Elite Suicide Culture

Post da Febbraio 2007

Time is Mine #6

Febbraio 28, 2007 · Lascia un Commento

Le soffio il fumo lattiginoso in bocca. Chiude gli occhi e inspira, sembra che stia bevendo l’aria bianca, deglutisce. Mi chiedo che ore siano, non so per quanto ho parlato, per quanto fumato, devo chiederle l’ora. Il campanile del centro, la campana intonata per le signore in pelliccia, elargisce il primo rintocco. tendo le orecchie per ascoltare. Emily mi guarda per un istante negli occhi da vicino. Mi accarezza il viso. Ci baciamo. Ho perso un rintocco, o due? Emily continua a baciarmi, ed io lei, distratto. Allarga le gambe e si mette a cavalcioni su di me. Chiude le braccia dietro il mio collo. L’ora è perduta. Mi bacia, ha la lingua fresca e morbida. Dopo aver fumato ho uno straccio asciutto in bocca. Mi succhia delicatamente il labbro di sopra, leccandomi dentro. Mi bacia sul collo, e mi accarezza la pancia. Sente inequivocabilmente la mia erezione. Mi guarda ancora “Hai voglia?”. Non sono mai stato bravo con le frasi erotiche o stimolanti, anzi non sono mai stato capace nell’erotismo in genere. Accosto sempre il sesso ad un beat techno, scandito, un martello nel silenzio. Veloce, mordace, umido e inebriante. Un cocktail in una discoteca seminterrata. Un gin fizz. La prendo da sotto le gambe mentre la bacio, cerco di non farle sentire la mia eccitazione prematura. La faccio sdraiare sul divano, e comincio a baciarla in giro. Mi passa in mente l’articolo di men’s health:

Baciatela sul collo“. La bacio sul collo

Baciatela delicatamente sull’orecchio“. Le lecco il padiglione. Sa di sapone.

Baciatela sul seno“. Qui è complicato. La abbraccio e cerco di slacciarle il reggiseno nero. non riesco. La femmina fatale dice “Vuoi che faccia io?” Sorrido pieno di me. Quasi quasi le strappo la chiusura, ma riesco a liberarla. I seni sono umidi dalla doccia. Capezzi piccoli e rosa. Le appoggio le labbra sulla punta “sfiorando poi leggermente con la lingua“. L’erezione è in fase principale.

Baciatele l’ombelico, con piccoli movimenti della lingua sul bordo“. Profuma di pulito, e comincia a respirare più intensamente. Le riempio l’ombelico di saliva, che asciugo con unlempo di accappatoio fingendo di accarezzarle la pancia.

Finisce la battuta, i 4 tempi della musica. Ma forse non è un loop house questo. Forse come diceva la mia prima ragazza “Il sesso per noi è più un fusion jazz. Oppure un vecchio pezzo di Armstrong su grammofono, Bing Crosby, Billy Holiday. Lo sai che Armstrong scalzò i Beatles dalla classifica nel ‘64?”

Emily respira sempre più intensamente. Appoggia un dito sull’elastico dellemutandine. Dice “Me le toglieresti? Fai con più delicatezza che con il reggiseno” Sorride. Sorrido, farebbe meno male un bagno di ortiche, meno fastidioso. Men’s health ha funzionato. Ma non so che ore siano. La bacio da sopra gli slip. Geme profondamente, inarcando la schiena. Ha il suo odore, mischiato a quello di un detergente intimo neutro. Ph 5.5 non è assolutamente neutro. Le sfilo le mutande guardandole i peidi. Ha dei bellissimi peidi pallidi e curati. Strano. Mentre mi avvicno, noto che ha una depilazione molto sgambata. 3cm intorno alle labbra e sul monte di Venere. Monte di Venere, mi viene in mente Vulcano nella sua fucina a forgiare spade e scudi per tutti, più che la dea dell’amore e della bellezza seduta su una montagna a depilarsi al zona perianale. La bacio in alto, come dice il giornale. Lei inspira e geme. come dice il giornale. La tocco appena con le dita, sfiorandola. Geme. La sfioro ancora e geme. Deve ssere la mia vocalist, oppure la registro. E’ calda e umida. Non certo come la dea della bellezza, pura ed integerrima. Si mette seduta mi spinge sdraiato sul divano. Dice che ora tocca a lei. . .

