“Non sono valori. Sono semplicemente stili di vita differenti. Tutti stasera festeggiano. Lo faccio anch’io, ma è uno stile di vita. Gli altri sono usciti con la camicia bella, i pantaloni puliti, il profumo giusto e la voglia di scopare. Mi sono infilato una maglietta, dei pantaloni decentemente puliti, scarpe. Sono andato ad un cinema . I sedili erano così scomodi che mi è venuto un fottuto male alla schiena ed un principio di colite. Torno a casa e saluto la mia ragazza assonnata. Il mondo penetra in un locale cui l’entrata è a pagamento, l’alcol è gratis. Si ubriacheranno tutti perché non sono capaci di approcciare l’uno con l’altro senza biascicare, avere l’alito puzzolente e non sarebbero nemmeno capaci di abbracciarsi, due sconosciuti, se non si avvicinassero prima barcollando. Balleranno musica di qualità, senza accorgersi che il tizio dietro il vetro della console, ha appena fatto un cambio con due vinili sotto le mani ed una benda sugli occhi. Bevono, ballano, si prendono a pugni. Per fermare la colite prendo un bicchiere di bicarbonato all’arancia per evitare che mi venga acidità. Ci sciolgo 15 gocce di lexotan per essere sicuro di dormire e non pensare troppo al fatto che sono me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. C’è chi li chiama valori, i termini di paragone con cui valutare le azioni. Non esistono. Tutti noi in fin dei conti, troviamo qualcosa per scappare, dalla merda iridescente che ci sta intorno. Io vado a letto ansiolizzato con uno stomaco gonfio di fermentazione, gli altri bevono drink caramellosi per farsi vedere. Ma non lo scrivono.”
Colorando le mie giornate in toni di ambra, la malinconia scrivo pagine di diari oniriche come queste. Il vuoto riempie gli spazi e mette gli accenti. Virgole e punti dai flussi di coscienza. Ma mi presento, è doveroso. Uno studente del liceo, ultimo anno. Una ragazza, due genitori che lavorano, una nonna vedova ed indigente per casa, un sogno sotto letto pronto per esser pubblicato. Vado in una scuola privata con delle eccezioni alla regola: non pago la retta perché offerta dall’istituto a ragazzi “promettenti” ma senza un soldo. I libri in prestito d’uso. Nessuna griffe sulle magliette ed una capigliatura da “emo” perché non mi interessa in alcun modo pettinarmi. Fumo tabacco old osburne con cartine trasparenti glass.
“A volte credo di essere la linea asintotica di me stesso. Mi chiedevano perché vestissi di scuro, il perché delle sigarette strane, i capelli. Li per li dissi che mi piacevano, ed era vero, ma la realtà superiore è diversa: sto recitando la parte di me stesso nell’opera davanti ad un milione di occhi giudicanti. Non paganti. Nel concretizzarlo mi viene una crisi di angoscia violenta che mi annebbia la vista. Prendo 2 xanax per alleviare il problema. L’analista mi ha consigliato di variare con i diversi tipi di ansiolitici. Più assuefazioni e dipendenze abbiamo meno tempo troviamo per farle diventare manie compulsive. Troppa consapevolezza gioca brutti scherzi alla mente. Fanculo vado a dormire”
Il libro che custodisco è una sorta di continua oscillazione tra vita e sogno, amore e pianto, attraverso i flesh caleidoscopici di un diario ubriaco.
…saliremo poi all’ultimo piano del palazzo. Ognuno di noi si prenderà tutto il tempo necessario. Potremmo masturbarci, fissare il cielo increduli, accendere un ultima sigaretta per guadagnare tempo. Alle 2 am, ora in cui presumibilmente ci sarà più luce lunare ci metteremo a triangolo. Scegliete l’arma che volete, silenziata o non silenziata, piccolo o medio calibro. Niente pistoloni inaffidabili, ma non siete quel tipo di uomini. Punteremo la pistola alla tempia dell’uomo che ci starà a destra. I su C. C su G. G su I. Ci guarderemo negli occhi e vi chiederò se siete pronti a concretizzare ciò in cui credete. Smettere di correre, di volere, di vivere. A quel punto conteremo fino a tre, all’unisono. Tutti insieme, con disegni diversi.
