiro a lungo, come se dovessi aspirare tutta la schifezza e il dolore. tutto dentro di me, lontano dai miei occhi. La boccata di fumo bianco mi avvolge la fronte, il naso, copre tutta la visuale di dolcezza acre.

– Ciao D, tutto bene?

L è per mano ad un tipo coi capelli verdi. Rasati ai lati. Deve essere di qua, Italiano forse. Mi saluta con un pessimo accento inglese. Non sono mai stato così in alto, rispondo. Lei è ubriaca fradicia. Chiedo loro se vogliono fermarsi a fare due tiri. E poi due salti con L.

– No Grazie! Abbiamo già fumato.

Scoppia a ridere biascicando ad una frase sussurrata da lui nell’orecchio.

– Adesso vado a fumarmi il tu…

Si interrompe ridendo ad un piccolo schiaffo sul sedere. Rido anch’io, rigurgitando pezzi di vetro. Sputacchiando qua e la le stronzate sulla verginità, auguro loro una buona serata. Allontanandosi lui le chiede se io sia suo padre.

– Buona notte D.

Dovrebbe essere uno di quei momenti in cui guardandosi intorno, la voglia di vivere svanisce, lasciando il posto allo sconforto. Ed invece è l’opposto. Comincio a non mettere bene a fuoco le cose e mi gira la testa. Respiro profondo per riprendermi. Rido, i muscoli delle guance tirano la bocca fino al proprio limite. Sto guardando tutto dalla poltrona davanti al televisore. In fondo la mia vita ha una bella trama, bel montaggio. E’ intensa, è variegata, felicità e sofferenze, il troppo e il troppo poco. Il nulla. Mi gira la testa e le parole si cominciano a confondere col sogno. Mi sto addormentando, il portafoglio, non me ne frega un cazzo. Il cellulare, neanche. Questa Luna Piena mi sta guardando, e spero che abbia anche lei, la forza di ridere.

Mi sveglio con la bocca sporca di terriccio, impastata di vomito. Ho una sete infinita. Il sole è ancora basso. La musica continua a suonare e ho un gran mal di stomaco. Ho fame. Il check up completo dei sensi. Sbadiglio, mi viene in mente E. Lo stomaco si contorce su se stesso. Penso ad L, mi viene da vomitare. Sono nel pieno della fiction e non posso più sedermi in poltrona. Portafoglio e cellulare al loro posto. 60euro ancora, non bastano. No, Cellulare al proprio posto.

Due nuovi messaggi.

Apri.

La tenda è piegata sotto alla macchina, io vado via con J. Mi dispiace, ma questo viaggio di prova non ha funzionato e lo sai anche tu. Divertiti e fatti sentire se non sei troppo incazzato con me

Vaffanculo

Ciao D, sono L. Mi servirebbe un passaggio x tornare indietro. Ti aspetto alla makkina. Ps. Avrei davvero preferito farlo cn te.

Vaffanculo.

Infilo le cuffie e cammino verso la macchina. Anne Clark. Non esiste un cazzo.

…the man in the moon
is watching you
and me
and everything we do
life on mars
a stairway to the stars
cheap flights
fast food
flash cars
worlds collide
states divide
choose your site
land slides
a 3rd walk from the sun
it’s only just begun
for you
and me
and everyon.

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Coltrane, del sushi e il nulla.

Aprile 2, 2009 · 2 Commenti

False le nubi storte nel cielo,

il sole codardo sanguina solo.

Tempesta idiota e sbronza

di un Aprile vuoto e stronzo

si atteggia da protagonista

sul palcoscenico vuoto.

Piove fino,

fino all’orlo

di un vetro annacquando il vino

che di per se faceva schifo,

ma per brasare questo nulla

è rispettabile invitato. Impunito.

Il rotolare invano e catodico

sul divano, ha un che di metodico.

Marziale, sincornico e contemporaneo.

Sbirciare la luna di straforo

tra le finzioni nubereccie

è invece dello strampalato, stralunato.

E quindi in mezzo,

nel mezzo di tempesta e sole emorragico

tra il borghese ed il tragico,

nel mezzo di un mazzo tra jack e re

aspettandoTi, donna di fiori,

tra un sushi neorealista, una pizza, ed il concerto jazz.

E nel bel mezzo della jam,

fumo la pipa sul terrazzo.

perchè a me Coltrane,

non piace tanto.

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Fondo Tinta

Febbraio 18, 2009 · 1 Commento

Dove cerchi
i cerchi senza colore
che chiudono
gli archi di cielo
nel buio,
che celano le
coltri di silenzio
di echi e di lacrime
di voci cattive.

Se poi li cerchi
davvero e non
ti accontenti
di occhi occhiati
dai solchi di coca (il cd non lo fai suonare?).
Ti copri di capelli
che celano i vuoti
dei corpi scoperti
da altri vuoti.

Sono sopra e sotto
e di soppiatto spiovono
di stravento da scroci di estasi,
dallo scrosciare dello sciacquone,
lo sciabordio degli stronzi.
Sublimare e riempire
le narici e le gote
della propria carne,
e di fondo tinta
Nina Ricci, Sheer Shade Foundation.
Numero 2.

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Vita [vae victis]

Dicembre 18, 2008 · 1 Commento

Vomito versi verdicci,
veritieri, volontari, volentrosi.
Viatici vinerecci vanno
verso vitigni vacui.

Vattene vile versatore
verme vigliacco, vai via!

Vogliamo vita vera,
vita vana viviamo
volontariamente, vantandocene.

[E] Voi, vettori vacui,
vedete valori vetrificati,
vuoti vanitosi.

Votate vacche vigorose
vene vilipese veleni venduti
via vaglia.
Vedremo
vinti
vincitori, veti.

[E] Volate volatili
violate voliere
via,
verticali volando
venti volte veloce.

Vogliatemi vicino
vortice verticale,
vana volontà, vaniloquio
vasto vuoto veloce.

Vittima. Vocalizzo
versi vomitati, verbi violenti.
Viso velato.
Varco veduto.
Verità.

