Elite Suicide Culture

Adim Er

Ottobre 6, 2008 · Nessun Commento

Adim Er

Heroin

Heroin

Sono caduto da talmente in alto, così velocemente che ora non vedo più neanche l’inizio del fondo. Sto affogando lentamente. Un fango denso. Puzza. Sono in una solitudine stagnante. Sono il silenzio dei sensi di me stesso.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Sono stato bello, sono stato ricco. Sono stato la totale mancanza di forza e volontà di mia madre. Il vizio. Sono stato la vetrinetta dei soldi di mio padre. L’espositore.

Tra troppe alternative, non ho mai avuto scelta. Sempre e soltanto un’opzione. L’eterna rincorsa del meglio, dell’apparire, del facile sull’intenso. Del tutto e subito ad ogni costo. Non mi hanno lasciato ombra di alternativa.

Ma forse mi sto solo giustificando, forse quella mattina sarei dovuto rimanere. Guardarle dritto negli occhi e lasciarmi uccidere.

Forse.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Ho conosciuto molte donne. Tutte innamorate di qualcosa che non sono mai riuscito a vedere. Invisibile ai miei occhi perché ho sempre cercato di scappare da me stesso, dall’immagine statiche e presente di un demone che non mi ha mai rappresentato.

Ma forse ho sempre cercato di evitare gli occhi che guardano troppo, troppo a fondo, quegli occhi che spogliano l’anima.

E poi, un giorno, conobbi lei. Ed il mio demone tramava alle spalle di noi.

Era l’inizio inoltrato e soffuso degli anni ‘80. Un giovedì tiepido di tarda primavera.

Io un ignorante, lei studiava pedagogia.

Io fumavo troppo, bevevo troppo, urlavo e ridevo troppo. Lei il giusto.

Lei l’istinto materno del salvare e curare ad ogni costo, io il malato terminale.

Uscivamo poco, scopavamo tanto, parlavamo poco, ci indagavamo con gli occhi, con la punta delle dita. Lingue, capelli, cosce, unghie. Soprattutto capelli e unghie.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Lei rimase speranza per me, molto più a lungo. Come se fosse immune al mio contagio, resistente più di ogni altra realtà.

Eravamo giovani, molto, troppo giovani.

Lei rimase incinta e nonostante la libertà che si viveva, che aveva accarezzato i capelli lunghi di quegli anni, fui costretto a tenere il bambino.

Ed i suoi occhi cominciarono ad aprirmi come lame di rasoio. Tiravano fuori, poco alla volta, ogni aspetto di me, le milioni di facce a specchio che mi rappresentavano.

Più scavava, più il demone delineava i suoi fottuti lineamenti, più io mi allontanavo. In una fuga prima lenta, piena d’ansia e angoscia poi. Nausea.

La mia bambina nacque con facilità, l’innocenza bionda e ali d’angelo. Con il mio naso e gli occhi eterei della madre.

Il mio primo vero amore.

Due occhi vuoti che aspettavano solo di essere riempiti. Incapaci di giudicare, la mia ombra invisibile ai suoi occhi.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Trovai lavori grazie alle conoscenze di mio padre. Responsabile, venditore, rappresentante, scrivanie e seggiole ultracomfort. Li persi tutti in molto meno del tempo che mi occoreva per parlarne a casa.

L’angelo cresceva in fretta, gli occhi si riempivano come pozzi e piogge torrenziali. Diventavano più espressivi, più affilati ad ogni giorno passato.

Avevo paura che il mio demone potesse riflettersi in quegli iridi di cristallo. Frantumarli, lasciando tessuto cicatriziale e lacrime. Sarebbe successo e mi avrebbe distrutto.

Mia moglie era sempre più insofferente alla vista dei miei insuccessi, dei miei fallimenti, dell’assoluta catastrofe di me stesso. Facevo in modo di passare sempre meno tempo in casa.

Compagnia di colleghi, di bar, di locali. Persone che erano le macchine in cui salivano. Occhi che parlavano a palpebre socchiuse, solo dopo pile infinite di drink. Occhi che non hanno la forza di giudicare, che mi facevano sentire al mio posto. Pupille tanto opache da sembrare spugne e catrame.

Una sera, uno di questi, uno dei tanti che prima di avere dimenticato la vita erano stati dimenticati da chiunque, mi prese da parte.

Si spogliò dai veli con cui si celava da anni, liberò i suoi occhi rivelando un demone. Un demone come il mio, come me, ma che si era nutrito della propria vittima. Fuso completamente con il corpo.

L’uomo mi disse di guardare il cielo. Di pensare alla solitudine e alla piccolezza. Il residuo di fondo dell’universo.

Guardai in alto, con la consapevolezza che non avrei trovato nulla. E così fu. Vidi poche luci su un fondo nero.

“Non vedi un cazzo,vero? Non vedrai mai nulla finchè non scaverai dentro. Finchè non capirai cosa di te è in comune con il cielo, sarai cieco. E l’unico modo che conosco è distruggersi per poi ricostruirsi. Pezzo a pezzo.”

Lo guardai affascinato, con il fascino di chi non sa nulla ed aspetta una rivelazione. L’ammirazione degli idioti.

Non esiste un punto da cui rialzarsi. Esiste solo un confine, valicato il quale anche l’anima può morire. Lo so ora che non ho la forza di chiedere aiuto, quando forse è troppo tardi.

“Maltrattati, perchè nulla di ciò che sei ti rappresenta veramente. Tutto quello che di vero c’è in te è una flebile tensione a rompere gli argini della moralità umana.”

Non ho mai capito cosa intendesse dire, forse ricordo male le parole, ma guardandomi con occhi che si lasciano guardare senza paura, mi convinse. Mi vendette la mia prima dose.

La prima dose. La prima volta. Il primo bacio. La prima morte di un amico. Il primo passo verso l’inferno. La prima dose.

E tutto ciò che da quel momento avrei toccato, sarebbe diventato eroina.

Barcollavo tra la gente senza poter guardare. Un mondo trasparente intorno me che correva ad una velocità inaccessibile. Alti e bassi. Esigenze e soddisfazioni dei bisogni. Infiniti bassi e monotoni alti. Sempre meno a casa, sempre più lontano dagli occhi che amavo, sempre più lontano dal calore buono. Portavo via il demone da loro, un demone che si stava nutrendo vorace di me.