Uno.
Due.
Tre.
Click-Bang, Click-Bang
Click.
I
Quel coglione non ha caricato la pistola. Guardo i cadaveri dei miei colleghi cadere a terra come sacchi vuoti. Svuotati dell’anima che li teneva in piedi. Ora sono simili agli angeli che cadono dal cielo. Distesi a terra come precipitati dal paradiso. Salirò con loro un’altra volta. Accarezzo la testa di C cercando di non macchiarmi le mani di sangue. Mi alzo e tiro un calcio per gioco al corpo di G. Sorrido. Hanno una luce meravigliosa negli occhi. Addio ragazzi, è ora di tornare a casa. Monica starà già festeggiando per l’eredità che gli ho lasciato, mi spiace deluderla. In fondo mi amava e non ha mai detto nulla.
Monica
Il telefono suona è sono completamente addormentata. “Pronto” dico quasi sussurrato. “La casa del signor I?” E’ un uomo adulto, ha un timbro di voce caldo, conosciuto. “Ora il signore è occupato. Sta partendo per un viaggio di lavoro.”
Si, ma vorrei parlare con Monica, la sua assistente.” Pausa. “Sono il Dottor S.” Il mio ginecologo. “Si” accorgendomi poi della freddezza aggiungo di nuovo sussurrando dal sonno “Sono io, mi dica”.
Signorina Monica si ricorda gli esami del sangue che abbiamo fatto due settimane fa?” No “Beh, devo farle le mie congratulazioni.” Penso di aver superato il PAP test 5 volte ma nessuno si era mai complimentato con me. “Lei è incinta. Ho aggiunto personalmente l’HCG agli esami perché avevo un piccolo presentimento dato il colore delle sue labbra, quelle di sopra dico, all’ultimo consulto”.
Adesso sono davvero sveglia. Mi accorgo di aver portato una mano verso la pancia. E’ calda. Inibisco un “Oh Cristo” mezzo pensato mezzo sussurrato e raccogliendo ogni possibile forza sputo un “Ah capisco. Si, ma… Quando è successo?” questa si che è freddezza “Beh dalla quantità di gonadotropina” cazzo me ne frega, dimmi con chi devo prendermela “Circa un mese fa”. Ringrazio e fisso un appuntamento per la settimana prossima.
Viaggio ad un mese fa. Una festa, tanti vodka lemon, una sigaretta al mentolo. I in crisi depressiva andante, non aveva ancora cominciato a prendere le gocce. Il sicario padrone di casa che mi chiede di dormire insieme. Non aveva dormito con me, lo avevamo fatto in fretta, con desiderio. Mi aveva baciata sulla fronte, si era rivestito e con un cenno della testa aveva chiuso la porta dietro di sé. Era innamorato di me, non aveva il coraggio di una delusione. Ora sono ricca, potrò mantenere mio figlio da sola, sarebbe forse stato un impedimento I… ma mi mancherà.
Mi siedo sul divano, accendo al televisione e aspetto che la polizia trovi i corpi.
Suona il campanello, deve essere la cameriera, che tra l’altro suona esattamente come I. Chissà per quanto a lungo farò questi collegamenti, penso persino che questo figlio possa essere la metempsicosi del padre morto. Il tutto che ritorna.
