Ti svegli di notte. Fa freddo. Hai fatto un sogno, un incubo, una fantasia erotica, ma non ti ricordi nulla. sai solo di essere scappata per oltre un’ora da questo mondo. Non hai portato indietro nulla, se non la nostalgia di qualcosa di diverso. Ti guardi a fianco e lui c’è. Non russa e sta dalla sua parte, ma è solo un cadavere bluastro e rigido. Livor e rigor mortis. L’hai disossato con gli anni, ne hai mangiato l’intelligenza, la simpatia la forza. Ora non puoi che vederne il cadavere, freddo nel buio, che tu mangiatrice di luce, hai creato. Gli tocchi i capelli ispidi, lui sogna di sesso, tu vorresti ricordarti l’ultima volta che l’hai visto vivere. Ti alzi e cammini automatica verso la cucina. Pochi passi automatici ed afferri la maniglia del frigo. Apri e la guarnizione urla come i cancelli dell’inferno. La luce dello sportello ti strizza le pupille che fanno male, fatichi più di un tempo a vedere. La mobilità dell’iride diminuisce con gli anni. Ti siedi e origli le voci dei tentatori proteici, delle succubi paste, dei satiri grassi. Uccidi e smantelli l’ordine, divorando il coraggioso nuovo mondo che hai timidamente aperto. Rosso di notte. Sgozzi e dissangui una bottiglia di rosso, sei ubriaca ma non hai tempo di pensare, non ti accorgi che del latte, della carne cruda. Espandi te stessa nel mondo, un traguardo dopo l’altro mandi in cancrena case, vacanze, cieli stellati e tramonti emorragici. L’ematoma della notte non esiste più per i tuoi occhi. e poi ancora, uova, pane, sugo di pomodoro crudo e pesto, banane, yogurt e mandarini, canzoni di Mozart, Pop, impressionsiti e libri di storia. Deglutisci tutto, il pene cadavere sul letto freddo. Sei la puttana che spopola la strada, a macchia d’olio uccidi la notte, il cielo. Il baluginare del presente. Una volta esaurito il frigo ti guardi intorno. Chiudi bruciando la luce. E sei sola. Scarichi tutto nel cesso. Da una parte entra il tutto, dall’altra esce vomito e liquame. Nel mezzo soffri e non ti sfami.
Ed allora si che guardando il vuoto che hai creato vorresti essere cane, per non accorgertene, o Dio per controllarti. Ed invece sei uomo, sei donna, sei infante: allora soffri e continua a vomitare.
“…quare id faciam fortasse requiris, Scio. Fieri sentio sed excrucior…”
Mi sveglio in una mattina senza tempo. Sono immerso nella più profonda parte del mio intimo. Posso palpare come un eterno presente intorno a me. Eventi in azoto liquido. Da quanto mi ricordo è andata benissimo con Emily, ma non ho avuto tempo di chiederle nulla. Mi sono addormentato appena finito. Siamo andati avanti forse un’ora. Fumato, bevuto e sono andato a rivivere la stessa scopata con Morfeo. Dovrei guardare l’ora ma non me ne frega un cazzo. Mi sembra di poter vivere senza il tempo, con questa nuova ragazza. Che non c’è. Sento l’odore di caffè e pane tostato. Mi alzo chiamandola. Mi dirigo verso la cucina, senza sapere esattamente dove si trovi. Una giornata passata nella casa e ho visitato solo l’ingresso. Sul tavolo è apparecchiato per uno, il caffè è appena uscito. La tostiera sputa il pane. Prendo il pane, verso il caffè e mi siedo. sul tavolo il numero della segreteria telefonica a cassetta indica 2. Premo il triangolo. Penso che sia Emily che mi chiarisce la sua posizione su di noi, mi dice che posso stare da lei quanto vorrò. . .
