Elite Suicide Culture

Post da Gennaio 2007

Time is mine #2

Gennaio 28, 2007 · 2 Commenti


Ho le mani che tremano per lo stress. Gli occhi bruciano per il fumo e intanto schiaccio, schiaccio l’acceleratore che eroga adrenalina sull’asfalto che mi lascio alle spalle. Ho macchiato di cenere il sedile passeggero, di solito non fumo in macchina, merda. Guardo i giri: 4200. Guardo l’ora: 10.48. Rialzo gli occhi verso la strada ed un semforo mi compare davanti agli occhi. Effettivamente è sempre stato lì, ma con la calma hai il tempo di vedere il colore, che questa volta, non essendo arrivato nè alla stessa ora nè alla stessa velocità, è ovviamente rosso. Passo. Trentemoller ha il tempo di sputare 2 dei quattro beat necessari a chiudere la battuta di beta boy che una macchina mi prende in pieno sulla fiancata sinistra. Per fortuna ho fatto installare gli airbag laterali su questo catorcio di golf. Faccio due giri, alla fine del secondo mi esplode una gomma, e prendo una botta indecente alla spalla. Perdo di vista l’altra macchina nel mio turbinare. Una volta fermo, mi convinco che sia andata bene. Apro la porta a fatica. La carrozzeria incurvata la blocca leggermente. Scendo e contemplo i danni della mia macchina. 3000 euro a primo avviso. Trentemoller continua a minimalizzare il suono da dentro. Mi accontento dell’autoradio intatta. Mi incazzo per il disastro, tutto colpa di quella merda di orologio e dei miei biocicli idioti. Credo che tra loro non ci potrà mai essere un trattato di pace. Subodoro l’aria dell’idea intelligente, ma probabilmente è solo la puzza del liquido del radiatore. Un piccolo senso di colpa inibisce la mia rabbia. Alzo lo sguardo e vedo Bmw serie 1 senza cofano, con il motore appoggiato a terra, l’asfalto ricoperto da una cascata di diamanti-finestrino, uno specchietto contro il marciapiede, ed una ragazza uscire fuori dal finestrino. . . Un piccolo caschetto nero, a seguire una canottierina rossa, due braccia pallide e snelle. Corro verso di lei nel momento in cui solleva la faccia e punta le braccia per sfilare culo-e-gambe. Il sinistro le cede e vedo che la cretina si è tagliata sulle schegge di vetro. Ha una spalla rotta a giudicare dall’urlo. Trentemoller conclude e incomincia piccolo e lieve a scandire quel silenzio in Polar Shift. Dalla sua autoradio cola pesante un loop industrial-detroit, con campionature del mastro minatore. Mentre mi guarda stordita penso che dovrebbero fare le auto più dimili ad autoradio. Mi avvicino, le dico di rientrare in macchina, annuisce. Ha occhi grandi, truccati di nero-pugno-nell’occhio, come le dark che vengono a ballare nel mio locale, ma che in realtà dark non sono, si travestono solo per essere guardate. Naso piccolo, zigomi sporgenti e labbra rosa e grandi. Una bella tipa, ma forse non è stato un buon modo per conoscerla. Afferro la maniglia, punto un piede contro la fiancata e tiro. La porta si apre e volo per terra, con quei voli da sfigato del film del venerdì sera con amici. La spalla mi lancia il ricordo dell’incidente fino sulla nuca. Deve essere slogata, e mi toiglie la voglia dell’autoironia postcaduta. Lei mi guarda e mi chiede se la posso portare in ospedale, fanculo la BmW. Chiamo il 118 per entrambi, ma non prima di aver fatto portare via la MIA macchina e aver preso i cd dal porta oggetti. Lei aspetta seduta sul marciapiede, tenendosi la spalla. Guardo l’ora sul cellulare quando arriva l’ambulanza. Ore 11.38. Vaffanculo non riesco a prendere i dischi, e stasera… stasera non suono con questa spalla in polvere. Guardo il campanile con l’odio negli occhi, e il paramedico che mi urla per la quarta volta di entrare nell’ambulanza.

