Elite Suicide Culture

Post da Maggio 2007

Ice Milk #2

Maggio 28, 2007 · 4 Commenti

G.

“14ore di aereo sono troppe per tutti. Anche se in prima classe senza pagare, quattordici ore seduti senza un film decente sono una tortura. Arrivato all’aeroporto ho visto un autista col mio nome, G, l’ho salutato e seguito. Un signore sulla sessantina, alto, parlava un pessimo italo-americano. Incomprensibile. Salito in macchina, una Mercedes Cl class nera con interni in pelle rossa. Una figata colossale, trovo la valigia dei vestiti, le due di alluminio degli strumenti ed un telefono. A quel punto ho guardato l’ora ed erano le 18” racconto a Monica in camera mia. Questa bambolina non mi sta neanche ascoltando. Ha l’occhio fisso sui miei pettorali mentre annuisce con la testa. Siamo seduti su di un copriletto si seta nero. Lei indossa un abito lungo, albicocca, delle scarpe rosse di smalto allacciate alla caviglia. Nessun reggiseno per lei stasera. Durante lo scorso lavoro con I, stavo per mandare tutto a puttane per colpa sua. Avevo dimenticato un astuccio di “tristi mietitori” in borsa, convinto di averli in tasca. Fortunatamente mettevo in scena un personaggio poco propenso all’azione manuale. “Ti ricordi la scorsa volta G?” mi tocca una coscia “Ci siamo divertiti no?” Ha una voce da idiota, lamentosa e stridula. La bacio. Ha le labbra sottili e calde, sono ubriaco. Ubriaco, ma il ricordo della sua voce mi da noia, un’eco mentale che entra in risonanza con la mia pazienza. Mi ricorda mia madre quando, salendo le scale parlando di idiozie, mi costringeva a buttare via la sigaretta, nascondere i porno, quando rompeva la mia armonia. Una voce così priva di senso da smettere di baciarla. “Che c’è?” dice allarmata. Mi guarda con occhi socchiusi “Ho capito, hai una ragazza questa volta” no, ma sto zitto e abbasso lo sguardo. Mi accarezza i capelli e mi bacia sulla guancia “Non importa, deve essere proprio una ragazza fortunata”. “Grazie” dico muovendo solo le labbra. Si alza, si gira, gambe perfette, ed esce dalla porta. Un organo, un bellissimo organo a 759 canne in bronzo. Scordato e cacofonico, suonato da un monco epilettico. Penso si sia innamorata di me. Mi sdraio sul letto. Apro il cassetto e prendo il dossier. Dentro la cartella c’è una piccola scatoletta d’argento. Circa un grammo di coca che conservo per domani. Apro le pagine ma vengo interrotto da uno sparo silenziato a circa 250metri. Una musica rara, Probabilmente il vibrare di un proiettile 338 Lapua Magnum, sparato da un fucile MOA 0.5. Non sapevo fossimo già al lavoro.

Apro le pagine del dossier e sospiro forte. Vorrei far sentire il mio sconforto a qualcuno, ma come sempre, i gesti non hanno alcun valore se non sono comunicativi.

Così sto fermo, sulla seta liscia, pieno di eccitazione, rabbia e angoscia. Emozioni che non hanno nessun valore. Leggo le pagine delle caratteristiche del prossimo lavoro, sicuramente il mio ultimo lavoro.

 

Monica

Esco dalla stanza sollevata. Il vestito mi rimane impigliato nella porta e cerco di sfilarlo velocemente prima che lui mi richiami dentro. Mi chiedo chi cazzo abbia potuto mettersi insieme ad uno schizzato come quello. I. non sarà contento domani mattina. G. diventa nervoso se non si distende e non tira su un po’ di coca. Speriamo che almeno provveda da solo al suo orgasmo e che si faccia un po’ di polvere comunque. Sento aprire il cassetto e emetto un flebile sospiro di rilassamento. Meno male.