“Buongiorno David, questa sarà la nostra ultima conversazione” -Mi sento sanguinare l’anima “nel momento in cui il timer del toast ti ha svegliato” -Mi sono alzato prima “è stata chiamata un’ambulanza per cercare di salvare il mio corpo da un overdose di Propofol endovena mischiato a cannabinolo e alcolici, mi sono suicidata.” -Ma perchè? Dopo tutti quei discorsi. . . “Non ero depressa, non era colpita da Lethra più di quanto non lo sia tu. La mia morte ha un duplice significato. Il primo è spiegarti che, se l’80% dei suicidi è causato da un neurotrasmettitore, madre natura che esegue un raschiamento su se stessa, io faccio parte del restante 20. Siamo i feti a cui l’utero sta stretto, vorremo respirare col naso e non potendo, ci strangoliamo col cordone ombelicale. A noi la vita fa semplicemente schifo.” -La bambola vodoo della mia anima è stata crocifissa e ricoperta di acido cloridrico. “Il secondo è farti capire cosa sia il dolore, quanto faccia male sentire il proprio ego strappato. L’emorragia invisibile. Non perchè questo sia importante in sè, o sia alla base della natura umana. Ma per farti comprendere meglio i bisogni dei tuoi prossimi clienti, mio caro neoeletto presidente della Lethra” Ride. “Nel secondo messaggio troverai le indicazioni di tutto.” -Sono la bambola vodoo della mia anima. Il burattino di legno nella bocca di Mangiafuoco. Perchè la fata turchina a messo al mondo me? “Perchè tu? E’ l’equilibrio che la natura si sforza di mantenere che ti ha portato da me. Tagliandomi la strada hai evitato che mi andassi a schiantare contro il muro, mio piccolo angelo custode. La natura ha voluto preservare la presenza della Lethra, siamo lo strumento di evoluzione forzata della specie. Non possiamo scegliere sembra.” Mi sento un burattino manovrato dalla fata turchina, manovrata dall’autoperfezionamento, manovrato dall’equilibrio, manovrato dall’ evoluzione della specie. Il tentativo di essere in cima alla catena alimentare. Coniglio-Falco-Falconiere e poi su nella scalata verso il fondo. “Buonafortuna David, e la prossima volta usa il preservativo.”. Il messaggio si interrompe. La voce della segreteria telefonica annuncia lontana il secondo messaggio. E’ la voce del Notaio che mi elenca in ordine i cespiti patrimoniali mobili, immobili, finanziari. Partecipazioni, onoreficienze, valori. Oggi pomeriggio devo andare a sottoscrivere l’accettazione. Mi sento un piccolo schiavo multimilionario eletto a messia dal precedente. Penso che dovrei rifarmi ad una figura illustre che mi ha preceduto. Bhudda? distaccato. Confucio? Vecchio e perbenista. Maometto? Non può andare bene in questo momento. Gesù Cristo? Beh, Cristo è come vorrei che fosse una donna. Ha un fisico asciutto e tonico, mai visto una crociffisione in ci non stia bene. E’ sofferente. Non ha mai fatto sesso, mai scoreggiato o ruttato. Non ha mai vomitato, neppure dopo aver trasformato litri e litri d’acqua in vino. Barba e capelli di moda nei ‘60. Morrison. Il culto estetico del Messia. Prendo le chiavi di una Mercedes Sl500 del ‘54. Dono di un dirigente General Motors suicidatosi per un piccolo disappunto fiscale. Parto, accendo una sigaretta e vado in ospedale a identificare il cadavere. La morte sarebbe un soffio di aria fresca su ustioni di terzo grado sul 70% del corpo. Ma il lethra non mi colpisce. Sono il presidente.
Emily diceva che i cadaveri sembrano corpi caduti dal cielo. sono appiattiti sul lettino, per terra, sul parabrezza di una macchina. I muscoli sono così permissivi che i cadaveri sembrano angeli caduti. Pallidi, perchè vivevano al di sopra del sole. Fuck the pain away, urla l’autoradio mentre corro in ospedale. Quello che Emily non mi aveva detto dei morti e che si gonfiano se li lasci sul divano degli alcolici per più di tre giorni. Puzzano, marciscono.
Non mi aveva detto che il denaro lava via il passato ed il presente. Ma che la paura rimane sempre, il burattinaio ti fa mettere da parte le molliche comunque, briciole di ansia e tremori, per il futuro.
Ore:11.45. fra 10minuti ho il mio prossimo appuntamento, ma se vuole possiamo fissare la data subito. Che ne dice di domani alle 17?
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