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Time is Mine #1

Gennaio 27, 2007 · 3 Commenti

Sono un dj ed è giovedì. Essendo questo il giorno della settimana, stasera non suonerò. Stasera, come tutti i giovedì, starò a casa, scaricherò mp3 scrivendo “singoli house”, scoprirò nuovi djs producers, diversi da me nell’essere djs, e domani mattina sarò davanti a ”L’Emporio del vinile” a comprare i dischi vinilici per la sera stessa e quella dopo.

Finirò di scaricare e ascoltare singoli verso mezzanotte. Dopo mezzanotte, per circa un’ora guarderò una puntata dei Griffin registrata e mi laverò i denti. I djs devono avere i denti belli bianchi, così i neon neri della disco, li fanno diventare fluorescenti.

Finita la sbiancatura al bicarbonato dello smalto mi corico all’una e undici. Ore: 1.11. Fino a qui è filato tutto liscio.

Mi infilo tra le coperte, guardo l’ora. Scatta il momento del sonno. Ma stanotte mi sembra diverso, mi sento lievemente più stanco, le coperte più pesanti, impercettibilmente più pesanti. E fuori il campanile batte le due. Due violenti dilanianti rintocchi nel silenzio della notte. Erano dieci anni, dieci cazzo di anni che non sbagliavo l’ora in cui addormentarmi. Di conseguenza l’ora di risveglio e umore del giorno dopo. Guardo nuovamente l’orologio. Quel figlio di troia è fermo da ieri sera, quando l’ho investito nella corsa diretta a letto. Stavano per scattare le “e 12”, non potevo permettermelo.

E domani mattina cosa succederà? E se non mi sveglierò più alle 9 e 15? Non avrò il tempo materiale per comprare i vinili, quindi serata uguale alla scorsa settimana, noia del pubblico e conseguente licenziamento, esaurirò i soldi, comincerò a fumare nazionali senza filro, tavernello, abiti sudici, dormitori. . . Mi sveglio fradicio di sudore da incubo, e guardo l’orologio. Ore:1.11. Posso ancora pregare che tutto sia nella normalità. Rompo il bozzolo-letto, mi infilo le ciabatte e guardo l’ora sul telefono. In alto a destra in piccolo vibra il numero 1006. Mi frego gli occhi ancora annebbiati dal sonno. Mai successo di avere occhi annebbiati al mattino, Ore: 10.06. Cazzo devo fare in fretta, devo recuperare il tempo perduto. Corro in cucina, prendo due biscotti, invece che tre, un bicchiere di succo invece che di the, e mangio mentre tiro fuori vestiti per la giornata-serata. Imbianco lo spazzolino di dentifricio e bicarbonato. Rovescio il bicarbonato sulle piastrelle-blu-di-metilene, mi sporco le dita di dentifricio e conseguentemente le mutande mentre-cerco-di-infilarle. Non mi pettino e mi metto il deodorante sulle ascelle non lavate, macchiando la maglietta Pulp di quell’alone fastidioso. Esco. Rientro perché ho dimenticato le chiavi della macchina e riesco. Entro ancora perché ho dimenticato la lista dei “singoli house” e la maglietta di ricambio per la serata. Esco, mi siedo in macchina e metto in moto. Ore 10:28. Ancora quattro minuti di ritardo e sono tremendamente nervoso. Mi accendo la prima sigaretta con 3 ore e mezza di anticipo, e mi fa girare la testa. Nausea e bruciore di gola.

