Elite Suicide Culture

Post da Aprile 2007

Tele fonia #4

Aprile 30, 2007 · Lascia un Commento

MailboxCosì comincia il mio viaggio. Da una lacrima di odio a bagnare l’apparenza. Una mano sofferente ad appoggiarmi nell’ignoto.

Voi lo chiamate parto. Noi la chiamiamo “spedizione”.

Dal tremito della mano in un mondo di diversi compagni. Cado lentamente nella buca, nell’universo. Tutti uguali stipati in buste di nylon, mille colori di attrazione, le pubblicità si aggirano silenti e senza nulla da dire. Sono patinate e sono come le vedi: vuote e meschine. Hanno doppi fini. Al loro fianco la grande maggioranza delle cartoline. Un’immagine ed un saluto ad affrescare, un ricordo da non far scivolare oltremare. Un’emozione obbligata dalle circostanze. a migliaia urlano la loro banalità. Ed io cerco di vomitare. Mentre la nausea mi assale, divora il mio sussurrare, mani inguantate di pelle aprono la buca. Mi strattonano, mi costringono, mi conducono in spazi ancor più vasti. Con molto più pubblicità, molti più ricordi. La giovinezza della mia esistenza, si assotiglia in pochi sussuri simili ai miei. Accanto a me una busta color avorio. Poche parole di rabbia e rivoluzione. Un bossolo, di una smith & wetson, piccolo calibro. Odora di polvere da sparo, l’indirizzo scritto nervoso, una biro che sbava. Il caldo ed il sudore. Tutti intorno ripetono il proprio messaggio, cercando di urlare più degli altri. Non hanno altro da dire, non sono altro che le parole scritte su un foglio.

Voi la chiamate anima, noi lettera.

Tante buste gonfie, le dita sporche hanno scritto gli indirizzi. Senza i mittenti, piccoli quantitativi di superpolline. Di cocaina. Una pillola di MDMA per posta. Funghi dell’equatore provenienti dal nord. Psiolbicina è quello che sono, non hanno parole per noi. Se non la distorsione del loro vero essere, perchè il contenuto è illegale. Non sarebbero accetati altrimenti, belle buste per non mostrarsi. A nessuno frega un cazzo di quello che sono gli altri, siamo tutti troppo intenti ad urlare ciò che siamo. Fate pure finta, pieno il palco, vuota la platea.

Voi la chiamate ipocrisia, noi “esportazione di stupefacenti”.

Amori, diffide, litigi ed inviti. Piccoli messaggi da ascoltare. Più tardi, più lentamente. Altre mani ci dividono, appena prima di riuscire a cogliere il messaggio ridondante. Quella sottile verità che accomuna tutto l’eco. E così invecchi. Ti separano per zone, per comuni e per destinazione. Ti ritrovi infine in un loculo, la buca delle lettere di un coglione qualsiasi. Nella mia singola fattispecie: un giovane giornalista erotomane, con dei piccoli problemi giudiziari, e troppe bollette da pagare. I video porno hanno un messaggio ben chiaro, ma che non riesco a cogliere. Le pubblicità dopo il viaggio sono gonfiate di umidità, il nylon strappato, le pagine piegate. Continuano a sprigionare colore e banalità.

Noi la chiamiamo usura, voi “l’impossibile resa alla vecchiaia”.

Ed è quando qualcuno comincia ad ascoltarti che comincia la tua fine. Il giovane mi prende e decide di guardare oltre alla busta antica. Ho il tempo di sussurargli dolce che mi deve posare sulla scrivania giusta. Povero piccolo, gli basta. Mi chiude la bocca e accarezza fuori.

Noi diciamo “inoltrare un messaggio”, voi credo lo chiamiate “petting”.

Il giornalista si accende una canna e si mette a dormire. Continuo a ripetere il copione di domani. Tutto ciò che sono per il gran finale. Come una maniaca ossessiva non penso ad altro. Non sono altro. Siamo tutti paranoici e compulsivi.