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Tele FOnia #5

Maggio 22, 2007 · Lascia un Commento

Ed è così che i miei sogni di vilipendio si spengono. Un buio dimenticato. Alluminio e bachelite. I piedi scalcianti di un capo redattore. Non siamo neanche più liberi di soffrire. Tutto ciò che proviamo deve essere vagliato dal filtro sottile della comunicazione massiva. Devi ridere, stupirti, tenderti, soffrire, piangere e morire a seconda del trend. Altrimenti sei solo quel passato retrogrado e disconosciuto che si riaffaccia, a volte, nei titoli di coda dei telegiornali.

Mi alzo e guardo oltre. Già visto già fatto.

Il ripiano bar, un bicchiere di Moscato passito laziale. Due cantucci dal tovagliolo rosso. Apro la finestra del terrazzo e le tende oscillano lievemente. Mi lancio sulla poltrona aspettando il tonfo. 42Kili non bastano per sfondare nulla, sono fuori da ogni sceneggiatura, novella-romanzo, canzone-strappa-lacrime-emotragico. “Mini size of me” è un titolo impolverato nelle videoteche da 10 anni. Poco peggio stanno i sieropositivi, gli eroinomani, le vittime di stupro e dell’alcol. Gli anni 80 hanno strappato alla nostra generazione tutte le sofferenze migliori verso l’autoglorificazione sociale . Abbiamo cercato solo di esagerare le cose: cominciamo ad abortire a 12 anni, a bere a 10, drogarci a 14, 13 per riempirci di botte nelle scuole, riempire di botte un handicappato, sempre 13 per violentare una ragazzina di 12, che dei 12 ha solo un attestato anagrafico, ma di 20 le esigenze sessuali, il seno, la quantità di estrogeni nel sangue succhiati da galline pompate nella stessa maniera. La rivoluzione tecnologica del nostro tempo ci ha costretti ad esagerare. O sei un record mondiale, un guinnes, o rientri nella normalità-banale-noia di tutti.

Ma io? Io ho bisogno di soffrire agli occhi del mondo per purgarmi. Contagiare gli altri attraverso la porta della pietà. Distruggere e rinascere dalla polvere degli altri. E’ come se sentissi il tg delle 18 echeggiare :” Scoppiata emorragia di sofferenza esistenziale nel Nord Europa” Pausa e pathos “20milioni di vittime”.

Mangio, bevo. Le briciole corrono sul petto fino al ventre. Avere le tette potrebbe essere utile in questi casi. Dov’è il reggisneo? Nessun push-up, nessun pizzo. Non lo indosso per coerenza e sincerità nei confronti del mio fisico.

Un’ambulanza squarcia il silenzio dell’ora di pranzo, corre lontana. Pranzo, cibo catarsi. Quell’ambulanza è viva, tutti sanno che esiste, urla come il mendicante silenzioso all’angolo attraverso il suo cartello di cartone scuro. Ho ancora la forza di urlare? Bevo l’ultima goccia di vino dolce. Docg.

Chiamo il mio analista. Dice “Pronto, qui studio di psicanalisi J&J, chi parla?”. Sibilo “Dottore sono io”. Entusiasta “Ciao Andy! Come va? Sei andata a lezione questa mattina?” “Si certo, ma non ho intenzione di frequentarne una”. Sgranocchio un biscotto alle mandorle. “Come mai? Ma stai mangiando?” Urla doppiamente allarmato, sono calma “Beh, si ti stai già rispondendo da solo, no?” rido piano “Lei è la mia prima vittime”.”La mia cura è la consapevolezza del male del mondo come realtà necessaria. Siamo tutti nella stessa merda, non vale nulla cercare di emergere.”Verso un nuovo bicchiere “Nessuno riesce a trovare abbastanza aria da comunicare il proprio male, a sentirsi meno solo.” Dice “Andy ci vediamo domani per le 11. Ti va bene?” sussurra preoccupato “Ma non dire cazzate, sei il peggior drogato della città e vorresti curarmi” L’illuso si ammazza di whisky e xanax prima di andare a dormire. Seroxat per digerire dopo pranzo, sperando di non essere visto. “Andy adesso basta!” attacco la cornetta prima che dica qualcosa di sconveniente. Non voglio che abbia il sollievo di una risposta.