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Time is Mine #5

Febbraio 14, 2007 · 1 Commento


Ed arriva. La sottoveste, c’è. E’ un accappatoio ma non cambia. Rosa, legato in vita. Si intravede un reggiseno nero. La spalla fasciata, c’è. Nell’altra mano una pistola. A forma di vassoio-teiera-tazzine e biscotti. Il mio cuore ricomincia a battere, ma l’erezione rimane. Struccata ha un fascino da ragazzina 16enne, ma il suo sguardo è profondo. Devastante. Mi dice di andare al tavolo, “lascia quel patibolo senza boia, ti devo delle spiegazioni, no?”. Dico che mi sembra tutto così strano. E’ come se in questa sala non ci fosse tempo, come se un aria antica si sia depositata sui divani. Le dico che mi spaventa, che mi sta mettendo a disagio. Mi versa una tazza di the bianco, sorridendomi, buona. E comincia “All’entrata hai visto la targa di ottone della Lethra. Ti ho visto guardarla e fare finta di nulla. Bene. La Lethra è l’associazione che gestisco in qualità di presidente fondatore.” Le chiedo di cosa si occupano, non li avevo mai sentiti. Il the mi scalda da dentro, in parte questo dialogo mi conforta. Il silenzio di prima mi aveva fatto pensare troppo. Mi guarda per un attimo, si morde il labbro di sotto si alza e voltandomi le spalle “Suicidi”. Coprono omicidi mascherandoli da depressione. “Ci occupiamo della promozione del suicidio come neccessità umana all’autoselezione. Ci occupiamo della migliore forma di suicidio, stilando profili personali, per ogni singolo cliente, offrendo locations tranquille, mezzi idonei e sicuri. Il più grosso problema di un suicida è la paura di non morire. Di soffrire ancora.” Pausa. accende lo stereo a muro. Inserisce un cd. Android Lust, credo. Si gira sorridendo “Questo è il discorsetto preparato che rifilo ai finanziatori quando vengono a parlarmi. In ogni caso è questo che faccio. Aiuto la gente a morire, e non sai quante persone si rivolgono a noi, con le idee più strane, con le esigenze più assurde.” Le chiedo che tipo di persone si rivolgono a loro, immaginandomi uomini di mezz’età frustrati, e “Ti sbagli. So a cosa stai pensando, alla figura di ometto pelato sul cornicione o la donna abbandonata dal marito alcolista. Stronzate. I suicidi sono per l’80% spiegabili scientificamente. Letrha: Letal thransmittor. Ti dice nulla?” Oscillo la testa mentre porto la tazza alla bocca. “Bene. L’evoluzione ha portato l’essere umano ad essere un abominio ti tensioni. Gli rendono la vita impossibile, ma se da una parte si fanno sempre meno bambini, dall’altra c’è il rischio della sovrappopoloazione. Sembra che ogni elemento del