 

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REM

Gennaio 25, 2007 · Lascia un Commento


Ci deve essere un problema. Uno di quei problemi che alla sera non ti fa addormentare. O meglio, ti distrugge dalla noia della ricerca di una soluzione attendibile, e quindi ti lascia inerme davanti alla mannaia di Morfeo. Tempo fa mi trovavo seduto in un’aula studio. una di quelle aule universitarie in cui senti i germi attaccare ad ogni respiro del marasma intorno. Un marasma silenzioso ed omicida, per intenderci. Risveglio molto precoce, preceduto da un addormentamento lento e travagliato. sonno buono nel complesso e riposante. Ed ora espongo il problema, il disagio.

Mi trovavo intento nel leggere il testo di un esame non particolarmente affascinante, quando sentii un forte gusto di ruggine in bocca, il respito mi si accorciò, pagliuzze bianche a coprire la vista periferica e. . . il tempo si era fermato. Impossibile muovermi, impossibile respirare, tutto era “frozen”, come quei cocktail da adolescente depilato in discoteca. Mi sembrava di assistere ad un opera muta, statica, dalla mia poltroncina in platea a teatro. Solo la scena è visibile perchè gli spettatori sono immersi in una colata di buio ossidiana liquida. Gli attori, in quel fotogramma di esistenza, erano principalemnte 3: le due bionde ed il castano. Detto Ippo dagli amici (scoprii in seguito) data la sua capigliatura detta “a castagna”. tutti gli altri personagggi erano fuori fuoco, la scenografia anche. La prima bionda era una sedicente modella dell’est europeo. Ma nel suo avvenente aspetto, celava qualcosa di strano, Watson. In questo attimo fuori dalla realtà, mi fermai ad osservarla nei particolari. Gli occhi blu erano leggermente iniettati di sangue. Le labbra, che dovrebbero risaltare su una pelle tanto bianca, erano di un rosa pallido evanescente. Sulla mano inanellata si diramava come radice aliena, una vena rigonfia bluastra, livida intorno. Risalii il braccio nudo e notai un piccolo ematoma proprio dove il braccio si piega. Uno solo, niente eroina ovviamente. Ma alla poveretta era collassata la vena fino alla mano. Probabilmente un esame del sangue fatto male. invisibile nel tempo. Questo poteva spiegare i continui massaggi alla spalla di prima, elementare. . . Watson. Nella solitudine non hai oltro occhio giudice oltre a te stesso, ed è veramente brutta la situazione, se ti trovi solo con te stesso, senza poter fare nulla per fare tacere il tuo io. Per questo Holmes aveva un compare più stupido.

Passai ad esaminare la coprotagonista della cartolina. Decisamente inferiore dal punto di vista scenico e visivo alla prima, ma molto più entusiasmante il quadro clinico. Avevo notato una certa irritabilità della ragazza ai disturbi esterni, prima dello stop. Nell’immagine si capiva facilmente che si stava toccando l’orecchio destro, accartocciandolo su se stesso, come se stesse cercando di nasconderlo dentro se stesso. L’implosione auricolare. Il padiglione era rosso eritema, l’altro nascosto dalla testa lievemente girata. Occhi leggermente fuori dalle orbite, sporgenti. Sarebbe un elemento innocuo se soltanto l’ipotiroidismo non fosse “la malattia autoimmune” che mancava alla tabella per diagnosticare la malattia di Raynoud. Niente di grave. Mi fece solo sorridere, almeno mentalmente, il fatto che uno dei fattori scatenanti della malattia fosse “l‘uso di strumenti a vibrazione ad elevata o bassa frequenza“.

Il terzo, l’antagonista misogino della commedia, ero io. Svelata la suspance letteraria del momento, mi stavo vedendo come in un coma dissociativo sine tempo. Oppure in un viaggio con lo spirito del Natale presente, senza spirito. E senza Natale. Totalmente immobile, ma con gli occhi completamente in “Rapid Movement“.

Sempre più veloci, scattanti, fulminanti. E tutto il resto, palcidamente ed inerzialmente, statico ed immobile.