La mia prima vittima, il mio primo successo. Il mio primo biscotto. Hanno tutti il sapore della prima volta. Amaro.

Mi alzo e vado verso il frigo è vuoto. Metto le scarpe, prendo le chiavi della macchina e decido di andare a fare la spesa, Ero anche andata a letto con J, gli piaceva leccarmi i piedi.

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Ice Milk #1

Maggio 22, 2007 · Lascia un Commento

Latte di ghiaccio. E’ il primo dei ricordi che mi ricollegano all’infanzia. Mia madre, castana alta, non aveva voglia di scaldarmi il latte al mattino. Me lo serviva in una tazza di ceramica bianca, tre biscotti e il numero dove rintracciarla. Avevo 4 anni.

Stasera sono arrivato a 27. La tazza di ceramica è un bourbon con ghiaccio. La donna che amo è alta e bionda. Mi ha lasciato perché mi dedicavo troppo al mio lavoro. Il giorno dopo che mi ha urlato in faccia la sua disperazione è andata a vivere con un collega. Una di quelle situazione che descriverei con: “ha reagito bene al proprio dolore”. Io sto di merda, ma mi sono buttato nel lavoro. Forse aveva ragione. Probabilmente quello che voglio è scopare, ma voglio scoparmi lei, nessun’altra. Questo forse è amore.

A questa festa sono tutti vestiti di nero, me compreso, e non credo sia un funerale. Tutti fumano, tutti bevono, nessuno che guarda gli occhi degli altri. Sono seduto sulla terrazza di una villa dell’800 totalmente circondato da vasi bianchi illuminati al neon. Dall’orlo dei vasi sfuggono mille ortensie bianche. Bianco-latte, latte di ghiaccio.

Indosso uno smoking taglio italiano, camicia bianca con colletto alla francese, gemelli d’ambra del Baltico. Fascia e papillon cuciti a mano. Cuciti a mano con la seta rimanente da un vecchio copriletto di famiglia. Credo che sia ancora sul letto degli ospiti al secondo piano.

“Ciao bello! Tanti auguri” mi dice passando una bionda ex compagna del liceo. Capelli raccolti in una coda sottilissima, occhi castani, piccole pigmentazioni nell’iride scure ed un vestito rosa, lungo, attillatissimo. La guardo andarsene dentro, belle scarpe. Bel culo.

Accanto a me G. Un ragazzo italiano con scritto sotto gli occhi “Mi sono fatto 15 mila kilometri per venire alla tua festa e non mi fai trovare né una striscia né una bionda già pronta?”. G ha dei profondi occhi grigi, la sclera arrossata dal secondo pacchetto di sigarette che ha iniziato da quando è qua. E’ al quarto Martini e sembra non accusare. Ha dei bellissimi capelli ricci, castano chiari. Potrebbe pettinarli di più, in fondo è un mio collega. In fondo sa che il mio compleanno sarà fra due mesi e mezzo. Tutti lo sanno, tutti credono che io l’abbia organizzata adesso perché fa più caldo, perché la casa verrà ristrutturate. Lo sanno tutti tranne G, me e C. C è un amico di G, è venuto da Londra ma parla un pessimo inglese. E’ un collega, specializzato nelle strumentazioni e nei lavori manuali sul campo. Ha tratti tipici del sud. Capelli neri rasati, occhi di notte in contrasto con il bordo. Bianco latte. Latte di ghiaccio. C non parla mai, se non per chiedere da bere al bar. E’ al secondo amaretto e orange. Comincio a dubitare dei suoi gusti.