sistema esista per riequilibrarne un altro. Tendi da una parte, tira dall’altra. Ottieni quelle sottili lamine di esistenza che chiami uomini. Ma perchè allora esiste ancora un fenomeno tanto diffuso come il suicidio? Una controtendenza all’eistenza, proveniente dall’intimo. Madre natura ci riserva sempre bellissime sorprese sai?” La ascolto annuendo, distratto a tratti dalla musica. Le chiedo di cotninuare, la trovo affascinante mentre parla. Gesticolando a volte le si scosta, l’accappatoio, ha un bell’ombelico. “Allora perchè non vedere il suicidio come qualcosa di indotto. Un neurotrasmettitore esistente, o ancora da scoprire, invia un impulso al cervello di autodistruzione. Questo segnale sarebbe presente in ogni uomo, ma potrebbe colpire solo coloro il cui istinto di sopravvienza non è abbastanza sviluppato. Cioè, e qui concludo, chi è psicologicamente e fisicamente inadatto a sopravvivere o inutile al sistema. I suicidi di uomini adulti con bambini sono molto pochi, l’istinto di autoconservazione della specie, che tu chiami amore filiale, li tiene in vita. Il Lethra colpisce quando sono adulti. Giovani depressi e vecchi non più produttivi. La grande massa della nostra clientela.” Le confesso di sentirmi un idiota. Mi sento vuoto, avrei voluto pensarle io certe cose. Mille pensieri mi colpiscono, ma il suo collo bianco è come un retropensiero in ogniuno. Dietro, la musica come un lamento. Non ha beat, non ha quasi ritmo. Una cantilena di disagio. Guardandomi si avvicina e mi dice che faccio parte dei normali 99995 su 100.000 che pensa soltanto al suicidio. Il segno che siamo immuni, almeno in quel momento, a noi stessi. Le chiedo se posso fumare. Senza rispondermi si allontana, apre un cassetto e prende una piccola scatola di radica. La appoggia sul tavolo e dice di fumare una delle sue. Dentro alla scatola ci sono imbustinate alla Coffe-shoop-di-Amsterdam, una decina di “Joint of something“. Prendo una white widow, e ridacchiando accendo. tra l’imbarazzato ei l sorpreso le chie… “Il suicidio è spesso impulsivo, altre volte meditato e costruito. Gli stupefacenti, i calamanti e gli alcolici, ci servono a mantenere il più a lungo in vita il cliente. Qui dentro non ci sono leggi, i morti non relazionano, quindi l’assunzione, che il suicida evita per imposizione, è spesso l’evitare una scelta di cui si sarebbe potuto pentire. La mente lucida è una prigione, se il suicidio è Lethra noi operiamo, altrimenti, per il restante 20% dei suicidi cerchiamo di evitare.” Mi si siede sulle ginocchia, mi toglie il filtro di bocca e aspetta che le soffi il fumo tra le labbra…