La mia bambina cresceva, capelli biondissimi, gambe lunghe e una stretta forte nelle piccole mani bianchissime. I perchè di quei sorrisi malinconici si conficcavano all’altezza dello stomaco. Non sapevo rispondere, avevo sempre e solo bisogno di una dose. Di un’altra dose.

Con mia moglie non parlavo più, lei sapeva ma non aveva più forze per tirarmi in salvo. Forse semplicemente non voleva perchè sapeva perfettamente che non sarebbe servito. Mi serviva uno schianto. Ci sarebbe stato, e avrebbe fatto male a tutti.

Scopavamo poco, solo in quei rari momenti di pace. Non eravamo più alla ricerca dell’unione, eravamo lei ed io, staccati, separati. Due egoismi simbionti che si uccidono in cambio di piaceri veloci.

Egoismo. io.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Andammo a letto per l’ultima volta, io scappai la mattina dopo. Ancora sudato, ancora macchiato. In crisi d’astinenza, nulla di ciò che avevo mi sarebbe importato poi. E’ l’esigenza che muove i fili di tutti, la differenza è che l’eroina strappa. Ti trascina a terra fottendosene degli ostacoli.

Guardai l’angelo dormire, gli occhi grandi chiusi, protetti, da palpebre troppo sottili.

Li avrebbe aperti, avrebbe visto, mi avrebbe braccato e raggiunto. Ucciso da dentro in caduta libera.

La mia ombra al suolo.

Passarono anni senza suoni. Ovattati. Silenziose muti. Senza luci, all’oscurità di portici perenni. Soffitti affrescati sempre troppo alti dal marmo su cui mi sdraiavo. Un corpo come troppo pesante da poter essere alzato. Incollati, inchiodati come manichini e occhi dipinti, bocche chiuse senza parole.

Se il denaro da un valore oggettivo ad ogni realtà, staticizzando le esigenze soggettive in listini prezzi fossilizzati, l’eroina priva tutto di ogni valore. Una sostituzione globale in termini di dosi.

60euro al grammo. 10 euro a dose se ben tagliata. Una borsetta 10 dosi, Un motorino rubato 50 dosi. 4 drink o una dose? Una cena, una siringa.

Le vene che esplodono provando a salvarti e tu a cercarne altre, fottendo il tuo corpo, fottendo te stesso. Polsi viola e poi le dita e i piedi, si dice che ci si possa fare anche direttamente nel cuore. Non sono leggende. Alla costante ricerca di siringhe pulite, l’aids. Le spade. L’eroina bianca e l’eroina nera. Ci si potrà fidare a fumarla e a sniffarla? Arriva direttamente dal Vietnam. Persone che conosci da un istante ma che ti sembra di amare da una vita solo perchè siete nella stessa merda. Facce che scompaiono quando il fuoco ti esplode dentro. Solo e appagato. Solo e vuoto.

Tutto ciò che avevo intorno era solo ombra.

Con i soldi che raramente mi passava mio padre affittavo una casa. Non era nè rifugio nè calore buono. Era soltanto la scenografia del mio incubo.

Un giorno una chiamata mi rivelò che mia moglie era di nuovo incinta. Gravida di me. Contai i mesi, i giorni, tornando indietro in un tempo senza punti di riferimento. Decine di volte, ma i conti erano perfetti. Era gravida di me.

Nacque poche settimane dopo e decisi di andare all’ospedale. Un altro angelo che avrebbe dischiuso i miei occhi e il naso della madre.

Cominciò il processo di separazione e poi il divorzio. Lasciai quasi tutto a lei, non meritavo nulla, non mi sono mai guadagnato un cazzo. Se non la rabbia e la pietà di chi ha cercato di aiutarmi, ed è stato deluso.

Andavo a trovare le bimbe raramente, alle feste per un poco, poi solamente quando dormivano.

Sempre meno, sempre più lontano, solo e sempre lei. La mantide che uccide il proprio amante. Eroina. H.

Si lega a te e si sostituisce a ciò che c’è sempre stato. Attraverso gli aghi e il sangue.

E poi l’amplesso. Un orgasmo incandescente che brucia il cuore e poi esplode. Dal cervello alle mani. Sei solo tu, autosufficiente. In volo libero senza paracadute. Gli atterraggi sempre più dolorosi. Una ragazza con cui mi ero bucato per qualche mese mi disse che l’Ero era la figlia che non avrebbe mai avuto. Mi sembra di allattare me stessa. Diceva prima di bucarsi. Dopo mezz’ora dalla dose infilava una mano sotto la maglietta. Si tirava i capezzoli fino farli sanguinare.

Non esiste il fondo.

Mia moglie per lo stress non è mai riuscita ad allattare i suoi angeli.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Passarono molti anni. Anni uguali a se stessi. Mesi passati a comprare dosi da rivendere per comprare altre dosi. Cocaina per ero. Fumo per ero.

Anni in cui vidi crescere gli angeli veloci, in diapositive di incontri istantanei. Per strada, in un caffè, in un tentativo di riavvicinamento mai riuscito. Mi chiamavano papà solo perchè così avevano detto loro.

Per la piccola ero come un estraneo e così mi andava bene. C’era un altro uomo a farle da padre. Migliore di me, per lo meno padre. Ma per la prima non era così.

Ero mancanza, ero privazione. L’abbraccio caldo che sparisce, la voce profonda alla sera. Lo ero stato, e non lo sono più.

Appena adolescente seppe della droga per via delle ultime fasi del divorzio. Le crisi di pianto della madre. La allontanò da me per il suo bene. Io mi allontanai per lo stesso motivo. O forse soltanto per paura dei suoi occhi ormai adulti,molto, troppo adulti.

Ora sono la sua rabbia, la sua compassione, il suo perdono indifferente. Sono la cicatrice nella sua storia morbida. Cercai di sparire, ma più di tanto non potevo allontanarmi dai miei territori. Dai miei amici, dai supporti, dalle zone che conosceva. Ero dipendente dalle circostanze. E le città sono sempre troppo piccole.

Tutto ciò che ho toccato è diventato ombra.