Vengo portata in macchina, su per le scale, attraverso i corridoi. Tutti mi guardano, nessuno mia scolta. Mi appoggia sulla scrivania del redattore. Un signore anziano mi guarda, mi guarda dietro. Apre la busta e mi ascolta:

“Mi presento. Sono una ragazza di 24anni, frequento l’università di lettere.” Fino a qui sembra interessato. “Appartengo ad una delle famiglie più ricche della città, ottimi risultati negli studi, piccole soddisfazioni in amore. Ma quello di cui sto parlando è solo spazzatura. Da 3 anni a questa parte mi sono imbattuta in una strada in salita e che non porta da nessuna parte. L’anoressia. Lo psicologo mi ha detto di frequentare. . .” La mano mi chiude la bocca. Profuma di dopobarba. Mi rimette nella busta e mi inserisce in una cartella più ampia. Ciò che sono non rappresenta più interesse per il mondo. Non sono più una moda. Sono solo il vecchio rimasuglio di un problema inaffrontabile, che tutti vorrebbero dimenticare. Chi vorrebbe ricevere una busta piena della merda del mondo?

Categorie: Uncategorized

Tele Fonia #3

Aprile 26, 2007 · Lascia un Commento

Rifletto un attimo. Mi accascio sulla sedia, porto la tazzina di caffè alle labbra. Vaffanculo. Guardo il caschetto pulitissimo della signorina mi-affetto-le-braccia-per-sentirmi-viva e chiedo “ti è servito a qualcosa?”. “Occupare le giornate” dice. “Non pensare alla merda della mia vita, aiutare gli altri. Si forse a qualcosa è servito”. Fare una doccia ad un altro per non sentire la tua puzza. Proiezioni. E’ come voler perdere a tutti costi l’udito per non sentire il mondo urlare, l’unica cosa che otterremmo sarebbe la totale perdità di controllo della nostra voce. Dimenticare l’odio che si prova per il mondo, ci porta solo in una bella piscina blu cobalto di sabbie mobili. Finsico il caffè, amaro e bruciato. Saluto e ringrazio. “Ci vediamo alla prossima seduta” dico.

Le nuvole sono finalmente arrivate. Il cielo è zebrato di bianco e grigio, l’aria si sta facendo fredda. C’è odore di pioggia e mi devo lavare i capelli. Ho capelli finissimi che in città catturano polvere, smog, catrame, sudore. La meschina ragantela rossa. Dovrebbero farci un film. Una specie di seguito di aracnofobia ambietato durante la guerra del Vietnam.

Aprendo la portiera della macchina mi cade l’anello del mio ex. 14 kili fa mi stava perfetto, ora ha qualche problema di adesione alle falangi. Di solito quando mi capita piango, mi chiedo dove sto portando la mia vita. Urla, lacrime, muco dal naso, piccole crisi d’isteria, sensi di solpa, vado al bar, prendo una brioches alla marmellata e la mangio in un morso. Placo il rimorso, vado in bagno, appoggio due dita al velopendulo ed espello. I sensi di colpa per aver avuto sensi di colpa. Sono questi i processi che ti fanno capire di essere un pochino malato. I sensi di colpa dei sensi di colpa dei sensi di colpa, chiesa, ateismo, istinti, estetica, ginuflessione. Una gara ad essere il capostipite supremo della mia morale.

Metto in moto e la cinghia stride. Dovrei farla tirare, ma ho altre urgenze al momento. Mi guardo il piede mentre premo sull’acceleratore. La caviglia è davvero magra, ma in fondo meglio che uno zampone senza piombino. E’ ora di trasformare la rabbia in un sano e costruttivo odio attivo. Se continuo a tenere tutto tutto dentro non riuscirò mai a trovare lo spazio per una pasta alle vongole. Devo smettere di sfamarmi di ansia, ha un sapore tremendo.

Accelero fino a casa battendo il tempo dei 48 minuti dell’andata. Un traguardo senza rivali. Apro la porta e squilla il telefono. E’ mi a madre “Come stai piccola?” Una merda, ma dico bene. “Ti ho pagato le bollette, ti ho ordinato la spesa che arriva stasera. . .” butterò tutto e terrò gli yogurt, la basta e i dadi per il brodo. ” ho saldato il conto dal benzinaio e dalla lavenderia” Grazie mamma sei un angelo lo sai? Il suo tentativo di riparare ai danni del suo divorzio sono amabili. Vivo da sola in una casa di 120mq, attico in centro. Frigo bar da cui non attingo, televisore 42″ a parete, divani di pelle-che-fa-sudare-le gambe rossa, un bagno in marmo e quarzo rosa. Specchi d’epoca, mobili di modernariato. tutto ciò che una madre potrebbe regalare per chiedere “Scusa amore, sono stata una pessima madre”. Solo perchè non mi ha garantito uno stato di banormalità. “Amore ci snetiamo domani” attacca. Mio padre ha una società che controlla il commercio estero di una fetta del mercato navale. L’altaborghesia occidentale. Gli arricchiti di oggi, i ladri di ieri.