“Chi è il nostro cliente?” Mi chiede G, spegnendo una sigaretta nel fondo del drink. Sto zitto e mi guarda senza distogliere le iridi dalle mie. “Che cazzo ne so! Ho invitato tutta la città. L’80% della gente qui non sa nemmeno che questa sia casa mia. Troviamo il vecchio Wolly tra queste 2300 persone.” C tossisce e guarda G senza espressione. “Hey! Rallenta. Questo cliente vale 3 milioni a testa.” Questa festa mi è costata 90 mila dollari. “E tu non sai nemmeno chi sia?” Lo so benissimo ma voglio farlo impazzire. Mi alzo e vado dal cameriere. “Un mohito con poca menta” sibilo.

G sta urlando qualcosa alle mie spalle. Quando smette mi giro e lo vedo parlare con Monica. La mia assistente, l’assistente che G si è già scopato 4 anni fa. C finisce il drink e mi si avvicina “Vado a letto, lavoro meglio da riposato”. “Trovi i moduli nel comodino” dico distratto.

Ritorno alla sedia. La Python cal.357 Magnum che ho acquistato oggi mi sbatte sotto l’ascella. Pesa troppo questa. Faccio un cenno con la testa a Monica mentre G rientra.

G troverà 1grammo di coca sopra i moduli. Tutti abbiamo tecniche per rilassarci.

L’impossibilità di gestire il nostro tempo, la contraffazione della percezione stessa ci carica di stress. Il nostro modo di vivere è un ciclo Fordiano di cartellini circadiani. Dobbiamo timbrare a noi stessi ogni 6 ore per i pasti. Ogni 17 per il sonno, 2 ore per la nicotina, 36 per la feniletilaminapeptide. Nietzsche diceva che nessun uomo può dirsi libero se non controlla almeno due terzi della propria giornata. Io vedo tanti schiavi dagli occhi a specchio, dai capelli appena lavati. Cercano di fuggire bevendo, facendosi di coca, scopando e dimenticando il tempo. Stanno per morire tutti, il tempo che li separa dalla morte scorrerà troppo veloce per tutti, ma nessuno se ne accorge. E più cercano di prendere una pausa più gli anni scivoleranno via loro. Tutti hanno una smith and wesson invisibile puntata alla tempia. Un proiettile in canna che li farà spegnere. C’è chi è troppo debole è preme il grilletto da solo. C’è chi aspetta in un limbo di nulla. C’è ancora chi crede che godersi la vita voglia dire qualcosa. Altri hanno un mirino telescopico 6x tra le scapole e non possono accorgersene. Mi accendo la prima sigaretta della serata e il mio penultimo cliente cade a 30 metri da me. Colpito da un tiratore scelto posto a 463 metri a sud. Il proiettile ha impiegato 0,6sec a percorrere tutto il tragitto. La festa è finita, dico di chiamare un’ambulanza e la polizia. Prima la polizia s’intende.

Casa mia è a 9minuti dalla prima volante disponibile e a 14 dalla stazione delle ambulanze. Abbastanza da far morire il cliente e di far nascere 700mila dollari nel mio conto cifrato a Berna. Abbastanza per fare sparire un collega da quattro soldi a cui avevo subappaltato la collaborazione. Un medico sta provando a fermare l’emorragia con i miei tovaglioli ricamati. Quello che è successo non è piacevole per nessuno. Il corpo è disteso a faccia in giù, il colletto della camicia (botton down, troppo casual per una serata) è completamente macchiato di sangue. Il proiettile è entrato, ha perforato il polmone destro, ed è uscito a circa due terzi della velocità per andare a perdersi nella boscaglia. Non basterebbe tutta la biancheria della casa a salvargli la vita. Faccio accompagnare il gruppo degli invitati in giardino con la scusa di non disturbare il morto. Tutti tranne G e C che si stanno rilassando per domani. La polizia potrà prendere tutti i nomi più in fretta ed io andare a dormire prima. Rimane il personale, due medici disperati ed io. Paura, ansia e paura.

Finisco il Mohito e comincio la recita.