Arrivò il periodo in cui cominciarono a mancarmi le forze. Non avevo più soldi, più lavori. I miei clienti erano scappati. Inaffidabile e merce scadente. Gli amici per la droga non sono un cazzo. Nelle simbiosi se smetti di dare smetti anche di ricevere.

Solo e in astinenza. Nausea, vomito, insonnia e l’intestino che si era dimenticato chi fosse. Per giorni interminabili.

Era una mattina gelida di Marzo. Un cappotto logoro, dei pantaloni macchiati. Un golf nero firmato Polo con un buco di sigaretta sulla manica e delle scarpe di pelle cucite a mano da 400euro. Una siringa nella tasca del cappotto riempita con del ketchup per due centimetri.

Il sangue è la miglior minaccia psicologica per annunciare l’aids. L’aids è la miglior minaccia fisica per farsi consegnare il contenuto della cassa di un venditore.

Aspettai il momento prima della chiusura per pranzo. Nessun cliente. Entrai veloce. Prima ancora che riuscisse a salutare gli sventolai l’ago incorstato di salsa sotto il collo. Arretrò di qualche passo con un grido strozzato. Mi svuotò l’incasso della mattina, 290 euro, in un sacchetto di carta. Uscii tranquillo e tornai a casa. Inconsapevole che la telecamera a circuito chiuso avesse ripreso tutto. E che due giorni dopo la polizia giudiziara fosse sotto casa mia con un mandato di arresto.

Cercavo di risalire.

Come chiedere perdono a Dio ammazzando il confessore” mi disse il giudice un anno più tardi. Ed aveva ragione. Cazzo se aveva ragione.

I migliori avvocati della città a difendere un tossico, ladro, che non chiamava i propri figli da due anni. Bella merda.

Pochi mesi dentro. Le lacrime di mia moglie. 5 anni agli arresti domiciliari. Ridotti poi a tre. Più i centri di recupero e l’assistenza sociale. Le lacrime di mia figlia quando il giudice la chiamò.

Poco più che adolescente. Con gli occhi di una donna. Le rimproverò di non volermi vedere. Di non voler vedere suo padre. Lei conosceva il mio demone, lei sapeva quanto male avrei potuto farle. Il giudice no.

A 18 anni non si è pronti per essere minacciati da un’autorità. Non si è pronti a salvare una sorella di 12 dall’inferno dell’assistenza sociale. Ma lei ci riuscì.

Dovevamo vederci almeno una volta al mese.

Io fuori dall’eroina. Vuoto come un verme. Avevo passato gli ultimi 6 anni ai margini del sistema. Vedevo arrivare la mia unica speranza di futuro attraverso una porta di legno e vetri opachi. Ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime induriti dal cuore che vomitava rabbia da tenere dentro. E quando traboccava , erano i morsi del demone.

Che ci divorava da dentro.

Non avevo la forza di parlare, non avevo nulla da raccontarle. Correvo via da lei. E scappo ancora.

In auguri dimenticati e regali mai consegnati. Alcuni persi nei danni celebrali, altri nascosti volontariamente.

Non voglio più toccare nulla.

La vita poi mi diede un altra possibilità. Un’altra storia, un altro figlio. Un altro amore e mille altre paure. Con un demone indebolito, con una sotria in più da raccontare alla sera all’unica salvezza che mi rimane. Un frammento di futuro.

Ma la nausea a volte ritorrna con la puzza del passato. Mi sento affogare a tratti, come sospeso. Un autista che ha messo sotto un ragazzino disattento. Paralizzato a guardare il mondo.

Vorrei che il mio angelo riaprisse quella porta, ma allo stesso tempo mi ucciderebbe.

Non ho più possibilità di fallire. E nessuno mi ha mai insegnato ad abbracciare una figlia.

E’ un venerdì di agosto inoltrato. Il postino mi ha portato una busta. E’ una lettera di mia figlia. Dice che non ha nessuna intenzione di vedermi ma di leggere il racconto che c’è nella busta.

Lo leggo ed è ispirato alla nostra storia nera.

Mi lascia un po’ di amaro in bocca e lo accartoccio sulla scrivania.

A differenza del protagonista non ho avuto la stessa fortuna. La fortuna di saper riflettere, guardando negli occhi il dolore.

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Medicine & Sunglasses

Settembre 18, 2008 · Nessun Commento

Casanova

Casanova

Sono una maschera di cera.
Labbra di vetro soffiato e ciglia di plastica.
Occhi coperti sempre
da colate di sunglasses
e sguardi in altre direzioni.
No, non fisso mai negli
occhi, a me da fastidio
se gli altri.
Fissano i drinks
per ore, per ora
è ok, non ho ancora
nulla da dire. Di nascosto
dietro il fumo spesso
di uno di quei tabacchi girati,
che non fanno pensare a te
ma al tabacco girato che fumi
scandisco le parole
lento.
Siete un branco di medocri
ma tu
mi manchi.

Ma il fumo mangia le parole
e le dimentico,
sopra sotto accanto
volano via e
perse in tutte le direzioni
non trovo
più il senso di nulla.
Ma precipito,
sì precipito come
il branco di mediocri
precipita

ma percepisco,
una tecnica impeccable.
Come se non fosse questa
la prima volta.

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D.

Settembre 13, 2008 · 1 Commento

Lyfers

Lyfers

Stanco di cercare.
Non esiste per sempre
e no, non esiste perfetta.
Fanno tutte male,
perchè devi sempre perdere
qualcosa di te.
Devi sempre un po’
odiare te
per poterle amare.
Ti deve mancare
un pezzo di anima.
Per me, quella adatta
per parlare è M.
e quella con cui vado
a ballare
si chiama C.
Poi c’è quella con cui
mi piace scopare. E.
Con lei forse è il vero amore.
Sincera sempre.
Poi N. mi fa star bene
tutti giorni,
forse mi fa sentir sì più vivo.
Più debole e meschino.
L. mi chiama per partire,
per scappare dall’insofferenza.
E non so, sarà
l’età, sarà
che non so come
e perchè quando,
ma se e solo se
son solo sperso
tra i colori del sole,
non ne voglio nessuna,
perchè son sazio.