[Il vanadio è l'elemento chimico di numero atomico 23. Il suo simbolo è V. È un elemento raro, tenero e duttile, che si trova sotto forma di composto in certi minerali. Si usa soprattutto in metallurgia, per la produzione di leghe.]

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Il primo o il terzo comandamento

Dicembre 18, 2008 · Lascia un Commento

Salto, giro e cerco
il meglio. A scrivere
finchè la penna non si usura.
L’ebreo ed il suo peccato.

Scrivo, giro e calli-grafo.
La pagina mia beve versi,
vuole che altro Moet le versi,
ed io, di drink, ne conosco diversi.
E non è
così vero che fan bene
al poeta,
ch’anch’egli sbocca
e perde la penna.

Così lego, trigo e m’ingegno.
Con un legaccino
annodo una cocca,
dalla penna al taschino,
così posso bere
ed esplorare i nuovi drink,
senza che ciò
noccia al poeta.

Perdendo la punta,
nel water di notte
in rigurgito vermiglio di botte,
lambrusco e pasta all’uovo.

Perchè è la prima legge dello scrittore,
“la pagina prossima non offendere”
lasciandola asciutta.
dunque offri un “che” da bere
dopo che hai per primo attinto
dall’ultimo bicchiere.

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Pipe e velocipedi

Dicembre 18, 2008 · Lascia un Commento

Velocipede

Sono errori
mosche si appiccicano
al sudore della schiena.
Ed io cavallo a
sventolare ciglia e
occhi sempre più aperti.
Come cacciandole ma
non riesco perchè
non posso imparare
dalle mosche né
dagli errori.

E mi piago e puzzo,
poi mi piego
dal peso che i peggiori
sbagli mi porto.
Sulla schiena.
Più sono più
è difficile, sherpa,
liberarsi dall’oltraggiosa fatica.

Aprimi gli occhi,
con le parole, con i gesti,
perchè no con la fica.

Perchè da solo riesco
a camminare, la fuga,
sai, è mia amica.

Ma se mi volto, a fianco,
i volti a terra voltati
rivoltati dal nulla,
mi lasciano indietro.
Allora non guardo, ch’è meglio,
così non mi accorgo,
degli altri
che si lasciano mosche alle spalle.
I loro paradisi di vetro.

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Il lato Oscuro

Novembre 3, 2008 · Lascia un Commento

Dark Side of the Moon

Dark Side of the Moon

No. A me non piace.
Il buio.
Quel buio che non sai
dove mettere i piedi.
E se sei fermo
e ti siedi
non senti dove siedi
e né vedi
dove li hai messi
i piedi.

Ma tu mi sussurri
furba
di spegnere la luce,
così è intrigante, dici.
Ma io penso e son sicuro,
che tu voglia
immaginare
di far quel che facciamo
con tutti e con nessuno.

Tu da sola,
e il piacere che scivola
dal buio.

Io che salto, che sollevo,
che sudo e che mi alleno,
io che mi rimbocco le maniche
che sotto e sopra e poi dietro,
e intorno,
faccio tanto lavoro
per poco nulla.

Ma ti frego.
Io ti immagino Sasha Grey, così
nel buio
fantastico un po’,
nell’iperuranio pornografico.
Ma no.

No perchè,
poi ricordo,
che sono lì per te,
mica per la Grey,
ma per gl’ occhi
i tuoi nei miei
che nel buio puoi cercare
finché vuoi,
ma la luce,
la luce dopo la riaccendi.
Ed è mio il petto
a cui ti avvinghi.

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Filippo Bellissima – Predicatore

Novembre 3, 2008 · Lascia un Commento

GLI ITALIANI SE LA PRENDONO
CON I GOVERNI ANZICHÈ COL PAPA
CHE È UN IGNORANTE IMBATTIBILE vediamo come:

1) Non sa cos’è l’amore!

2) Non sa cos’è la Fede!

3) Non sa come nasce la pace in famiglia e nelle società!

4) Non sa come nasce la libertà!

5) Non sa come nasce l’occupazione! Eppure è solo l’occupazione a rendere libero e felice l’uomo, non le religioni!!!!

6)Non sa che l’uomo è ricco sfondato economicamente!

7) Non sa come si chiudono le carceri per qualunque reato!

8) Si è fissato con la parola di Dio inventata dal pecoraro Abramo!

9) Ho scoperto pure che i popoli non capiscono la lingua che parlano e quindi anche il Papa non capisce la lingua che parla. I miei scritti non li capisce nessuno non superficialmente.

10) Ho scoperto anche la bibbia, I Vangeli, gli Atti degli Apostoli dicono che il nemico dell’uomo è un altro uomo, anzichè l’ignoranza che ho risolto. Filosofia, Teologia, il Papa, sostengono che la cattiveria è dentro l’uomo! Per questo motivo il Papa offende l’uomo accusandolo di essere peccatore senza chiedersi la causa, che è fondamentale! Secondo questi ignoranti, l’umanità deve convivere con le carceri, con le guerre e con le religioni!!

11)Per non appesantire il cervello basta tenere a mente che l’umanità non sa come nasce la pace nella famiglia e nelle società e di averlo risolto. Per saperne di più bisogna parlare pubblicamente, non a tu per tu.

12)E’ SUFFICIENTE QUESTO per dimostrare che il Papa è un ignorante imbattibile! Così anche l’umanità, che si è schiavizzata alle religioni.

Livorno- Mirabella Imbaaccari, 28 Agosto 2008.

(Un plauso personale a Filippo Bellissima che si è premurato di stampare questo opuscolo e di distribuirlo a pochi eletti alle porte dell’università. Grazie da tutti coloro che hanno assistito ai suoi comizi è hanno capito che il Papa è un ignorante Imbattibile. http://perlacrunadiunego.blogspot.com/2007/09/archivio-bellissima.html Per far sapere ai Toscani che Filippo è stato anche a Torino)


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Distropia #1

Ottobre 28, 2008 · 1 Commento

 Christus Hypercubus

Christus Hypercubus

Accendo la televisione e metto a fuoco all’infinito.