Esco dalla porta con i nervi tesi, gli occhi spalancati. Una consapevolezza sottile del mondo. Mi sento l’albatro che ride del mondo. Ma sento anche la mia Ducati correre verso l’entrata del garage a 8mila giri. G. Rientro di corsa e vedo C riempirsi la tazza del caffè. Lo saluto con un cenno e scendo verso il parco macchine. Incrocio Monica sulle scale, ordinata e bella che cerca di dirmi qualcosa. “Non ho più tempo” le dico serio scendendo gli scalini. Arrivo di fianco al fuori strada e trovo G riverso sulla moto e con i capelli fradici di sudore. Una ragazza sconosciuta smonta e mette il cavalletto laterale. Si toglie il mio casco lasciando piovere una decina di migliaia di capelli rossi, lisci verso un sedere piccolo, stretto in jeans aderenti. Senza neanche guardarmi in faccia “Stanno arrivando due volanti della polizia verso casa tua, con quello che è successo ieri sera non credo che tu possa permetterti altre stronzate no?” Dice con una voce calda.
Le sparo in testa un proiettile della M9, cercando di prenderla alla nuca per non fare troppo casino. Spina dorsale e trachea. Nessun rantolo, nessuna sofferenza. La vera dolce morte. Cade sulle ginocchia e poi di schiena, mostrandomi un viso regolare, occhi verdi e immensi. Il barlume bianco in fondo all’anima mi riempie di angoscia ancora una volta. Ha le orrende ciglia delle ragazze rosse, ciglia biancastre, traslucide, malate. Così difficile costruire l’esistenza, così facile distruggere quella di un altro. Viviamo in una prigione di paglia senza possibilità di fuga. Basta il soffio di un altro per liberarci. La brezza oceanica della morte. G. si sveglia e allunga un braccio verso la ragazza. “Cristo santo G, ma proprio stanotte?” Mi guarda e sorride semplice. Si mette a sedere sulla moto con gli occhi chiusi, si stropiccia i capelli e si alza in piedi. “Hai appena ucciso Maria di Nazareth” dice ridacchiando fra se. Apre gli occhi, rossi di alcol e sonno. Gli passo il collirio e lo spedisco a farsi una doccia. Dovevo prevederlo, ma in fondo si è rilassato lo stesso. Siamo pronti.
C.
I rientra di corsa. Alza la testa e gli sorrido. Queste situazioni sono sempre ingestibili, ma siamo pronti a tutto. Sappiamo che le motivazioni di G sono quelle più legate alla fragilità, all’intimismo. Ma stiamo tutti strisciando.
Finisco di bere il mio caffè, con tanto zucchero e tanta panna. Entra Monica che sembra essere appena sbocciata. Emana freschezza, una fitta di malinconia mi coglie. Ma fa tutto parte di questo gioco, in cui siamo solo pedine. Sto per chiederle della telefonata, ma mi si avvicina e mi bacia sulla guancia sorridendomi. “Buongiorno C.” mi guarda fisso negli occhi. “Buongiorno a te” ha le labbra lucide e morbide. Sento uno sparo provenire dal piano di sotto e scatto in piedi rovesciando la tazza. Monica mi chiama urlando. “Cosa c’è?” “Credi veramente che si siano sparati? Oggi?” , Mi guarda come fosse mia madre, ma è nervosa, vorrei chiederle cosa c’è che non va, ma so che non ha più importanza. Ad un tratto vedo G trascinarsi come un cadavere su per le scale. Mi guarda con gli occhi di un ubriaco. Cerca di parlarmi ma non ci riesce. Deglutisce, si sdraia sul mancorrente e si spinge su ridendo. Ha gli occhi di un ubriaco davvero, spero che non sia lui a sparare oggi.
Saluto Monica con un gesto, che non vede. Ha lo sguardo perso nella tazza di latte che si è appena versata, è proprio una gran bella ragazza.
Scendo le scale e corro in garage. I sta pulendo con la canna dell’acqua il pavimento. Una ragazza e una chiazza di sangue di due metri di diametro significano solo che questa poveretta ha sbagliato ragazzo con cui provarci. Forse. I mi guarda con una faccia divertita, ma quel divertimento trascinato da una pazienza agli sgoccioli. “Chi era?” chiedo piatto. I alza le spalle “Una ragazzetta che l’idiota ha conosciuto in un locale. Carina no?” Guardo il cadavere ed annuisco un po’ schifato. “Adesso no, ovviamente! Ma prima lo era, fidati C. Comunque era un personaggio inutile in questa storia. Di troppo” I mi sembra euforico oggi. Insacchiamo il corpo e lo mettiamo nell’intercapedine dietro la moto. Ci sediamo in macchina ed aspettiamo G.