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Ciglia

Agosto 31, 2008 · 1 Commento

Ed è come se volessi scivolare
in quella notte. Quella notte.
Sobria si,
seria e un po’ storta
tra i piloni del ponte sul Po.
C’erano parole di metallo
che tagliano e di spranga
colpiscono, con la punta bucano
la nostra anima di cartone.
Che non sanguina
nè si rimargina
fa male quando vedi il buco.
Cazzo se fa male.
Lo strappo ti ricorda che sei vivo,
ti ricordi i tagli sottili
sulla pelle candida?

Buca, strappa e lacera
ma ti prego.
Smettila di piangere
mangiandoti le unghie
lisciandoti i capelli.
Mi si spettinano le ciglia
storte lì
sull’angolo in cui si ride
e si lacrima se sei sul fianco
a guardare altrove.
Spegnendo per un attimo il cervello
lo spengo sì il mio cervello,
e guardo un porno
storto
e sul fianco, piango.

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Fondi di bicchiere

Agosto 4, 2008 · Nessun Commento

Cazzo. Vivo nel tempo in cui se non corri abbastanza cadi. e se corri troppo veloce cadi. Se mi voglio grattare le palle, o l’inguine, semplicemente i peli pubici, devo fermarmi. Perchè correre con le mani in tasca non posso. Mi accendo una sigaretta rilassandomi un attimo, e vengo martellato da quadratini in bianco e nero che mi avvisano che se continuo non avrò più fiato per correre, vedi malattie cardiovascolari, vedi carcinoma, mi dicono che se continuo non arriverò al traguardo. Le sigarette non uccidono, suicidano.

Ma forse è sbagliata l’espressione “vivere nel tempo”. Perchè io non riesco a vivere veramente. Non me ne rendo conto. Arrivo a fine giornata senza fiato, mi faccio una doccia con dei prodotti che, almeno per quanto dicono in Tv, dovrebbero rinfrescarmi la pelle, pulirmi dallo smog, dallo stress, dal sudore, dalla cattiveria e dall’istinto omicida ai semafori. Vedi anche esaurimento nervoso, leggi anche Ansia, Nevrastenia e nevrosi d’Angoscia. Freud. Finita la doccia esco a prendere un aperitivo con un po’ di amici. Per forza, devo pur vedere qualcuno, devo pur trovare il modo di scopare. Devo trovare il modo per sfogare le tensioni accumulate nel giorno. Corro, Corro, Corro. Poi mi siedo al bar alla sera e bevo. Ti fermi un attimo. Ma non sei mai rilassato veramente, anche quando bevi i quadratini in bianco e nero compaiono, trafiggendo il tuo istinto di autoconservazione. Siamo una macchinina lasciata correre in discesa da un bambino stronzo. Conserviamo il moto fino a cadere nel tombino a lato della strada. Dio subdolo infantile e arrogante. Vedi anche Genesei, consulta Sofonia 1-1. Pentateuco.

E quando trovo il modo di scopare, trovo una ragazza che ha voglia di fermare il tempo con me per qualche attimo, mi sento soffocare. Una ragazza richiede del tempo, del tempo che non vorrei ma che mi porto dietro come uno zaino scout. E allora continuo a rotolare sempre più in la. Sperando di fermarmi contro qualcosa. Tiro di coca, tiro giu sempre più drink, tiri sempre più lunghi da sigarette d’isteria pura. Sto andando talmente veloce che non mi ricordo nemmeno quante sigarette fumo al giorno, non riesco a vedere il primo mozzicone nel primo posacenere della giornata. Le sigarette sono l’urina umana. I posacenere sono gli alberi sui quali traccio il mio territorio di caccia. Casa-ufficio-Bar-Club. Un quadratino di 20 minuti in macchine sempre più costose di lato.

Le uniche relazione interpersonali che intrattengo, le affronto in stato alterato di coscienza. Vedi anche sindrome di Asperger. Leggi articoli sulla dipendenza da Social networks. Da sobrio non c’è nulla che mi possa interessare. Il calcio, forse. Le donne, forse. Le moto, le macchine, i vini, i locali, la musica jazz e i libri di Baricco. Se ancora li leggo e non scarico le recensioni come al liceo. Non credo di essere capace ad innamorarmi, non esiste l’amore, non esiste un cazzo. Esisto io ed il mondo in fuga fuori dal finestrino del taxi che mi riporta a casa. La macchina la lascio fuori dal club, con le nuove leggi mi ritirano anche la televisione se mi beccano in questo stato.

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Senza più matite, amore.

Maggio 10, 2008 · Nessun Commento

Amore mio,
scrivo si sui muri di mattoni,
i miei scritti a terra di terra
magari non li vedi,
ma ci sono,
li vedi lì sotto i sassi? No?

Tra l’erba che non fumi
ci scrivo piano, e tra il vino che non bevi,
scrivo strano.
E camminando scrivo negli anelli di cielo
tra le nubi, dei tuoi mali
e dei miei e dell’alcolizzato,
lì sulla panchina. No. Non rileggo mai.

E incido le parole con lo sguardo,
sul guado del fiume,
qua sotto il ponte non vedi? no?
e qui, sul pezzo sopra
del tuo costume? Ho scritto “mano”.
Ho scritto strano, ho scritto invano.

e l’acqua scorre
e il vino scorre
e il fumo scappa,
e la terra passa,
il tuo costume? Toglilo e lasciati guardare.

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Pornomania

Aprile 24, 2008 · Nessun Commento

Percorro velocemente le strade di Londra nel retro di una Mustang del ’74. L’autista che siede davanti, lavora per me da 17 anni e non ho idea di come si chiami. Di quanto prenda al mese. E francamente non mi interessa. Mi sta portando dalla mia analista, la dottoressa Burton. Una puttana 45enne che ha ereditato lo studio da suo padre. Non so come si chiami, so soltanto che mi succhia 150 sterle all’ora per farsi i cazzi miei. Mi sono sempre posto il problema della scelta tra un’ analista e una prostituta da appartamento. Entrambe risolvono problemi irrimediabilmente legati alla sessualità. La prima facendoti parlare delle tue conflittualità e risolvendole una volta portate alla luce. La troia assecondando le conflittualità, né annichilisce la componente negativa e ti cura, con molta meno fatica. Il prezzo è lo stesso, nessuna ti bacia, nessuna ingoia, la seconda ha il vantaggio di fare pompini nettamente migliori.