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Sorry

Febbraio 8, 2007 · Lascia un Commento

Guys, be patient please. I’m overstressed right now. Too much study, and very few minutes per day to write. No motivation at all. So wait just a couple of days to read the central “Time is mine #5″. The translations of the first 4 chapter are work in progress ;) thank you all for support.

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Time is Mine #4

Febbraio 2, 2007 · 7 Commenti


Il taxista abbassa la musica e chiede dove ci deve portare. Una via piuttosto centrale. Mentre il taxi proietta sui finestrini frammenti di film, Emiliy mi guarda, questa volta ha un viso buono. Mi si avvicina, mi da un bacio sulla guancia. Max Factor n°4. Devo scostare la spalla per guardarla. Dice “David, non sai cosa hai fatto. Mi hai salvata, sei il principio della natura che mi ha riportato qui”. Mi chiedo cosa cazzo stia dicendo, e le rispondo che non importa, anzi le chiedo scusa per la macchina. Mi sussurra che era rubata. Mi paralizzo sul sedile e guardo fuori: un video simile a quello dei chemical. Non vedo nient’altro. Il taxi si ferma dopo circa 20minuti di viaggio. Guardo l’ora sul cruscotto. Ore:15.47. Faccio per pagare ma Emily ha già fatto. Il conducente ci dice che se è così potevamo dirglielo prima. Non so, la spalla mi fa male e voglio solo andare a casa. Emily esce, prende la borsa con la mano buona, rovista nella borsa e le cadono le chiavi. Si china per raccoglierle, non porta le mutande, alzo lo sguardo imbarazzato. Siamo davanti ad un palazzo del centro di età vittoriana. Fuori dal portone diverse insegne di studi medici, avvocati. Tutti in ottone tranne uno, ma io che cosa sto facendo. ho appena perso il lavoro, dovrei sbrigarmi… Emily mi prende la mano e mi trascina dentro. “Lethra, problem solving“. Entriamo in ascensore. L’odore degli ascensori si mischia a quello del disinfettante della mano, il profumo dei sui capelli. Mi gira la testa e rompo il silenzio con un “Allora chi sei? Perchè mi hai portato qui?” Mi figuro la risposta. Lei mi prende, mi sbatte contro la parete dell’ascensore, mi bacia mentre mi afferra per le palle, ma solo dopo aver bloccato l’ascensore tra i piani. Mi dice che ne parleremo davanti ad un the in casa. Peccato. Arrivati all’ultimo piano, inserisce la chiave per andare al vero ultimo, privato. L’ascensore si apre su un grande salone. Pavimento in travertino, ricoperto da un tappeto marocchino enorme. Guardandolo direi che è ricamato a mano. Aghi d’osso. In centro alla sala un enorme tavolo di cristallo ovale, una 15ina di sedie di noce. Simili a quelle che aveva mia nonnna al mare, su cui non potevo sedermi nudo. E lei non porta le mutande. Ai muri ci sono decine di opere in ceramica Raku rappresentanti, credo, Dei greci stilizzati. Sulla parete di destra un grosso armadio. Un divano di pelle avorio. A sinistra una porta. Emily lancia le scarpe in un angolo, e mi dice di mettermi comodo. Di accendere la televisione se ho voglia di ubriacarmi passivo. Penso sia la solita critica lasciata per scherzo nell’aria. Mi dice che la tele è nella anta dell’armadio in fondo a destra. Davanti al divano, sembra ovvio. Apro le ante e sento che un meccanismo si innesta. Le grosse porte dell’artmadio si ritirano all’interno di fessure nella profondità del mobile. Si accende un televisore da 26 pollici e una mensola piena di alcolici si mostra. Ubriacatura passiva. Emily urlando, sempre più la mia vocalist “Su quel divano sono morte 4 persone”. Non ha il tono di una che scherza. Mi paralizzo per la seconda volta. “Ma non ti preoccupare, erano uomini, quindi niente sangue per loro. Sono codardi sai gli uomini? Aspettami mi metto un paio di mutande e arrivo…”. Ho un’erezione, la tachicardia adrenalinica. Sexy serialkiller? Mi immagino la scena di lei che arriva in sottoveste, con un compelto intimo. La spalla immobilizzata da una parte, ed una pistola, dall’altra. In tasca un rotolo di scotch e un coltello. Urla “Arrivo… solo un attimo che è pronto il the.” Ore: 16.10. E’ presto per il the.