“Gli Angeli padroni della mia vita, hanno stabilito che è giunto il momento in cui l’umanità possa conoscere il nome del Messia: Il mio Nome, il nome di colui che porrà fine all’attuale Era per cominciare la “Nuova Era”.
Sono molti anni che si parla della nuova età, della second new age, dell’ età dell’Acquario. Sono molti anni che sedicenti Messia proclamano l’avvento di un nuovo ordine del mondo.
Sono molti anni che si presta attenzione a piccoli fatti sperando che da essi possa sorgere la nuova alba della storia umana.
Ma tutto quello che è apparso finora è solo un brusio, un rumore di fondo voluto dagli Angeli, miei padroni, per non far sentire la vera voce del Messia, fino a quando i tempi non fossero divenuti maturi.
E quest’era fulgida l’ho sempre temuta, l’ho sempre evitata nel pensiero disperatamente: ho sempre saputo di essere il Messia, sin dall’età di otto anni, ma ho sempre rifiutato tale ruolo, perché il Messia è solo una vittima sacrificale.
Purtroppo la pazienza degli Angeli miei padroni è finita: ora mi hanno costretto a rivelare la mia posizione nella presente umanità.
Per me comincia il tempo della fine e non mi resta che sperare nella loro pietà.”

Ecco qui un nuovo messia. E’ il terzo stronzo in due anni che è riuscito a sfondare la barriera televisiva e autoproclamarsi “mandato dal signore”, Quelli prima di lui hanno avuto almeno il buon gusto di “volare basso”. Ma l’ossessione messianica è uno degli effetti collaterlai a bassa percentuale degli antipsicotici. Curare male un male con un male diverso.

Sono il numero 7G-NC-56. E’ il mio nome, è il mio indirizzo, il numero di telefono, la targa del mio mezzo, il mio conto bancario, username di tutti gli account online.
Dicono che nel 3012 finirà il mondo, secondo un calendario Maya misdatato di mille anni mancherebbero 3 anni al conto alla rovescia. Stiamo tutti preparando i fuochi d’artificio. I neocattolici vedono l’arrivo di Satana e del terzo Cristo, dopo le comparsate di 3000 e 700 anni fa. I cattolici del primo per la seconda volta. Gli Ebrei del primo. I Cattoislamici prevedono l’arrivo del secondo messaggiero di Allah dopo la comparsata. I Buddisti se ne fregano, tanto tutto ritorna. I Neobuddisti sono talmente presi dalle loro meditazioni Worldwide in interconnessione sotto effetto di droghe sintetiche, che non si accorgeranno di un cazzo. Loro hanno già raggiunto l’illuminazione allo Xeno.

Suona il campanello. E’ Bud. Tutto ciò che nel nostro mondo ha un nome appartiene ad una delle “subunità del multigoverno“. Un modo fantasioso per descrivire la mafia legalizzata che ci governa. La grande Lobby nobiliare delle multinazionali militarizzate di trecento anni fa. Viviamo in un romanzo di Orwell senza le telecamere, se ci s’intende di paleoletteratura.
Alcolici, sigarette, medicine, armi, mezzi di trasporto e fonti di energia esistono davvero. Tutto il resto è smaterializzato in un numero. “Bud”, anche se più simile ad un pacchetto di sigarette inzuppato nel Whiskey che ad un uomo, è in realtà un mio ex compagno di formazione. Il nome è preso in prestito dalla birra.

Bud entra nei miei luminosissimi 35mq. Come tutti vivo in un appartamento a costo “quasizero”. Nel senso che dovremmo avere autosufficienza energetica, alimentare e la quasi gratuità delle connessioni informatiche. In realtà mi rompo il culo tutti i giorni per pagare le bollette al monopolista di turno. Effettivamente ci i vuole una certa qual abilità di analisi e valutazione, per gestire l’unica impresa al mondo che produce antidepressivi e pillole contro il cancro. Bisogna sapere esattamente quanto può essere stretto il cappio senza uccidere la popolazione. Un torturatore cinese massivo, in sostanza.

“Fanculo Lucky” mi chiama come le sigarette che fuma lui. “Hai sentito l’intervista al nuovo Messia?” Annuisco con la testa mentre mi apro una birra e mi lancio sul divano Ikea. “Mi sono guardato tutto il discorso, ma non ho capito un cazzo di quello che dice!” Mi giro verso il monitor. Bud aveva il brutto vizio di farsi di solventi durante le ore di lingua e filosofia. Un fottuto genio in matematica e fisica, è vero, ma per il resto ha delle grosse lacune. Delle bolle al cervello.
“Bud” dico “Lo sai che avresti potuto entrare nel governo se non ti fossi bruciato il cervello fumando il liquido dei fotosupporti?” Mi guarda per un istante con occhio vacuo.
“E tu lo sai, idiota, he se non mi fossi triturato le meningi con quella merda, sarei sotto psicofarmaci antidepressione da monotonia e mancanza di alternativa come l’85% della popolazione mondiale?”
“Beh, loro continuano a bruciarsi” sussurro guardando lo schermo.
“Ma per loro è troppo tardi 7G” Mi chiama così per farmi incazzare.

Secondo me lo ha fatto per oscurare la parte del cervello che gli avrebbe permesso di vedere quanta merda ci sta intorno. Ha completamente lobotomizzato la capacità di interconnessione tra concetti differenti. E’ il compartimento stagno della cognizione umana.

La televisione sta vomitando stronzate in simulazione 3D. L’informazione si segue come una fiction Tv, le fiction Tv sono lo scarto di produzione degli sceneggiatori degli ultimi 50anni. Il fondo dei cestini dei correttori, selezionatori, traduttori registi e assistenti di regia. La creatività non esiste in un mondo statico.
Bud mi avverte che esiste un algoritmo per regolare la retroilluminazione con la luminosità ambientale. Dice che a casa sua si vede nettamente meglio.