Facendomi trascinare dall’immagine della Burton in shorts attillati, calze a rete e reggiseno di raso nero, mi ritrovo una mezz’ora di traffico alle spalle, un’erezione dolorississima nei pantaloni, ed il portone del medico di fronte alle palpebre inconsistenti.

Nell’istante in cui premo il campanello sul citofono d’ottone, la voce della segretaria “La stavamo aspettando dottor Cotter”, Il portone si apre ed io immagino già le due signorine, vestite sado, che vorrebbero farsi scopare anche per tariffa dimezzata.

Vengo fatto accomodare sul lettino da quella segretaria che ad ogni appuntamento si rivela sempre più grassa e vecchia. Ma la fantasia non ha problemi di modifiche consistenti. Più l’energia si concentra su un singolo pensiero, più la realtà si distorce per accomodare quella visione. Ho così tanta energia da aver pensato più di una volta che Madre Teresa potesse essere una Bomba del sesso anale. Stesso meccanismo per il quale da adolescenti si potrebbe trovare attraente anche il cadavere di propria nonna. Nella bellezza le proporzioni conteranno anche, ma la prospettiva. La prospettiva molto di più.

“La vedo sempre più energico Jack” dice la stronza della Burton indicandomi il pacco. Fa l’intellettuale distaccata, ma in fondo vorrebbe solo cambiare lavoro. Passare da sopra a sotto le scrivanie per la stessa tariffa oraria. “Eh si dottoressa. I pensieri si fanno sempre più frequenti, le fantasie più complesse, più dettagliate. Se solo dovessi lavorare sarebbe un bel problema” sorrido consapevole di quanto la mia ricchezza sfacciata infastidisca questa stronza socialista.

“Vorrei regredire un po’ con lei, se non le dispiace.” Impicco un doppio senso sul nascere e annuisco col capo. Insultandomi leggermente. “Vorrei che mi parlasse della prima immagine a cui associa un valore sessuale autonomo della sua infanzia”. No, non sono stato violentato da piccolo. Nessuna carezza, nessuno Zio con le mani lunghe. Niente di niente. Alla lunga le analisi freudiane sembrano risposte a domande che non sono mai state poste. Il tentativo di deduzione partendo da elementi comuni supposti. 150cazzo di sterle per farmi interrogare da un errore metodologico ambulante. 15mila dollari all’anno per un’università che non mi è mai servita. Eurotrash. “Non divaghi con la mente Jack”, risponda alla mia domanda.

Sessomania e sindrome da deficit dell’attenzione. Segaiolo, cinico, pornodipendenza e intolleranza al Glutine. 10mila euro all’anno per sentirmi parte di una minoranza attraverso donazioni. Celiaco.

“Mi scusi Barbara ma è davvero complesso focalizzare l’attenzione di qualcosa di statico, non trova? Ad ogni modo credo che il mio primo ricordo caricato sensualmente si riferisca al mio terzo compleanno. Mia madre che si toglie un costume rosa velato. Mostrando a tutti gli invitati un seno pallido e meraviglioso. La sensazione che provai allora fu gelosia. Quei seni erano miei, e nessun altro poteva goderne. I classici capezzoli che sanno di sigaro.” La vampira succhia tutto sorride alla mia battuta, ma sono sicuro che stia immaginando di farsi leccare i capezzoli da me. Oppure sto solo proiettando. Oppure ho di nuovo sbagliato il suo nome. “Oggi ripensando a quel momento provo solamente fascino.” “Per cosa? Per quel sentimento così innocente?” 150 spese bene, ha capito davvero ogni aspetto di me “Ovviamente per il seno leggendario di mia madre no?”.

Un’altra stronzata. La Burton mi guarda come se fossi un bambino ritardato, scuote la testa e respira forte. “Cosa vuole fare Mike? Le va bene se la chiamo Mike?” Penso che ci sta di nuovo provando, ma accotono il pensiero, lo caccio come una zanzara fastidiosa che punge il mio cervello da dentro. E la cosa strana è che quell’insetto è tanto Mike Cotter quanto lo sono le mie mani, i miei occhi. Anzi, forse lo è molto di più. Guardo la dottoressa spaesato, non so cosa dire, vado da lei per sentirmi impegnato nel mio autoperfezionamento. “Si mi può chiamare come diavolo vuole! Ma mi dica come riprendere il controllo!” La Burton mi guarda come se volesse spogliarmi, ma so che sono sol o a deformare ogni cosa. Probabilmente sta solo pensando, sta scavando per riprendere un idea accantonata da tempo. Una soluzione che rimane l’unica, anche se contro i suoi metodi. Lo vedo da come muove le mani. Lunghe e esili. Le immagino mentre mi masturbano, belle unghie rosa. Ho bisogno di un moschicida. L’analista-seducente Socchiude la bocca “Mike. Lei ha bisogno di concretizzare ogni sua fantasia possibile. Di rendere tangibile la sua tensione psichica. Scusi il linguaggio. Ed il modo migliore per farlo è farsi filmare. Poter continuare a riguardare i propri pensieri, amputando la parte onirica. Mi sta seguendo?” Annuisco con la testa. Sono percorso da brividi freddi, mi gira la testa. “Bene. Il video normalmente da alla finzione una cornice di realtà, un iperrealismo tagliente ed affilato. Lei dovrà togliere alla realtà la componente di finzione, amplificandone l’intensità. Rendendosi più concreto, attraverso uno schermo.” Sarò il regista del suo film, l’interprete di se stesso. La caricatura storta di un pornoattore nei panni di un industriale di Londra. Ho le vertigini “Ma come diavolo faccio? Il mio problema è relazionale, il mio disturbo distrugge ogni ricerca di appagamento reciproco. Io e solo io, il divoratore di feniletilaminapetide, nicotina, caffeina. Dipendente da tutto e da me stesso. La domanda esatta è con chi?” La dottoressa sta pensando sicuramente a se stessa, in una sequenza infinita di orgasmi, tra le mie braccia. “Credo che una attrice del campo possa aiutarla, Mike. Avrà sicuramente un’idea di chi possa aiutarla, e abbastanza soldi per produrre un filmato. Lei un regista e due o tre telecamere.” Sasha Gray, 19 anni appena compiuti. Un fisico che taglia la visuale della scena. Ninfomania accertata e un livello culturale superiore alla media. Ma soprattutto consapevolezza di se. Sasha. Grey.