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Time is Mine #3

Febbraio 1, 2007 · Lascia un Commento


Salgo in ambulanza e l’infermiere chiude il portellone dietro di me. Il rumore sordo mi fa ricordare che sono tremendamente in ritardo. Ore 12:23. Prendo il cellulare e chiamo il proprietario della Disco per dirgli dell’incidente. Dell’assenza di stasera. Penso che avrei dovuto accettare quel contratto, comprensivo di ferie e malattia pagata. Ma il 15% in meno era veramente troppo. Il cellulare dice “Pronto?”. Rispondo al cellulare che chi lo tiene in mano sono io, David, che mi sono appena slogato una spalla. L’infermiere da dietro mi dice che è più probabile una sublussazione. Il cellulare fulmineo mi suggerisce di ritenermi libero da impegni per i prossimi week-end, “da qui alla mia morte”. Sono appena stato licenziato, da un lavoro che non avevo. Guardo l’ora. 12.29. Il negozio di dischi chiuderà ora, ma che importanza ha? Intanto un altro infermiere sta medicando la mano della ragazza, che mi sta fissando. Occhi dispersi nel nulla, in realtà non so se stia guardando me o l’infinito alle mie spalle. L’infermiere ci sta provando con lei. Ci dice che a breve faremo delle radiografie, mi risistemeranno la spalla e ce ne andremo a casa. L’infermiere-chiudi porta ci crede fidanzati, e nessuno ha la forza di smentirlo. Di dare notizie utili all’infermiere-che ci prova. Arrivati in ospedale fanno una radiografia a me, e a Emily, almeno così ha detto di chiamarsi al dottore, prescrivono d’urgenza una risonanza magnetica. Fatto la lastra mi portano in un piccola sala, bianco ospedale. Uno di quei bianchi che vedi solo nelle pubblicità ritoccate al computer dei dentifrici sbiancati. Al bicarbonato. Io mi alvo i denti con dentifrici normali e ci aggiungo il bicarbonato. Mi ricordo della amncanza dello zaino, lo chiedo sussurrando al emdico che intanto sta guardando la lastra. Mi dice che lo ho appena posato a terra. Non mi ero accorto della sacca perchè l’attenzione del mondo era incentrato sulla spalla lesa, e lo zaino pendeva morente da quella buona. La tecnica degli illusionisti. Tre tentativi dell’ortopedico per risistemarmi la spalla. Tre lancinanti fitte. Scosse elettriche che scavano nell’anima, arando dalla spalla alla coscia, alla nuca, alla natica. Tre insuccessi per chiedermi se voglio l’anestesia totale. Alla parola “totale” mi vengono in mente servizi dei telegiornali, coma e collassi da Mdma. Dico continaure. Al quinto la spalla rientra. Adesso so sopportare il dolore meglio di prima, è così che il mondo mi vuole, bello duro, scalpellato dal dolore.  Pomate, bende, 20 gironi di riposo, 20 giorni di disoccupazione. La riabilitazione la faccio sul vinile. Firmo un foglio e chiedo di Emily. Il dottore, dopo che ho superato il confine tra lavoro e vita, cambia faccia. Mi risponde con saccenza. La mia ragazza è in sala gessi. La legge regola i rapporti, ma li delinea con fossi infuocati, spacca le persone in personalità. Una faccia per ogni fattispecie giuridica. Un volto per ogni ruolo, ed il master non c’è, solo il manuale del giocatore. Ore: 14.56. Seguendo i cartelli casuali dell’ospedale, con freccie in su a dire avanti, a sinistra su, e destra giu, e giu ancora dritto, arrivo in sala gessi. Emily è appena uscita. Il trucco le è colato al bordo degli occhi per il sudore. Ha l’aria afflitta e mi guarda dritto in faccia. Solo i sentimenti, nati dalle emozioni, saltano i confini. Poi sorride. ha in mano due fogli, la dimissione dall’ospedale e quello delle diagnosi. L’altra metà del busto è compresso in una fasciatura rigida che le blocca spalla e braccio, la mano è fasciata. Mi chiede di tenerle i fogli un secondo, ha una bella voce, morbida, in un tono alto. Potrebbe fare la vocalist dal mio prossimo impiego. Prendo i fogli e mi abbraccia. Entrambi ci abbracciamo col braccio sinistro. Mi dice grazie, ma non ho idea di cosa. Mi dice “David mi accompagni a casa, ho bisogno di farmi una doccia”. Le chiedo dove abita. La seguo mentre esce in silenzio. “Rottura della cuffia dei rotatori causata da sindrome da conflitto sottoacromiale di Neel mai diagnosticato“. Ha chiamato un taxi che ci apsetta fuori. L’autoradio esporta un remix electroclash delle Chicks on Speed che non avevo mai sentito. Devo cercarlo in “Singoli electro anno 2007″. La canzone in loop ipnotiche recita “Kaltes, klares wasser”. Emily non sa che col gesso avrà dei problemi. . .

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