Spengo la televisione e mi metto una sciarpa. Bud fa lo stesso e in automatico apre la porta di casa mia e chiama il teletrasportatore al piano. 45esimo piano sotterraneo di 100. Il livello seminterrato dei servizi comuni sta 44 piani sopra di me. Altri 100 piani sopra il livello del suolo. La fortuna di aver trascurato un piccolo problema come quello della desertificazione galoppante e della spartizione delle risorse idriche. Metà della popolazione mondiale a nord, 12 milardi a sud. Il restante pugno di stronzi del governo su una qualche isola sperduta in un bioclima artificiale. Noi le aurore boreali a -40°C. Loro i tramonti viola dell’atmosfera ricostituita. E’ semplice questione di priorità.

Il trasportatore arriva preceduto da un lievissimo fruscio. Saliamo. “Andiamo da Ava vero?” sussurra Bud guardando il tastierino numerico come fosse un boia. qualsiasi cosa prema ci porterà in un posto in cui non vorremmo essere. Stare fermi fa bruciare l’esistenza sotto i piedi, meglio muoversi. Muoversi sempre. Continuare a camminare cercando di non percepire quanta poca voglia si abbia di stare al mondo. “Si direi si, avrà da bere da fumare e magari avrà anche voglia di fare un giro con un uno di noi.” Rido sapendo che Ava scoperebbe con entrambi, contemporaneamente. Lo facciamo da quando abbiamo 14 anni. Non ci sono molte alternative, siamo gli unici giovani di 50mila persone di questo stabilimento. Ava ha subito un paio di tentativi di violenza sessuale in passato. E’ sempre riuscita a scappare in casa, Poi Ava ha comprato una pistola. Ava è il nome di un detersivo.

La cabina di vetro trasparente scivola tra i blocchi di cemento prefabbricato. 400metri in orizzontale, snodo, 60 piani in su passando sopra il livello del suolo. La luce non filtra, è notte. Come l’80% del tempo. Di giorno il sole è così basso e i vetri così spessi che la differenza la notano soltanto i gatti. Si viaggia veloci all’interno dell’edificio, si viaggia in silenzio accompagnati dal lieve fruscio dell’aria tagliata dal vetro. Siamo sospesi magneticamente a 10cm dai binari elettrificati. Bud mi ha raccontato che le leggi di Marxwell su cui si basa il meccanismo di questo aggeggio sono vecchie più di mille anni. La tecnologia stessa è di qualche decennio posteriore. I grandi monopoli non hanno più avuto bisogno di ricerca nella grande corsa alla qualità, la ricerca scientifica senza i soldi della produzione si è arresa agli elevatissimi costi. Stesse medicine, stessi mezzi di trasporto, stessi alimenti, stesso metodo di produzione per il whiskey. E’ un miracolo che la conoscenza stessa si sia mantenuta, ma la formazione è sovvenzionata bene dal governo. L’unico avanzamento si è fatto in materia di sistemi energetici. Nel senso che dopo aver finito legna-carbone-petrolio-ossa dei cadaveri letame piscio di mucca e lavandini usati a qualcuno è venuto in mente di ricercare metodi per l’accumulazione e lo sfruttamento di energie rinnovabili e del magnetismo terrestre.

Viviamo come formiche nel sottosuolo per sfruttare il gradiente geotermico. Lo abbiamo studiato.

La porta si apre veloce davanti all’appartamento di Ava. Corridoio uguale, porta uguale, stessa luce, stesse lampadine. Numeri diversi. Bud bussa alla porta. “Apri Ava, ho bisogno di una birra. Urgente bisogno di una birra e di una sigaretta”. La porta si apre. Ava è completamente nuda. Una sigaretta spenta tra le labbra. Rossetto viola. I capelli bagnati le corrono lungo le spalle precipitando dietro la schiena. “Ehy cazzo potevi anche metterti qualcosa addosso 6F” dice Bud dandogli un bacio sulla guancia e sfilandole dalle labbra la sigaretta spenta. Ava lo guarda storto, dall’angolo dell’occhio dipinto di nero. “Oggi hai gli occhi ancora più blu del solito sai?” le dico sorridendo e abbracciandola piano. Mi accendo una sigaretta e mi siedo al tavolo dove lei stava evidentemente comprimendo polvere di Mdma in pastiglie. Chiude la porta e mi raggiunge. Bud è sdraiato sul divano, e guarda assente un documentario sull’estinzione dei rapaci.

Ava alza lo sguardo che attraversa lo strato di capelli umidi che le copre la faccia. “Ehy Lucky, la pianti di guardarmi le tette?” dice sorridendo. Ho un fremito di erezione. Controllabile. “Veramente mi ero perso tra le tue ciglia.” Cerco di assumere un’espressione seducente, ma con lei non può funzionare. “Ehy 7G, non è che per caso hai di nuovo voglia di portarmi a letto” Bud dall’altra parte della stanza si è addormentato. I pesticidi hanno reso la vita dei rapaci un inferno. Niente più prede, niente più aria pulita.

“In realtà non so, ho solo bisogno di sentirmi un attimo vivo, sai cosa intendo. Stavo pensando di cominciare a prendere ansiolitici. Voglio dire, sono consapevole della mediocrità della situazione, ma cazzo, come faccio a trovare uno stimolo? E’ come se io te e Bud fossimo gli unici superstiti ad una catastrofe cerebrale planetaria!” Ava chiude gli occhi. Annuisce leggermente col viso e mi appoggia la sua mano bianchissima sulla mia. “Vieni” dice alzandosi. Alzandosi si porta i capelli dietro le spalle. Prende due pastiglie. “Prendi l’acqua Lucky”. Le lascio la mano e prendo due tetrapack di frizzante. La seguo in camera con gli occhi incollati al suo culo. Alla piega che si forma tra la natica e la gamba.