“Arrivederci, dottoressa Cameron” mi saluta annoiata mentre esco dallo studio. Metto le cuffie dell’Ipod e comincio a fantasticare. Clubbed to death mi conduce alla macchina, i Digialism all’appartamnto in centro, Para-noir di Marylin mi fa trovare il numero dell’agente di Sasha, sul suo sito. Un regista semi-professionista che avevo conosciuto nella mia dipendenza. E’ eccitato all’idea di girare con una star. Io mi muovo come un automa, flash di scene possibili, successe ed impossibili. I fili dell’ossessione mi tengono sospeso in bagno mentre mi depilo. Integralmente. Prendo due xanax con una coca light per calmarmi. Miss Kittin is high. Le droghe non funzionano.

Passo due giorni di frenesia. Dormo poco, mangio poco. Fumo decine di sigarette, bevo litri di caffè. Mi addormento per massimo un paio d’ore, dopo il whisky. E’ un Tallisker 14 anni. Mi sento collassare, ma non ho tempo i fermarmi. Tutta la mia vita ruota intorno a queste ore. Ho chiamato il manager di, mio Dio, Sasha Grey. Ho mandato un anticipo di 6mila dollari. Le riprese inizieranno fra un mese, il regista vuole girare un vero e proprio film, due settimane di filmati. Io, produttore e attore nella scena principale. Guardo tonnellate di filmati porno per capire come fare.

Credo che chi non riconosce la differenza tra pornografia e prostituzione, non sappia neanche distinguere una fava di cacao da un coniglio al cioccolato con contorno di patate alla julienne, dorate al forno con olio e rosmarino. Non sto parlando di amatoriali, spy cam, glory hole e robaccia del genere. Mi riferisco alla pornografia d’autore ad alta qualità. Salieri, Marc Dorcel, Rocco Siffredi. Gli Adult Movie d’autore giapponesi con le censure a coprire cazzi millimetrici nipponici e fighe pelosissime di attrici senza ego.

Ovviamente il tentativo di riprodurre il massimo grado di realismo dell’atto sessuale porta il fruitore della Domenica a credere che le attrici e gli attori siano soltanto esibizionisti pagati per scopare. Niente di più falso, cazzo. Ogni gesto, ogni pompino, penetrazione,è ripresa in maniera tale da eccitare a turno ogni tipo di guardone. Chi si eccita nella coercizione di lei, chi di lui, chi si eccita nella visione dell’espressività del volto o nei semplici genitali. Ogni scena è il prodotto confezionato e imbellettato pronto alla visione. Ci sono porno per coppie, per segaioli, per vecchi impotenti. I porno per gli adolescenti e per i trentenni sfigati. Porno per i poveri e per gli avvocati di Los Angeles, per le vecchie dive del noir. Filmati per cattolici ed ebrei, per mussulmani, indu e shintoisti. Il rituale di osservare l’intimità di altri esiste in tutte le culture del mondo, ed oggi è amplificata, patinata e resa perfetta. L’eccitazione dell’uomo nel contemplare un atto sessuale e l’intimità di estranei, è essenzialmente evolutiva. Quale migliore selezione naturale di un contrasto tra spermatozoi nelle sesse tube, quale miglior violenza di due maschi arrapati per la stessa leonessa.

Mi accendo una sigaretta e ho voglia di scopare. Ho voglia di una perversione devastante, di penetrare con violenza tutto ciò che vedo, sono il concentrato erotico di un sega quarantenne. Il relitto affondato dell’onanismo ossessionato di tutto il mondo. Sono il filtro marcio della sigaretta-universo.

Tutto e pronto. Prendo un Tavor e lo butto giù con un sorso pieno di Tav. Svengo in un sonno chimico.

Sono sull’aereo diretto per la California. Sono in business insieme al mio regista. La troupe è già sul posto. Ho passato le settimane di attesa di una specie di come farmacologico, nico-caffeinico.

L’aereo si stacca dal suolo e si porta dietro la mia angoscia. Per la prima volta sto costruendo qualcosa, inseguendo una meta. La hostess mi guarda passandomi accanto. Sicuramente non porta le mutande e si china per mostrarmi dove e come vorrebbe avermi. Raccoglie un marsupio e lo consegna ad un ragazzino due posti più avanti. Ha un paio di slip rosa ed io sono un idiota. Ed ho voglia di Sasha Grey, e faccio finta che la 25enne poliglotta non mi abbia guardato maliziosa prima di andarsene. E le ordino un Oban distiller edition, e ci diluisco 22 gocce di Lexotan che in viaggio non mi fanno stare male. Sto diventando tutto ciò che non avrei mai voluto essere. Ho il glande che brucia, un ansia corrosiva, il nulla che mi riempie e nessuna possibilità di reagire. Mi sento cadere il mondo addosso e mi stordisco per non accorgermene.

Matt mi stringe il braccio “Ehy, Mike, sulla scena vuoi solo Sasha o anche un’altra attrice?” Cerco di formulare la risposta affermativa al menage a trois “Ma Mike, vuoi anche una decina di vibratori e di…” le parole mi si confondono nella testa. Annuisco con la testa fino ad addormentarmi.

Mi sveglio sentendo Matt che parla con una donna. E’ la hostess. Mentre mi sforzo ad aprire le palpebre e sciogliere il nodo che mi lega la bocca “ Ecco che Mike si sveglia” dice la puttanella mettendomi la mano sulla coscia. Sistemo la poltrona in posizione eretta guardando lo stronzo del mio regista con sguardo interrogativo. “Ehy Mike non incazzarti! Matt mi ha raccontato dove state andando! Una figata!” La guardo per un istante, penso a come sarebbe scoparla in bagno, una completa novità per me, probabilmente una routine per lei “E si..” leggo il cartellino “Caroline, una vera figata” dico in tono piatto. Matt mi guarda con un sorriso a 20 denti “Caroline vuole girare una scena del film con noi! Ha già qualche esperienza sul campo, roba soft. Ma direi che abbia tutte le carte in regola!” dice stringendo una coscia alla hostess che si guarda intorno con i suoi occhini blu.