In un istante tutto riprese movimento, io sparii nel movimento del mondo. Gli occhi placidi si soffermavano cadenzati sulle bionde, trovandole mediocri. Seppur belle. E forse vi chiederte, quale fosse il problema, dato che il viaggio non ha avuto conseguenze.

Il problema sta nel fatto che il libro che stavo leggendo, non era di angiologia. “Diritto Commericale Ed. Compatta”. 500pagine di compattezza.

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Divieto di sosta

Gennaio 24, 2007 · Lascia un Commento

E’ come quando ti trovi in macchina. Dopo aver viaggiato per quaranta minuti ti accorgi veramente che sei tu alla guida. Non sapresti ripetere i dettagli del percorso, le macchine che hai superato, o che ti hanno superato. Devi riconciliarti col volante che si è accorto della tua disattenzione, coi pedali che si sentivano calciati, sfruttati. Devi ripetere a te stesso dove stai andando, perché è è arrivato quel momento in cui non conosci più la strada a memoria, devi scegliere. Scegliere la direzione giusta: “meno semafori, che ore sono? No li ci sarà una coda fottuta. Le scuole? Che palle le scuole e tutti i nani brufolosi che intasano strade, mezzi e audiosistema.

 

Ed è esattamente così. Puoi scegliere che strada percorrere, per evitare il traffico, ti chiedi perché evitarlo. Le strade non le hai costruite tu, almeno di essere l’urbanista di turno, questo è certo, ma non le avresti costruite comunque seguendo le tue esigenze, ma quelle dell’intasamento.

Arrivare in orario, semafori rossi. Ci sono ragioni che vanno oltre il mondo giuridico, ci sono interessi personali che oltrepassano la collettività di 10, 20 volte. E quei ragazzi continuano ad urlare, carichi di ormoni e curiosità. Alle volte tu li osservi, da quel finestrino sporco. Nimesulide e sigarette nel sangue.

 

Come quel viaggio in macchina, ti sembra di camminare lento rispetto al mondo. Puoi premere quanto vuoi, la tua marcia non ha coppia sufficiente per spingerti al ritmo del mondo. Perché accelerare? Sei ancora vivo. Puoi correre quanto vuoi, lasciati dietro kilometri di curve e rettilinei. Ma al tuo arrivo, ti aspetta un muro e tu, corridore del pensiero, continui a sperare che la tua quinta non salga mai sopra i 2500giri.

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Nothing in you

Gennaio 23, 2007 · 1 Commento

E’ bello sentire il freddo del fumo congestionato tra le falangi. Sei un sacco di angoscia e nicotina, sbattuto tra l’incertezza e l’attesa di un indeterminato imminente. Sei consapevole del fatto che ciò che cerchi ci sia, non sai dove, nè cosa e tanto meno quando. E’, e basta. L’effetto Morgana oltre l’orizzonte. E fuggi nell’altra dimensione. Nell’oltrecielo voli sopra, sperando di vedere meglio, di trovare forse la domanda alla risposta che porti in tasca, intanto giu i piedi sprofondano. Sabbie mobili di ebbrezza. Cerchi la distrazione e la solidità del reale, ma più cerchi la riva, più affoghi. In pochi conoscono gli stadi del principio di affogamento. Manca il respiro in tutto gli schemi, nei cadaveri delle parole, nella bellezza scontata intorno. Bellezza a metà prezzo. Tutto dall’alto diventa omogeneo, la discarica multicolore. Dimenticando la sigaretta e soffocando nei tuoi stessi polmoni. Nicotina in pillole, la compressa del disagio. In pochi conoscono la reale differenza tra soffocamento e strangolamento.

Tutto te stesso è nel tuo cervello All of yourself is upon your brain.

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Just Open.

Gennaio 23, 2007 · Lascia un Commento

This new blog is going to be modified and improved in graphic and theme contents.

Cercherò di mantenere la doppia lingua per dare un po’ di visibilità e accessibilità.

Get ready to fly over.

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