Ci sdraiamo tenendoci la mano. buttiamo giù e cominciamo a bere in silenzio. Le aquile si sono estinte 400 anni fa. La sua mano comincia a fondersi con la mia, una microsaldatura cellulare. La camera profuma di incenso e di crema all’avocado. Giro la testa per guardarla. Ma lei mi sta già fissando, mi sta fissando sal momento in cui ho appoggiato il culo sul copriletto di microfibra. “Lucky hai sentito del nuovo messia? Non ha un cazzo di speciale, tranne quell’idea di trumore di fondo. E’ divertente pensare alla storia umana come ad una traccia audio no. Una melodia e un accompagnamento ci sono, una certa armonia evolutiva, oscillatoria se vuoi, ma sono coperti da mille altri strumenti. Il tentativo degli esseri di cercare una propria individualità, di scapapre al coro trainante. Ma nessuno è mai riuscito a coordinarsi con altri a lungo, senza un direttore è impossibile.” Aggrotto le sopracciglia “Ava ti sta già facendo effetto?” e lei scoppia a ridere come se avessi sussurrato la frase più divertente del mondo. Ride felice.

E’ straordinariamente bella. Comincia a salire. Come un’onda calda che preme sulla fronte, le tempie. Il mondo si restringe a questa stanza, ad Ava. Siamo noi.
Mentre cerco di coordinare la bocca per dire qualcosa, Ava si alza a sedere sul letto. E’ bianchissima, un seno perfetto. Si mette una mano in bocca e poi appoggia qualcosa sul comodino.
Mi guarda. “Lucky dov’è Bud ora?”. Credo abbia sputato l’anfetamina. “E’ sul divano che dorme credo, a chiedersi perché l’estinzione delle aquile sia succeduta immediatamente alla totale urbanizzazione delle zone tropicali. Non c’è nesso.” Continua a guardarmi, sono occhi materni, la amo. La amo con l’Ecstasy, ma anche senza forse. Mi accorgo di avere la bocca aperta e la richiudo. “Lucky…” Dice sussurrando accarezzandomi la fronte. “Come fai a sapere tutto sull’estinzione dei rapaci? Lo stava guardando Bud il documentario, tu stavi parlando con me. E poi conosci così bene il tuo amico da sapere addirittura quali domande si sta ponendo riguardo ad un documentario di 60 anni fa?” Mi alzo a sedere, ho sete, la stanza oscilla leggermente, le luci sono intense ma pallide. Il colore è acceso, ma illuminano poco. “Beh c’era il vol…” “Dove hai conosciuto Bud?” mi interrompe. “Eravamo in classe insieme, con te, con Cola, con Asprina e Atari. Con… ma perchè queste domande? Dai, non ti ha ancora fatto effetto?” Prende qualcosa sul comodino, con due dita. E’ la pastiglia. L’ha sputata. La rimette sul comodino. Sono confuso non capisco cosa mi voglia dire. Forse non le piace Bud? Effettivamente è un po’ scorbutico ma in fondo è uno dei pochi rimasti in piedi. Mi sembra di sprofondare nella coperta, nel materasso di sabbia artificiale riciclata. Atossica.
Ava prende un pezzo di carta dal cassetto del comodino. Fa per darmelo ma poi ritira la mano. “Cos’è?” le chiedo piano, fissandole l’incavo tra le clavicole. In mezzo al collo. “E’ un articolo di giornale che ho stampato qualche giorno fa. E’ datato 2998, 6 marzo. Ti dice nulla?” Novantotto, avevamo 12 anni. A marzo. “No, un altro messia?” Allora zitto e ascolta fino alla fine.

Ore 8. La lezione di Storia si preannuncia eccitante per i 7 ragazzini del settimo anno del comprensorio 9. La professoressa ha infatti invitato un Sacerdote multireligioso per raccontare loro la storia della creazione secondo l’interpretazione globale della religione unificata. L’uomo, 54 anni, non sposato, affetto da piccole psicosi per le quali era in cura da anni, è 6*-**U-H* conosciuto dalle cronache per le molestie arrecate a una donna del comprensorio 3.
Tutti zitti i bambini ascoltano la storia. Ma qualcosa negli occhi di quell’uomo non convince. “Aveva gli occhi come con un velo. Le pupille sembravano coperte” così hanno riferito i bambini poi. Nel raccontare la storia di Abramo ed Isacco il Sacerdote mima, utilizzando la professoressa come cavia, la scena in cui il padre lega il figlio sull’altare. I bambini guardano divertiti la professoressa, la sig.na 5*-**R-8*, mentre viene imbavagliata e distesa sulla cattedra. Ma non sanno che la loro insegnante è stata stordita con l’etere e che il suo sonno divertente è in realtà farmacologico. Non si rendono conto che è strano che un uomo giri con un grosso fazzoletto e delle corde. “E’ successo tutto… normale. Non eravamo spaventati”. Tutti i bambini ridono, il criminale deve aver fatto una faccia buffa, o mimato l’espressione del vecchio pastore nell’atto voluto da Dio. Due bambini ridono di più. Sono vicini di banco. Sono anche fidanzati ci riveleranno poi i loro compagni. Ridono forte, ridono felici. Ecco che l’uomo batte una mano sul tavolo di fronte a lui. I due bambini hanno riso troppo. Devono seguirlo nell’altra aula perché sono in punizione. Il finto storico mette la donna seduta alla cattedra con la schiena girata, accasciata su se stessa. Dice ai ragazzi di non far troppo rumore. E porta nell’aula accanto i due ragazzini, che lo seguono mal volentieri. Ed è qui che il cielo si tinge di nero. L’uomo, da quanto abbiamo appreso dalle frammentarie parole della ragazzina, si è sbottonato i pantaloni intimando ai due bambini di avvicinarsi. Il ragazzo ha subito compreso cosa stava succedendo e ha cercato di scappare, trascinando per mano la sua ragazza. Ma la porta era chiusa, la chiave in tasca del loro boia. Il ragazzino viene colpito violentemente in faccia, mentre lei riesce a rintanarsi in un angolo. Momenti in cui la paura è troppo forte per muoversi, momenti in cui la paura dovrebbe funzionare al contrario. Momenti in cui le vite cambiano. Il “disumano”, perché solo così ci si può appellare ad un essere capace di tali crimini, prende il corpo stordito dell’alunno e lo appoggia con lo stomaco in giù su un banco. I suoi capi d’accusa sono stupro, violenza aggrava a danno di minore, sequestro di persona, tentato omicidio. Durante l’abuso, durato più di 20minuti, l’uomo non si accorge di perdere la chiave dell’aula dalla tasca. Gli occhi della ragazza, paralizzati, si muovono lentamente verso il basso. Corre, afferra, apre, scappa. La paura ha finalmente funzionato. La polizia accorre in meno di 5 minuti, insieme a dei paramedici. Colto in flagranza l’uomo e la sua disumanità vengono condotti direttamente in cella. In attesa di giudizio direttissimo. Il ragazzo riporta profonde lacerazioni, contusioni. Ma ci sono ferite che non si possono medicare.