Reclino la poltrona e sussurro piano “Caro, cosa ne diresti di un provino in bagno. Sai, dobbiamo provare il personale”. Mi fa schifo quasi quanto provo schifo per me stesso. Ma forse a lei essere prigioniera di sbarre proprie non crea problemi.

Mi si avvicina, tutti intorno i passeggeri dormono o guardano il film francese in proiezione su piccoli monitor davanti a loro. Cavie.

Si siede sul bracciolo della mia poltrona schiudendo le gambe. Mi accosta le labbra all’orecchio “Se solo non dovessi lavorare, ti prenderei dentro molto volentieri. Mike.” Farei qualsiasi cosa per scoparmela ora. Qui sul sedile. Ma deglutisco, la guardo, le accarezzo l’interno coscia, e mi giro dall’altra. Sto impazzendo. Mi aveva guardato veramente allora? Cosa distorco e cosa rimane così com’è? Quanto di me stesso devo accondiscendere? Quanto di tutto questo è filmabile, e quanto mi rimarrà dentro? In fondo quello che sto cercando è un coito, un atterraggio veloce. Troppo veloce per goderne davvero.

Guardo fuori dal finestrino. Stiamo sorvolando gli Stati Uniti a più di mille silometri orari, ma tutto sembra muoversi a rallentatore. Un mondo gigantesco, troppo grande per una persona sola. Ma abbastanza ripetitivo da annoiare. Un mondo che creo io ad ogni battito di ciglia, ogni suono che percepisco nasce da me, ed il fatto che lo sentano anche gli altri è questione di opinione. Chi non l’ha sentito fa parte di una minoranza. Metto gli auricolari ed ascolto in shuffle la discografia dei Nine inch Nails.

Chi non nasce nell’occidente vive per i soldi, per comprarsi da mangiare. Chi nasce in occidente vive per i soldi, per comprarsi una macchina. O una macchina più grossa. Chi nasce in Asia vive per i soldi dell’occidente, vendendo loro le proprie macchine. La propria pornografia.

Ed io, creatore del mio mondo, faccio parte della società dell’ultraconsumo. Tutto ciò che produciamo viene consumato talmente velocemente da far si che la produzione di mezzi di smaltimento rifiuti sia triplicata nei soli anni 90. Inceneritori, riciclaggio, tapis roulant e ciclette. Mangiamo tanto e aumentiamo la velocità per consumare calorie come criceti sulla ruota.

Io personalmente divoro così velocemente da non accorgermi dello scorrere del tempo, della fame, delle emozioni. Distruggo filmati porno d’autore più veloce di quanto la pornografia legale giapponese produca. Solo grazie ai film per adulti yakuza a basso costo riesce a starmi dietro.

Il paradosso del mondo è il mio paradosso. Mi inserisco nella catena di produzione per salvarmi il culo. Produttore consumatore. La perfetta autosufficienza.

L’uomo supera se stesso attraverso il viatico della masturbazione ossessiva, eccitato dalla sua immagina riprodotta in fiction.

Non sono altro che lo sperma incrostato sui miei stessi pantaloni.

L’aereo atterra. Scarico i bagagli e fuggo via da Matt e dal chiacchiericcio assillante dell’hostess-che-vuole-fottere. Dico che ci si risente domani mattina per organizzare la trasferta. Mi dico di lasciarmi in pace. Dico a Dio di lasciarmi in pace. Dico al Mondo di lasciarsi in pace.

Entro in taxi e mi facci portare all’hotel. Mi accendo una sigaretta, e il tassista mi dice di spegnerla perché è vietato dal regolamento e se fosse per lui bla bla bla. La getto fuori dal finestrino.

Arrivo allo Cheton, lascio i bagagli al facchino con 5 dollari. Faccio il Check-in in una Hall stile imperial, tra marmi stucchi e mezzi busti. Copie di copie di copie. Mentre la ragazza mi restituisce l’America X facendomi un sorriso Maybelin New York n°5 da “avrei voglia di baciarti, ma non in bocca”, arriva il tassista con il mio pacchetto di DunHill da 30 dicendo che mi erano cadute sul sedile posteriore. Si era preso il tempo di fumarne una e di prendersene un altro paio. Ringrazio e saluto la ragazza, in dubbio sul fatto che ci stesse provando.

Non so più chi sono e dove risieda la realtà. In me o fuori di me?

Entro nella stanza 1234. La trentaquattro del dodicesimo piano. Inserisco la tessere magnetica e la sfilo velocemente. Come dicono le istruzioni sulla parete. La serratura scatta. Mi ricorda una penetrazione ma passo oltre. Sistemo le valige sull’ampia scrivania. Apro la mia valigetta, poso cellulare, occhiali da sole e “Manifesto della donna cyborg” sul comodino. Vado in bagno e mi sciacquo le mani con un profumatissimo sapone al sandalo. Mi arriva un messaggio sul telefono e mi sale in gola un misto di rabbia e angoscia. 25goccie di xanax. Una bottiglietta di whisky e una mini-lattina di soda dal frigo bar. 24 dollari.

Mi sdraio sul letto e apro il libro, cerco il segno. Leggo la fine del capitolo precedente “Anche se intrecciate in una danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea”.

Mi ricordo del messaggio e gli ansiolitici attenuano il colpo. E’ la Burton.

“Ciao Mike! Come va? Senti che ne diresti di uscire in settimana a cena. Mi è venuta in mente una soluzione alternativa al film di cui vorrei parlarti. Appena sei libero chiamami, perchè credo che tu debba togliere la parte onirica delle tue riflessioni con qualcuno che ti riallacci alla realtà. Rebecca.”

La differenza tra prostituzione e la pornografia amatoriale è la stessa che intercorre tra una puttana e una puttana che si fa riprendere da una telecamera. La Burton vuole fare il salto in basso alla scrivania. Forse.

Ma a questo punto ho abbastanza elementi per credere che siano le mie perversioni a modificarsi per accomodare questa realtà paradossale. La nevrosi come meccanismo di fuga dalla noia.