Quando ti svegli al mattino con un’erezione dolorosa e nessuna voglia di erotismo, significa che hai completamente espresso il tuo desiderio in sogno. E’ come quando ubriaco marcio, dopo il quinto mohito, torni a casa e cerchi di sbucciare un arancia. Tutto quello che ti rimane al mattino è un frutto sfregiato ed un dito pelato.
Questa è una di quelle mattine. Esco dal letto, 5 minuti di stretching, doccia-shampoo e balsamo. Crema per il corpo, schiuma-rasoio-taglio, dopo barba e crema emolliente.
Dal piano di sopra sento provenire dei colpi. Probabilmente Monica ha deciso di fare gli straordinari stanotte. La luce è pallida questa mattina, fredda attraverso i vetri. Latte di ghiaccio cola attraverso le tende. Camicia bianca di cotone, fondine sottoascellari, due Beretta M9 special, giacca Armani di cotone blu notte, jeans con tasche ampliate con doppia cucitura. Fondina alla caviglia e Walther PPK. Portafoglio, cintura, chiavi della macchina e cellulare. Quando sei un addetto del settore devi fare l’elenco di cosa ti metti addosso ogni mattina. A noi non basta toccare le tasche per sapere se abbiamo preso il telefonino. Dobbiamo sapere quale prendere, quante schede, quali numeri. Non è sufficiente sapere quanti soldi si hanno nel portafoglio, dobbiamo dividerli tra cintura con scomparto, portafoglio e fondina, dividere le valute. I documenti, le diverse identità, le lenti a contatto. Se questa volta sbaglio qualcosa non penso che nessuno potrà rimproverarmi. Sorrido.
Esco dalla camera con uno zaino in spalla con i biglietti, alcune foto, qualche coltello.
Entro in cucina e apro il frigo. C‘è odore di stantio. Quello stantio che mi fa venire in mente quanto sia odiabile il mondo in cui vivo. Talmente viziati da dover conservare il cibo per giorni, in ogni casa. Così tanto spazio per il cibo in una casa che necessariamente rifiutiamo o esageriamo col cibo, perennemente in ciclo tra diete e sovralimentazione. Così idioti da seguire le indicazioni delle case farmaceutiche che abbassano gli indici di colesterolo tollerabile nel sangue a seconda del bilancio. E’ come chiedere ad un vampiro se gentilmente possa controllarci la giugulare. In questo sistema di eterni obesi e di sottile denutrizione rendiamo immuni i giudici perché siano imparziali, ma non i dentisti e gli psichiatri.
Prendo la bottiglia del latte. Il vetro è freddo, bianco come gli occhi sotto corticosteroidi e vasocostrittori. Fame chimica. Mi verso un bicchiere, prendo 4 biscotti di riso e li mangio lentamente. Bagnandoli a lungo. Mi sono dimenticato il ristrutturante alla placenta per i capelli. Finisco colazione e squilla il telefono. Lascio che risponda Monica e comincio a preparare la partenza.
C.
Mi sveglio prima di tutti gli altri. Il cielo fuori è opaco, appena albeggiante in striature rosa. Per questo lavoro devo essere in forma, lavorerò con i due migliori sicari degli ultimi 50anni. Diverse ottiche, diversi motivi, nessuno migliore di altri. L’importante è lavorare in piena consapevolezza, perché uccidere è istintivo, ma mirare da 300 metri, mimetizzarsi, scegliere i proiettili, no. 250 flessioni, 5 serie da 50. 1000 addominali assortiti e 10 minuti di salto della corda, probabilmente sveglierò I che sta al piano di sotto. Mi infilo una maglietta di cotone verde militare, dei jeans comodi, una fondina alla cintura. Per questo lavoro prendo la S&W .44 magnum rivisitata negli anni ‘60. In assoluto la più bell’arma in commercio. Impugnatura in radica di ciliegio.