Flash back. La faccia di quell’uomo.
Flash back. Una fitta devastante al culo.
Flash back. Ava mi guarda negli occhi, ho la pancia premuta al bordo di un banco di scuola. Piange. Mi viene da vomitare. Il legno mi fa mancare il respiro. E’ come se il culo si stesse squarciando.
Flash back. Ava scappa urlando aiuto. L’ombra si toglie. E insegue Ava.
Flash back. Ava compra una Glock automatica. Non mi dice il perché.

Mi manca il respiro. Respiro forte, veloce. Ho sete. I capelli neri di Ava mi sfiorano il volto. Con una mano mi accarezza la testa, l’altra appoggiata sulla guancia. Il suo seno caldo su di me.
“Scusami Lucky. Erano troppi 11 anni così”.
Contino a respirare, sempre più lentamente. Mi passa dell’acqua. Scorre giù lungo l’esofago. E come se trascinasse via un peso. Un bolo marcio fermo tra le costole da anni.
Mi addormento.

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Adim Er

Ottobre 6, 2008 · 2 Commenti

Adim Er

Heroin

Heroin

Sono caduto da talmente in alto, così velocemente che ora non vedo più neanche l’inizio del fondo. Sto affogando lentamente. Un fango denso. Puzza. Sono in una solitudine stagnante. Sono il silenzio dei sensi di me stesso.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Sono stato bello, sono stato ricco. Sono stato la totale mancanza di forza e volontà di mia madre. Il vizio. Sono stato la vetrinetta dei soldi di mio padre. L’espositore.

Tra troppe alternative, non ho mai avuto scelta. Sempre e soltanto un’opzione. L’eterna rincorsa del meglio, dell’apparire, del facile sull’intenso. Del tutto e subito ad ogni costo. Non mi hanno lasciato ombra di alternativa.

Ma forse mi sto solo giustificando, forse quella mattina sarei dovuto rimanere. Guardarle dritto negli occhi e lasciarmi uccidere.

Forse.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Ho conosciuto molte donne. Tutte innamorate di qualcosa che non sono mai riuscito a vedere. Invisibile ai miei occhi perché ho sempre cercato di scappare da me stesso, dall’immagine statiche e presente di un demone che non mi ha mai rappresentato.

Ma forse ho sempre cercato di evitare gli occhi che guardano troppo, troppo a fondo, quegli occhi che spogliano l’anima.

E poi, un giorno, conobbi lei. Ed il mio demone tramava alle spalle di noi.

Era l’inizio inoltrato e soffuso degli anni ‘80. Un giovedì tiepido di tarda primavera.

Io un ignorante, lei studiava pedagogia.

Io fumavo troppo, bevevo troppo, urlavo e ridevo troppo. Lei il giusto.

Lei l’istinto materno del salvare e curare ad ogni costo, io il malato terminale.

Uscivamo poco, scopavamo tanto, parlavamo poco, ci indagavamo con gli occhi, con la punta delle dita. Lingue, capelli, cosce, unghie. Soprattutto capelli e unghie.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Lei rimase speranza per me, molto più a lungo. Come se fosse immune al mio contagio, resistente più di ogni altra realtà.

Eravamo giovani, molto, troppo giovani.

Lei rimase incinta e nonostante la libertà che si viveva, che aveva accarezzato i capelli lunghi di quegli anni, fui costretto a tenere il bambino.

Ed i suoi occhi cominciarono ad aprirmi come lame di rasoio. Tiravano fuori, poco alla volta, ogni aspetto di me, le milioni di facce a specchio che mi rappresentavano.

Più scavava, più il demone delineava i suoi fottuti lineamenti, più io mi allontanavo. In una fuga prima lenta, piena d’ansia e angoscia poi. Nausea.

La mia bambina nacque con facilità, l’innocenza bionda e ali d’angelo. Con il mio naso e gli occhi eterei della madre.

Il mio primo vero amore.

Due occhi vuoti che aspettavano solo di essere riempiti. Incapaci di giudicare, la mia ombra invisibile ai suoi occhi.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Trovai lavori grazie alle conoscenze di mio padre. Responsabile, venditore, rappresentante, scrivanie e seggiole ultracomfort. Li persi tutti in molto meno del tempo che mi occoreva per parlarne a casa.

L’angelo cresceva in fretta, gli occhi si riempivano come pozzi e piogge torrenziali. Diventavano più espressivi, più affilati ad ogni giorno passato.

Avevo paura che il mio demone potesse riflettersi in quegli iridi di cristallo. Frantumarli, lasciando tessuto cicatriziale e lacrime. Sarebbe successo e mi avrebbe distrutto.

Mia moglie era sempre più insofferente alla vista dei miei insuccessi, dei miei fallimenti, dell’assoluta catastrofe di me stesso. Facevo in modo di passare sempre meno tempo in casa.

Compagnia di colleghi, di bar, di locali. Persone che erano le macchine in cui salivano. Occhi che parlavano a palpebre socchiuse, solo dopo pile infinite di drink. Occhi che non hanno la forza di giudicare, che mi facevano sentire al mio posto. Pupille tanto opache da sembrare spugne e catrame.

Una sera, uno di questi, uno dei tanti che prima di avere dimenticato la vita erano stati dimenticati da chiunque, mi prese da parte.

Si spogliò dai veli con cui si celava da anni, liberò i suoi occhi rivelando un demone. Un demone come il mio, come me, ma che si era nutrito della propria vittima. Fuso completamente con il corpo.