Un attrice diciannovenne appassionato del neorealismo di Antonioni saprà aspettare il suo turno, aspetterà il suo numero per entrare nel mio mondo.

E pensando a Rebecca Burton in un completo nero di pizzo, i capelli legati in una finissima coda da un anello d’argento, che balla la lap dance in un locale da 4 soldi di Londra, per poi portarmi nel suo studio e farsi penetrare sul lettino, mi volano alle spalle 12 ore di volo e 1 ora di taxi. Ho un’erezione dolorosissima e il portone del suo appartamento davanti alle palpebre inconsistenti.

Spero si sia depilata e abbia una telecamera.

I don’t need a reason to hate you the way i do.

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Dark Age

Aprile 23, 2008 · 1 Commento

E poi 21 sono pochi per sposarsi
sono pochi addirittura per amare
sono pochi per scappare
pochi per morire.
21 sono pochi per bere così tanto,
per parlare così tanto, per fumare così tanto
21 sono troppi per urlare
e saltare come un pazzo,
troppi per parlare così tanto
col mio cazzo.

21 sono tanti per poco,
e pochi per molti. Forse per tutti.
21 sono troppi per pagare l’amore.

Ma 17 sono pochi davvero.
50 sono pochi per credere di essere amata
da uno che i 50 li ha passati da 10.

Anche 150 sono pochi.

Ma 17 per chinarsi in una macchina,
per piegarsi in una macchina,
per inginocchiarsi al cospetto
di una macchina, sono troppo pochi.
Ma tu sei bella, tu sei fresca e tu sei calda
e questo mondo così brutto, così freddo così vuoto.
E 21 e 17 e i 50 che ci legano, sono sempre troppo pochi,
per pagarsi la scenografia di questo sogno,
ma 21 sono abbastanza per trattarti con rispetto.

E quando la lascio, spero che il semaforo
si faccia presto verde.

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Coming soon

Aprile 14, 2008 · Nessun Commento

Penso che il mondo sia pronto per il prossimo racconto.

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Knife

Marzo 19, 2008 · 1 Commento

E quello che voglio è la violenza, una candida e mattutina violenza. Un massacro senza precedenti che mi faccia ricordare il colore del sangue, la densità di una parete intestinale. Uno squarcio devastante che faccia vibrare l’esistenza. Voglio sentire il peso di un’automatica in mano, il grilletto freddo e tagliente fare i tre scatti di sicurezza. E poi il carrello scuotere il baraccio. Come un amplesso eccitare la canna, fino a svuotare il caricatore. 15 grani più uno che volano a 600 metri al secondo verso un cadavere che non potrà mai correre abbastanza veloce. E poi nuvole di sangue, e briciole di ossa. Di chiunque. L’oggetto dell’esecuzione non mi interessa, e non mi interessa nemmeno il fatto che la vita venga spezzata o meno. Quello che mi piace, è la sconvolgente bellezza della sopraffazione, dell’adrenalinica ira immotivata. Autoalimentata dall’atoperfezionamento puro, come solo il peccato può essere. Non ci potrà mai essere una luce senza ombre, ma l’egoismo alto e divino, non lascia bagliori. L’esplosione del vincente, Wagner, il taglio degli sconfitti, atomica.

Davvero in pochi hanno rincorso un ideale tanto perfetto, la violenza a cui siamo abituati è contaminata dall’uomo e dalla suo immondo desiderio. Mentre l’arte, di camminare 700km con la testa di una studentessa sul cruscotto, è ricerca estatica del potere. Non crediate poi che la pazzia sia una buona spiegazione per la violenza. Al 90% è solo povertà e tentativo di mangiare, la violenza e lo stupro non sono altro che l’antropofagia dell’epoca moderna. Il 9% è dovuto a isteria, nevrosi, nevrastenia e sensi di colpa. In linea di massima accuserei le religioni e la loro crociata contro la vera arte. Lo 0.9% della morte nella storia è stata causata da Dio nell’antico testamento. La restante frazione è la lucida ricerca della bellezza purpurea.

Avete mai osservato il sangue uscire da un incisione sotto un occhio, braticata con un bisturi con lama ricurva da 137mm? Armonia, intensità di colori, adeguatezza al mondo. Jack the Ripper. Una sinfonia per lo spirito. Ma gli aghi non mi piacciono, e nemmeno le ustioni. Ora che ci penso è solo il contrasto fluido solido, sangue ossa, cervello cranio, organi interni costato, a farmi sentire davvero appagato. Il fatto che poi il tutto derivi dal rapporto uomo contro uomo, è una condizione necessaria a stimolare gli ormoni capaci di affinare la sensibilità. E’ un fattore sociale, ammazzare e squartare una gallina, macellare un maiale, affettare un tonno, non mi da la stessa sazietà artistica. La forza di un premio sta nella gratificazione di aver combattuto e vinto contro altri, che si sono dimostrati inferiori. Gareggiare da soli significa arrivare irrimediabilmente primi e ultimi ad un tempo.

Ma dopo l’ebbrezza di una vittoria, di un’esplosione di denti e e lingua colpiti da una .45? Non rimane davvero nulla. E spesso piango affondando le mani nella morte della mia vittima. Non per il trapasso dell’oggetto, ma per il mio. Perchè quella perfezione dura solo un istante, lasciando dietro di se assuefazione e distacco. Come tutto il resto, è assimilato dal nostro organismo. Ci si abitua a tutto. Ed il tutto rimane distorto nei pensieri, fotogrammi di vene e gengive, buchi nelle mani e crani dispersi sulle rocce. Evanescente come l’ultimo orgasmo. Evanescente come l’ultimo bacio. Il solo motivo per cui viviamo e dare concretezza istantanea ai ricordi e alle aspettative. Ai desideri e ai rimpianti.

Ci sono solo due differenze tra me e voi. Io non agisco per mimesi, ho creato il mio amplesso. Secondo, l’unica cosa che, nella mia esperienza, sembra rimanere attuale una volta esaurita, è la sensazione che si prova a spezzare una costola con un coltello da bistecca. Non vi illudete di non uccidere, lo facciamo tutti, solo che la domenica io corro il moto con un cuore nel sotto sella, voi andate in chiesa con decine di anime sulla coscienza.

E poi forse Dio ha ucciso per noia.

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