Mi sciacquo i denti, mi lavo la faccia bagnandomi la maglietta mi infilo degli anfibi ed esco dalla camera. Suona il telefono e sento Monica rispondere. “Pronto? Ora il signore è occupato. Sta partendo per un viaggio di lavoro. Si.” Lunga pausa. “Ah, capisco. Si. Quando è successo?” Pausa. Annuisce da lontano, poi non riesco più a sentire nulla, solo dei sussurri. Scendo le scale e quando metto piedi in cucina vedo I uscire di casa lentamente, sul tavolo un bicchiere sporco di latte e un foglietto. Il numero del cellulare che userà oggi. Mi verso una tazza di schifosissimo caffè americano. Un raggio di sole penetra dalla finestra e mi ferisce gli occhi. Abbagliato sento il rumore di una moto che si avvicina alla casa. E’ la moto di G. Questa sera andiamo verso la selezione del genere umano in direttissima. Il più difficile dei lavori.
G.
Non riesco a dormire. So che il lavoro di domani sarà il migliore della mia vita. Lo so, ma non riesco a trovare vie di fuga dai pensieri ad elica nella mia testa. Mi sembra di non aver vissuto veramente. Vorrei accelerare la vita e vedere cosa potrei fare, consacrando questa notte all’errore. Prendo le coperte e le lancio da parte. Tiro mezzo grammo direttamente dalla boccetta e la poso sul comodino. Il formicolio alle gengive mi rende tutto più chiaro, più genuino. Mi infilo la camicia dello smoking togliendo i gemelli, un paio di pantaloni spessi, neri. Calze e scarpe da ginnastica. Passo in bagno, mi risistemo i capelli con le mani, bevo un sorso d’acqua e la sputo. Prendo il telefono.
Uscito dalla camera mi immergo nel silenzio della casa, tutti stanno dormendo e mi viene in mente di andare in camera di Monica e assecondare il suo amore solo per questa notte. Ma questa deve essere la mia notte, le 7 ore che mi rimangono all’alba saranno la mia sofferenza, il mio errore. Nessun altro dovrà soffrire a causa mia. Torno in camera e mi infilo un serramanico in tasca, il portafoglio che avevo dimenticato e tiro su l’altro mezzo grammo.
Scendo tre rampe di scale e sono in garage. Tra i vari mezzi di I scorgo nell’angolo, sotto un telo di alluminio, la sagoma di una moto. Da quando I guida motociclette? Sarà un regalo di qualche direttore d’azienda al posto di pagamenti troppo onerosi. 12.800 giri sono quelli giusti per i miei sbagli. Ducati Super Sport Cruiser. Pensavo fosse solo una concept.
Non ha le chiavi, si accende con un tasto a lato del serbatoio. Fortunatamente il garage ha un uscita indipendente dalla villa, nessuno potrà sentire l’inferno della combustione. Avvio, inserisco la marcia e apro piano per andare ad aprire il portellone d’acciaio. Un suono profondo e pieno, probabilmente un DO#, riempie la struttura. Sembra che le fucine di Efesto si siano messe in funzione. Esco con calma, la coca mi ha irrigidito le braccia e le vibrazioni sul manubrio sono pesanti. Mi lascio dietro il vialetto d’entrata, il viale alberato, una falce di luna così tagliente che mi ferisce la vista. Mi sento come un adolescente che esce dalla finestra per andare a trovare la fidanzata, solo che fuggo da me stesso, dalla mia coscienza, dal peso delle scelte giuste, fuggo dalla luna per immergermi nel buio dell’uomo. Apro tutta la prima, sembra non finire mai. Un’arpia che frantuma la strada. L’urlo delle marmitte. La seconda mi tira indietro così forte che penso di perdere la presa. La prossima volta la frizione con più delicatezza. Inserisco la terza ai 140 e decido di rallentare per la curva.