Passo in camera, poso l’arma e mi metto un po’ di collirio per inumidire gli occhi. Sento le sirene avvicinarsi. Mi sento come un paracadutista appena dopo il lancio, col presentimento che nessuna delle cordicelle funzionerà. Suicida paranoico. Apro il cancello principale e lascio entrare quelle che dal rumore delle ruote sulla mia ghiaia di fiume, sembrano essere due volanti. Aspetto cinque minuti prima di entrare in scena. I poliziotti devono aver già accertato la morte della vittima, cominciato a interrogare gli invitati ed essersi calmati. Sette minuti per due volanti, non uno di meno.

Apro la porta d’ingresso, il sipario è su.

Mi si avvicina quello che deve essere un capitano di zona. “Lei è il padrone di casa?” chiede serio. “Si in persona”. Non rispondere mai a domande che non ti sono state poste da un poliziotto, non giustificare la tua assenza, non guardarlo fisso negli occhi ma non rifuggirli. Esaminalo: 38 anni, capelli scuri e secchi. Alto, tratti dell’Europa dell’est. Dal tono di voce direi che si è svegliato da non più di 30minuti. Le corde vocali di un fumatore sono meno elastiche, necessitano di più tempo per “scaldarsi”, quindi fumatore. Occhi castani chiaro, un rara formazione melaninica nell’iride. Un neo dell’occhio. “Era presente al momento dell’omicidio?” Mi accendo una sigaretta e offro direttamente dal porta sigarette. Accetta e sorride. “Si ero sul terrazzo cercando di capire se gli invitati si stessero divertendo. Stavo bevendo un mohito veramente ottimo” faccio lo stupido “ed ero distratto da un paio di gambe niente male che…” comincio a cercare tra la folla quelle gambe fantasma. “E ha visto accadere tutto da li?” mi incalza innervosito. “Si, cioè, no. Ho sentito un urlo, mi sono girato e dall’assembramento di gente ho capito che era successo qualcosa”. Prende appunti e mi ringrazia.

Per sapere trattare con una persona basta capire a che sesso appartiene. Assaporiamo la vita come i nostri orgasmi. Quest’uomo vuole tutto subito velocemente, poi si perde. In grandissimi successi o in piccole delusioni, dimenticate velocemente. L’erezione si cerca di tenerla su il più a lungo possibile, perché sappiamo che tutto volerà via in fretta. Il poliziotto continua la sua mini-inchiesta. Ma ha sbagliato buco.

Mi accendo la seconda sigaretta. Portoghese d’importazione, corta e saporita. “Fumar mata” nero su bianco. Sarei una delle mie vittime preferite. Senza speranze, senza obiettivi, senza emozioni. Un eterno vuoto che colmo dando uno scopo di cartone a quello che faccio. Uccidere cadaveri di nascosto. Monica dovrebbe aver finito con G, G dovrebbe aver finito la coca. C avrà lucidato le Beretta, pulito le Glock G34 da 33colpi, fatto 60 flessioni.

Io ho finito. Vado in camera, dico allo staff di fare uscire gli ospiti una volta finito. Dalla finestra guardo la polizia fare domande nel vuoto, domani saranno molti di più. Noi dovremmo partire, lascerò un numero irraggiungibile, un hotel fasullo. Finalmente questa notte potrò dormire. Questa notte mi addormenterò pensando che forse qualcosa di meglio ci possa essere. Quel segreto che si annida dietro gli occhi di chi sta morendo. Occhi che sono più vivi di chi guarda il cielo, dal basso in alto.

 

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Normalizzare

Maggio 8, 2007 · Lascia un Commento

Vorrei che fosse sabato.

Un maggio sbronzo, meno arrogante e sfatto.

Mi sfiora il desiderio di tornare,

con le penne spezzate a cercare di scrivere, quel nulla di bambino.

Pennarelli al sole e grida lontane.

Una lacrima ed un sorriso in più,

Nessun tremore da stress, nessuna tosse nervosa,

Odore di nicotina.

Molto meno, più inafferrabile, come le nuvole di Dio,

la Luna di formaggio, i fiori delle fate.

Il cadavere putrescente di Babbo Natale è cosparso di benzina, dagli fuoco basta un cerino.

C’è odore di grafite sulle mie mani,

la paura di cammianre assopita tra le labbra.

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