L’uomo mi disse di guardare il cielo. Di pensare alla solitudine e alla piccolezza. Il residuo di fondo dell’universo.

Guardai in alto, con la consapevolezza che non avrei trovato nulla. E così fu. Vidi poche luci su un fondo nero.

“Non vedi un cazzo,vero? Non vedrai mai nulla finchè non scaverai dentro. Finchè non capirai cosa di te è in comune con il cielo, sarai cieco. E l’unico modo che conosco è distruggersi per poi ricostruirsi. Pezzo a pezzo.”

Lo guardai affascinato, con il fascino di chi non sa nulla ed aspetta una rivelazione. L’ammirazione degli idioti.

Non esiste un punto da cui rialzarsi. Esiste solo un confine, valicato il quale anche l’anima può morire. Lo so ora che non ho la forza di chiedere aiuto, quando forse è troppo tardi.

“Maltrattati, perchè nulla di ciò che sei ti rappresenta veramente. Tutto quello che di vero c’è in te è una flebile tensione a rompere gli argini della moralità umana.”

Non ho mai capito cosa intendesse dire, forse ricordo male le parole, ma guardandomi con occhi che si lasciano guardare senza paura, mi convinse. Mi vendette la mia prima dose.

La prima dose. La prima volta. Il primo bacio. La prima morte di un amico. Il primo passo verso l’inferno. La prima dose.

E tutto ciò che da quel momento avrei toccato, sarebbe diventato eroina.

Barcollavo tra la gente senza poter guardare. Un mondo trasparente intorno me che correva ad una velocità inaccessibile. Alti e bassi. Esigenze e soddisfazioni dei bisogni. Infiniti bassi e monotoni alti. Sempre meno a casa, sempre più lontano dagli occhi che amavo, sempre più lontano dal calore buono. Portavo via il demone da loro, un demone che si stava nutrendo vorace di me.

La mia bambina cresceva, capelli biondissimi, gambe lunghe e una stretta forte nelle piccole mani bianchissime. I perchè di quei sorrisi malinconici si conficcavano all’altezza dello stomaco. Non sapevo rispondere, avevo sempre e solo bisogno di una dose. Di un’altra dose.

Con mia moglie non parlavo più, lei sapeva ma non aveva più forze per tirarmi in salvo. Forse semplicemente non voleva perchè sapeva perfettamente che non sarebbe servito. Mi serviva uno schianto. Ci sarebbe stato, e avrebbe fatto male a tutti.

Scopavamo poco, solo in quei rari momenti di pace. Non eravamo più alla ricerca dell’unione, eravamo lei ed io, staccati, separati. Due egoismi simbionti che si uccidono in cambio di piaceri veloci.

Egoismo. io.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Andammo a letto per l’ultima volta, io scappai la mattina dopo. Ancora sudato, ancora macchiato. In crisi d’astinenza, nulla di ciò che avevo mi sarebbe importato poi. E’ l’esigenza che muove i fili di tutti, la differenza è che l’eroina strappa. Ti trascina a terra fottendosene degli ostacoli.

Guardai l’angelo dormire, gli occhi grandi chiusi, protetti, da palpebre troppo sottili.

Li avrebbe aperti, avrebbe visto, mi avrebbe braccato e raggiunto. Ucciso da dentro in caduta libera.

La mia ombra al suolo.

Passarono anni senza suoni. Ovattati. Silenziose muti. Senza luci, all’oscurità di portici perenni. Soffitti affrescati sempre troppo alti dal marmo su cui mi sdraiavo. Un corpo come troppo pesante da poter essere alzato. Incollati, inchiodati come manichini e occhi dipinti, bocche chiuse senza parole.

Se il denaro da un valore oggettivo ad ogni realtà, staticizzando le esigenze soggettive in listini prezzi fossilizzati, l’eroina priva tutto di ogni valore. Una sostituzione globale in termini di dosi.

60euro al grammo. 10 euro a dose se ben tagliata. Una borsetta 10 dosi, Un motorino rubato 50 dosi. 4 drink o una dose? Una cena, una siringa.

Le vene che esplodono provando a salvarti e tu a cercarne altre, fottendo il tuo corpo, fottendo te stesso. Polsi viola e poi le dita e i piedi, si dice che ci si possa fare anche direttamente nel cuore. Non sono leggende. Alla costante ricerca di siringhe pulite, l’aids. Le spade. L’eroina bianca e l’eroina nera. Ci si potrà fidare a fumarla e a sniffarla? Arriva direttamente dal Vietnam. Persone che conosci da un istante ma che ti sembra di amare da una vita solo perchè siete nella stessa merda. Facce che scompaiono quando il fuoco ti esplode dentro. Solo e appagato. Solo e vuoto.

Tutto ciò che avevo intorno era solo ombra.

Con i soldi che raramente mi passava mio padre affittavo una casa. Non era nè rifugio nè calore buono. Era soltanto la scenografia del mio incubo.

Un giorno una chiamata mi rivelò che mia moglie era di nuovo incinta. Gravida di me. Contai i mesi, i giorni, tornando indietro in un tempo senza punti di riferimento. Decine di volte, ma i conti erano perfetti. Era gravida di me.

Nacque poche settimane dopo e decisi di andare all’ospedale. Un altro angelo che avrebbe dischiuso i miei occhi e il naso della madre.

Cominciò il processo di separazione e poi il divorzio. Lasciai quasi tutto a lei, non meritavo nulla, non mi sono mai guadagnato un cazzo. Se non la rabbia e la pietà di chi ha cercato di aiutarmi, ed è stato deluso.

Andavo a trovare le bimbe raramente, alle feste per un poco, poi solamente quando dormivano.

Sempre meno, sempre più lontano, solo e sempre lei. La mantide che uccide il proprio amante. Eroina. H.

Si lega a te e si sostituisce a ciò che c’è sempre stato. Attraverso gli aghi e il sangue.