Scrivo una lettera ad un amico giornalista. Lavora per un quotidiano molto diffuso, “uno scagnozzo da cronaca nera” si definisce. Voglio creare uno scandalo a livello nazionale, qualcosa che attacchi la morale comune e i reazionari. Una lettera che possa essere discorso ai tavoli di Natale per almeno due anni. Comincio:

Caro Cole

Categorie: Uncategorized

Tele Fonia #2

Aprile 15, 2007 · Lascia un Commento


Viaggiando ai 130 sulla corsia di sorpasso per più di 30 minuti ti si annebbiano i pensieri. Cominci a pensare in rima, mescoli canzoni, guardi i colori dell’autostrada e ti chiedi “Ma chi diavolo ha detto che le strade debbano essere grigie?”. Un pozzo di acqua pulita nella melma dei pensieri quotidiani.

I cicli circadiani cambiano, ciclichicamente.

Ritorno alla realtà e rifletti. La psichiatria in questo secolo ha dichiarato il proprio fallimento, abbiamo in vetrina più di un caso standard di insuccesso: Politici ed ansiolitici, attori e Mao-inibitori, attrici e triciclici. I pensieri si stanno annebbiando data la formulazione in rima. Il disastro di una scienza attraverso la mediocrità della cinematografia hollywoodiana, il fallimento della democrazia e della pace perpetua. Risolvere tutto il male accumulato con la lezione di oggi “tecniche di motivazione e movimenti cognitivi”. La psicologia cognitiva è la più in voga oggi, fino al prossimo programma di aggiornamento. Dopo dolce e Gabbana, Ck, Tommy è Ralph, Armani.

Già visto, già fatto.

Arrivo alla sede dell’associazione e mi dicono che non posso frequentare quella lezione. Cioè, posso frequentarla ma non sarà valida per il certificato. Un pezzo di carta in cui attestano che sappiamo fare, sappiamo agire. Quando la realtà è che hai preso appunti per semestri interi e assimilato nozioni che sono volate via. La tragica storia del post-it e del frigorifero. Laurea, diploma, Master in discesa libera. Il tracollo della borghesia e del suo Status nel cesso degli attestati e dei punteggi. La meritocrazia, il violento ricordo di un educazione spartana.

Saluto la segretaria e mi accomodo su una di quelle sedie di pelle e aluminio che cigolano ad ogni movimento. 42kili non sono sufficienti per farla cigolare. Ai muri sono appesi quadri astratti, per tre quarti colori, linee e armonicità soggettivata, nel restante quadrante, in basso a sinistra, un altro quadro, la sua cornicetta e dei paesaggini in stile naif molto graziosi. Quindici quadri tutti uguali, in cornicie laccata azzurra sulle pareti rosa salmone. Rilassante ed orribile. La sedia scricchiola e sento un tuffo al cuore. Sto guarendo. Guardo a lato della pelle sperando un piccolo cedimento. No. Manca una vite.

Incazzata e delusa guardo la segretaria. Signorina scusi dove si può prendere un caffè qui in zona. Dice “Qui in zona da nessuna parte” ride “ma ho la macchinetta qua dietro” indica sorridendo “Come lo prendi?”. Senza zucchero, sa com’è la linea. No. Due zollette e latte: la strada verso l’accettazione di me stessa. La biondina si alza e si gira, facendo roteare il suo caschetto di capelli finissimi in tondo. Ha un culo perfetto e gambe lunghe. Più magre le mie però. Va nell’altra stanza, facendo finta di seguirla, lancio un’occhiata alla scrivania. Il volume delle presenze aperto alla pagina di oggi. Dallo stanzino merende una voce prende confidenza. Dice “Scusa se ti do del tu, ma avremmo la stessa età più o meno” ridacchia e sbuffa “Perchè lo fai? Io ho provato ma è un lavoro veramente tremendo”. Lo faccio per me. Metto una firma alla data di oggi. Devo imparare a gestire lo schifo del mondo, come viatico di assoluzione per me stessa. Almeno così dice il mio analista. Poso la penna. L’aria vibra di una vocina titubante “Anch’io ci sono passata, sai” non sa se è il caso di parlarne ma continua ” Prendevo citalopram. Ma ora sono in fase di disintossicazione. Medicine al posto di altre medicine, al posto di altre medicine. Ad alimentare la lobby” ma ora l’ha superata. “Le fasi depressive sono finite, ora ne sono sucita del tutto”. Esce dalla stanzetta con le due tazzine in mano. Le braccia sono segnate dal polso all’articolazione del gomito. Sottili cicatrici orizzontali. Dal gomito alla tazzina del caffè, seguono il decoro della sua camicietta scolalta a V. Ora fuma 1pacchetto e mezzo di sigarette “e una decina di caffè” ride. Da una lobby all’altra, non siamo più liberi neanche di soffrire.