Mi sta sfuggendo tutto di mano. Non sono mai riuscito ad innamorarmi di una ragazza, mai di un emozione, continuavo a fuggire dalla quiete per paura che nascondesse sempre una tempesta. La noia come detonatore universale. Sono il sicario che ha sparato meno di chiunque altro. Recitavo parti per facilitare il lavoro degli altri perché troppo codardo per trovarmi di fronte ad una scelta vera, così vile da continuare a correre per non riuscire a fissare l’immagine di me. Nessuna pellicola nei cassetti dei giudizi, solo le considerazione a posteriori di come cambiare più rapidamente. Il film di me stesso con l’avanti veloce, mi fermo solo nelle scene migliori. Il film porno di me.
Nel momento in cui mi accorgo dell’analisi che sto facendo, il critico si trova di fronte al locale a cui sarebbe voluto arrivare. Non sono stato cosciente tutto il viaggio e ora è il momento di scappare più veloce. Perché a breve sarò raggiunto, in ogni caso.
Parcheggio la moto e già quattro ragazzini vengono a sbavare sulle marmitte cromate. Chiamo la polizia e dico che hanno parcheggiato una Ducati davanti all’extreme club senza targa, probabilmente rubata. Iragazzini sentono puzza di bruciato e si allontanano. La polizia ha detto che sarà qua in 30minuti hanno altre priorità. Apro il sellino, sfilo una catena da 2metri. Pesa almeno 15 kili. Fisso per bene la moto ed entro. Mi procuro tre grammi da un coreano ubriaco all’entrata e rubo delicatamente una bottiglia di whisky dal bar, nel momento in cui la 20enne soda e compatta si distrae. La musica è una tecno detroit uscita dall’officina di un carrozziere. E’ buio. Mi siede su un divanetto unto e comincio a consumare, comincio a prendere le distanze da me, lasciando cadere la croce. Correndo verso il Golgota completamente fatto.
Non so mai come comportarmi con G. Quel ragazzino spigliato e socievole mi mette in soggezione. Sono il suo opposto, ma sento che vorrei essere come lui. Essere diversi forse potrebbe significare essere più felici, ma probabilmente è solo questione delle circostanze in cui viviamo. Sarei voluto nascere in Italia, un ricco Italiano toscano. Buon vino, buon cibo, belle donne, buona musica e la possibilità di andare da un take away e sputare nel piatto. Ma a G non deve dare soddisfazione la possibilità di sputare in un piatto. Nessuno di noi si accontenta del meglio, della perfezione. Abbiamo un bisogno istintivo allo scontro, alla lotta, alla ricerca del meglio per essere il meglio. Autoperfezionamento incondizionato della specie. Le armi da fuoco sono il mezzo che hanno permesso all’uomo di selezionarsi, di accumulare montagne di risorse in breve tempo per poter fare i balzi più importanti più alti. La prima volta che spari ad un uomo che ha cercato di spararti per primo, si prova un’immensità di vuoto dentro, infinite possibilità ti colmano il cervello, adrenalinizzato dalla vista del sangue. Questo accade perché le “pistole” scorporano l’oggetto dell’omicidio, sicario e vittima non entrano mai in contatto, solo le tre sicure del grilletto, ed il cane interno che innesca la carica. Mia madre mi raccontava di aver provato una sensazione simile dopo il primo abbraccio del suo primo figlio. Vuoto e possibilità, accrescimenti nelle infinite potenzialità. Il premio che la vita ci da per aver contribuito.
Il problema arriva quando poi parli con qualcuno, ti confidi, ti confessi. E la morale colma i buchi, una morale assurda, nata dal dubbio e dalla paura degli uomini nei confronti degli altri uomini. Ed il senso di colpa ti brucia dentro, come polvere nera, lascia residui.