E poi l’amplesso. Un orgasmo incandescente che brucia il cuore e poi esplode. Dal cervello alle mani. Sei solo tu, autosufficiente. In volo libero senza paracadute. Gli atterraggi sempre più dolorosi. Una ragazza con cui mi ero bucato per qualche mese mi disse che l’Ero era la figlia che non avrebbe mai avuto. Mi sembra di allattare me stessa. Diceva prima di bucarsi. Dopo mezz’ora dalla dose infilava una mano sotto la maglietta. Si tirava i capezzoli fino farli sanguinare.

Non esiste il fondo.

Mia moglie per lo stress non è mai riuscita ad allattare i suoi angeli.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Passarono molti anni. Anni uguali a se stessi. Mesi passati a comprare dosi da rivendere per comprare altre dosi. Cocaina per ero. Fumo per ero.

Anni in cui vidi crescere gli angeli veloci, in diapositive di incontri istantanei. Per strada, in un caffè, in un tentativo di riavvicinamento mai riuscito. Mi chiamavano papà solo perchè così avevano detto loro.

Per la piccola ero come un estraneo e così mi andava bene. C’era un altro uomo a farle da padre. Migliore di me, per lo meno padre. Ma per la prima non era così.

Ero mancanza, ero privazione. L’abbraccio caldo che sparisce, la voce profonda alla sera. Lo ero stato, e non lo sono più.

Appena adolescente seppe della droga per via delle ultime fasi del divorzio. Le crisi di pianto della madre. La allontanò da me per il suo bene. Io mi allontanai per lo stesso motivo. O forse soltanto per paura dei suoi occhi ormai adulti,molto, troppo adulti.

Ora sono la sua rabbia, la sua compassione, il suo perdono indifferente. Sono la cicatrice nella sua storia morbida. Cercai di sparire, ma più di tanto non potevo allontanarmi dai miei territori. Dai miei amici, dai supporti, dalle zone che conosceva. Ero dipendente dalle circostanze. E le città sono sempre troppo piccole.

Tutto ciò che ho toccato è diventato ombra.

Arrivò il periodo in cui cominciarono a mancarmi le forze. Non avevo più soldi, più lavori. I miei clienti erano scappati. Inaffidabile e merce scadente. Gli amici per la droga non sono un cazzo. Nelle simbiosi se smetti di dare smetti anche di ricevere.

Solo e in astinenza. Nausea, vomito, insonnia e l’intestino che si era dimenticato chi fosse. Per giorni interminabili.

Era una mattina gelida di Marzo. Un cappotto logoro, dei pantaloni macchiati. Un golf nero firmato Polo con un buco di sigaretta sulla manica e delle scarpe di pelle cucite a mano da 400euro. Una siringa nella tasca del cappotto riempita con del ketchup per due centimetri.

Il sangue è la miglior minaccia psicologica per annunciare l’aids. L’aids è la miglior minaccia fisica per farsi consegnare il contenuto della cassa di un venditore.

Aspettai il momento prima della chiusura per pranzo. Nessun cliente. Entrai veloce. Prima ancora che riuscisse a salutare gli sventolai l’ago incorstato di salsa sotto il collo. Arretrò di qualche passo con un grido strozzato. Mi svuotò l’incasso della mattina, 290 euro, in un sacchetto di carta. Uscii tranquillo e tornai a casa. Inconsapevole che la telecamera a circuito chiuso avesse ripreso tutto. E che due giorni dopo la polizia giudiziara fosse sotto casa mia con un mandato di arresto.

Cercavo di risalire.

Come chiedere perdono a Dio ammazzando il confessore” mi disse il giudice un anno più tardi. Ed aveva ragione. Cazzo se aveva ragione.

I migliori avvocati della città a difendere un tossico, ladro, che non chiamava i propri figli da due anni. Bella merda.

Pochi mesi dentro. Le lacrime di mia moglie. 5 anni agli arresti domiciliari. Ridotti poi a tre. Più i centri di recupero e l’assistenza sociale. Le lacrime di mia figlia quando il giudice la chiamò.

Poco più che adolescente. Con gli occhi di una donna. Le rimproverò di non volermi vedere. Di non voler vedere suo padre. Lei conosceva il mio demone, lei sapeva quanto male avrei potuto farle. Il giudice no.

A 18 anni non si è pronti per essere minacciati da un’autorità. Non si è pronti a salvare una sorella di 12 dall’inferno dell’assistenza sociale. Ma lei ci riuscì.

Dovevamo vederci almeno una volta al mese.

Io fuori dall’eroina. Vuoto come un verme. Avevo passato gli ultimi 6 anni ai margini del sistema. Vedevo arrivare la mia unica speranza di futuro attraverso una porta di legno e vetri opachi. Ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime induriti dal cuore che vomitava rabbia da tenere dentro. E quando traboccava , erano i morsi del demone.

Che ci divorava da dentro.

Non avevo la forza di parlare, non avevo nulla da raccontarle. Correvo via da lei. E scappo ancora.

In auguri dimenticati e regali mai consegnati. Alcuni persi nei danni celebrali, altri nascosti volontariamente.

Non voglio più toccare nulla.

La vita poi mi diede un altra possibilità. Un’altra storia, un altro figlio. Un altro amore e mille altre paure. Con un demone indebolito, con una sotria in più da raccontare alla sera all’unica salvezza che mi rimane. Un frammento di futuro.

Ma la nausea a volte ritorrna con la puzza del passato. Mi sento affogare a tratti, come sospeso. Un autista che ha messo sotto un ragazzino disattento. Paralizzato a guardare il mondo.

Vorrei che il mio angelo riaprisse quella porta, ma allo stesso tempo mi ucciderebbe.

Non ho più possibilità di fallire. E nessuno mi ha mai insegnato ad abbracciare una figlia.

E’ un venerdì di agosto inoltrato. Il postino mi ha portato una busta. E’ una lettera di mia figlia. Dice che non ha nessuna intenzione di vedermi ma di leggere il racconto che c’è nella busta.

Lo leggo ed è ispirato alla nostra storia nera.

Mi lascia un po’ di amaro in bocca e lo accartoccio sulla scrivania.

A differenza del protagonista non ho avuto la stessa fortuna. La fortuna di saper riflettere, guardando negli occhi il dolore.

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