Continuando la conversazione scopro che al centro lavorano solo ragazze con problemi di isolamento, depressione, disturbi alimentari e sindrome da alienazione genitoriale. Io odiavo mio padre, perchè era un iracondo figlio di puttana. Non l’hanno mai diagnosticata però. Siamo le malate che dopo diagnosi di malati di professione, devono curare altri malati per curarsi. Siamo la mano d’opera a basso costo del ciclo malthusiano moderno.

Categorie: Uncategorized

Tele Fonia #1

Aprile 11, 2007 · Lascia un Commento

Già visto, già fatto.

Il reggiseno troppo largo, le mutande cadono sui fianchi e null’altro al mondo potrebbe importarmi oggi. Oggi nulla mi sfiora, oltre alle costole sporgenti, alle scapole contro il sedile della macchina. Gli anelli che cadono. Potrei parlare per ore dell’anoressia, dai disagi dell’infanza, dalla dissociazione dei bisogni, dalla paura di relazionare, ma oggi io non odio me stessa. Odio il mondo, il mondo che mi ha portato ad essere sola, bella, magra, brutta, sola e poi ancora. Il medico dice che è un primo passo, io rispondo che non ho più fame di nulla. Non voglio consocere, non voglio incontrare. Lo psicologo replica che dovrei provare con una terapia di gruppo. Gli ho proposto un gruppo di sessodipendenti, dice che il mio disagio non deriva da un problema di tipo freudiano. Penso che anche loro non vogliano avere nulla a che fare con la realtà, se non con labbra e prepuzi si intende. Ogni volta che mi sedevo su quel divano, mi sentivo come una stella che combatte per non essere inghiottita dal mattino. Fino a quando mi propose il corso di comunciazione sociale.

La lezione comincia alle 11, sono le 10,30 e mancano 50minuti di autostrada senza traffico per arrivare. Sono a metà di un modulo di 10 lezioni su 4 settimane per cercare di non bruciarsi le ali al telefono. Un telefono amico, sovvenzioanto da fondi Comunitari, per il supporto di persone sole. Non tutte le persone sole possono chiamare, solo quelle che sono passate da un medico, ottenuto la diagnosi di uno dei disturbi nella lista ed iscritta al gruppo “Amici del Telefono amico”, o qualche stronzata del genere.

Il dolore come lascia-passare mediatico. Già visto, già fatto.

Noi piccole Charlie’s angles, non possiamo permetterci

Di Piangere

Di coinvolgerci.

Di rivelare dati personali.

Di elargire soldi.

Di cadere nel mondo. Merda, tutto ciò che secondo lo psicologo dovrei fare mi è vietato.

10 lezioni per abituarci alla tragicità, cristallizzare emozioni. Come abituarsi alle proprie dita ruvide, ai diuretici, agli svenimenti. Come abituarsi se il sintomo più grande dell’accumulo di scorie umane, siamo noi stessi?

4 settimane per rendere ogni telefonata ignifuga. Già visto, già fatto.

Arriverò in ritardo e non mi convalideranno la lezione, dovrò frequentarla nel prossimo ciclo. Il cielo è blu vuoto, quel blu che regala una mttina allegra. Ma per tutto il giorno ti chiederai quando cesserà il vento, quando cambierà qualcosa, quando potrai sdraiarti e gioire del mondo. Mi sento come una lancia scagliata verso un assembramento. Non so quando colpirò, se colpirò. Se mi spezzerò.

Categorie: Uncategorized

Pillole

Aprile 4, 2007 · Lascia un Commento

Categorie: Uncategorized