L’unico modo di togliere l’emozione dal sangue e oggettivare: plasma, piastrine, ecchimosi, emorragie, ferro, emoglobina, globuli bianchi, batteri, setticemia , pus… Non sono un medico, quindi apro la valigetta, esamino gli strumenti. Pulisco la canna dai residui, lucido i proiettili e l’innesto nei caricatori. Smonto la glock, e appoggio i pezzi sul tavolo. I rumori della festa sono assopiti. Li lucido, li lubrifico e li riassemblo. Queste pistole automatiche hanno troppi pezzi mobili, troppa manutenzione. Incastro il carrello e un uomo fuori muore. Sento un urlo di una donna. Mi avvicino alla finestra rimanendo nell’ombra. Un colpo all’addome di un proiettile di grosso calibro. Tanto sangue in poco tempo. Sento dei passi fuori dalla porta, tacchi sul legno. Monica deve aver finito con G, I soddisfatto di entrambi i lavori, ed io questa sera dormirò poco, come sempre. E’ difficile togliersi dalla testa il rumore, la percezione al tatto, di un coltello che spezza una costola, perfora un polmone e va a conficcarsi nel cuore. Che per ancora due battiti, pulsa. E’ difficile togliersi dalla testa la lama, se per quel lavoro hai portato a casa 5000euro, con cui ti sei pagato la macchina di seconda mano.
Mi sdraio e guardo il soffitto, affrescato di angeli che tengono sospeso un velo sopra le nuvole. Una luce squarcia il cielo. Ma nella penombra, non si vede nient’altro.
Monica
Passando fuori dalla porta di C non sento nessun rumore. Starà già dormendo, ma da come mi ha guardata tutta la sera, sono sicura che voglia portarmi a letto e forse a me non dispiacerebbe affatto. Sotto quei capelli rasati, gli occhi dell’uomo vissuto, del marine, secondo me c’è una grandissima insicurezza, un grandissimo bisogno di affetto. Purtroppo lui crederà che sia innamorata di I., che invece mi fa andare a letto con G per tenerlo a bada. Rendo i passi più pesanti in modo che possa sentirmi, che possa pensare a me.
Entro in camera ed accendo la luce, tutto è lievemente annebbiato dai drink. Ho le mani che puzzano di sigaretta ed i capelli sudati sul collo. Mi slaccio quindi il vestito, lancio le scarpe vicino alla porta, mi lego i capelli e corro in bagno a sciacquarmi. Lo specchio dice che in fondo, anche sporca e stanca, rimango una gran bella ragazza. A volte ho paura che il riflesso mi prenda in giro, che mi faccia vedere cose che in realtà non sono. Mostri di me solo ciò che voglio o non voglio vedere, mentre gli altri possono andare oltre, e scoprire come sono. Ho paura di vedermi ancora una volta “inadatta”, dopo “il piccolo problemino delle adolescenti”, come lo chiamava mio fratello. Per questo ho deciso di valutare me stessa dal successo che ottengo, dal modo in cui gli altri si rapportano a me, perché quel dannato specchio può tornare a mentire da un giorno all’altro.
Denti, viso, braccia-collo-petto. Mi strucco, poi crema viso, crema mani e deodorante.
Spengo la luce ed uccido il riflesso, mi sdraio nel letto matrimoniale. Mi giro guardando la parte vuota, e mi chiedo perché I non abbia mai dormito con me. Mi chiedo quando un uomo, dopo averci sudato una volta, voglia rimanere a scaldarsi sotto le mie coperte.
Tiro su le lenzuola e mi ricopro di malinconia. Mi chiedo perché non si abbia voglia di conoscersi, di scavare gli uni dentro gli altri. Mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ho cercato di capire una persona prima di giudicare ciò che fa.
Ma forse nessuno è veramente in grado di conoscere nessuno. Ci rapportiamo gli uni con gli altri cercando di primeggiare. E basta.
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