Elite Suicide Culture

Post da Luglio 2007

Paradisi di vetro

Luglio 5, 2007 · 5 Commenti


Ed il riflesso della realtà,

che provocatore si aggira

nell’angolo cieco della mia visuale,

risuona le certezza con goccia di paradosso.

Drink and Fuck

Vibrazioni nell’aria mi avvisano, sospiri

di una contraddizione.

Mi affido ad un angelo senz’ali

che mi crede demone con le sue.

Suffering and necessities,

Non sappiamo di ucciderci

nel donarci saliva e passato.

Non sappiamo di alimentare il cancro,

con il fumo delle parole a nessuno.

Forgotten eyes.

Cerco e trovo, in quegli oceani dimenticati, il dolore di un ricordo

a rallentatore

così lontano, da sembrar diapositiva, su un muro crollato.

[Photo di =Dejon from Deviantart. Ty]

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Sopravvisuti #2

Luglio 2, 2007 · Lascia un Commento

La tensione è tangibile. Sembra quasi che il fumo stia tremando con loro.

Pupille piccole, piccole dita. Abbastanza forti da premere un grilletto. In questa stanza stiamo giocando con l’anima degli uomini, tra coercizione ed egoismo, supremazia del sé contro il compromesso.

Apro una scommessa mentale. 3 a 1 paga la sopravvivenza delle due scimmie in astinenza da ansiolitici. Non paga il caso di omicidio suicidio. Chiudo gli occhi e attendo.

Abbiamo già tutte le risposte, solo non sappiamo che cassetti aprire. Ed è quando ci poniamo delle domande che le risposte prendono forma. Qualsiasi ragionamento produciamo è soltanto il razionale tentativo di trovare collegamento tra le due. Evitiamo nevrosi rimettendo in ordine la cameretta del cervello. E’ l’esatto tentativo di rimettere in ordine casa quando siamo confusi, emotivamente fragili, solo che interno.

Tre. Due. Uno. E tutto finisce.

Uno dei due non ha resistito a fare esplodere la testa dell’altro. Li avevo avvisati del giochino a specchio? Ho già la risposta, ma la cambio per non avere rimorsi. Si può mentire a se stessi, l’inconscio ne è la prova certa ed indiscutibile.

La stanza è l’esatta copia di una partita a poker no limit finita male. Senza le carte. Gli assassini suicidi sono seduti esattamente come prima, lo scotch tiene insieme i pezzi del cranio. Da questa sedia non vedo in che modo sono ridotti i visi, celati dal fumo e dal sangue.

Posso però immaginare dai ricordi di balistica forense in facoltà. Le spalle di maiale anestetizzate si trasformavano istantaneamente in prosciutto.

Le mani sono ancora strette intorno alle pistole, anche se legate. Mi avvicino lentamente e calpesto gli schizzi rossi con le suole di gomma. Scricchiolano. Il sangue rappreso è molto più appiccicoso di quanto si possa immaginare. Con questo caldo.

Le dita dei due bimbi sono strette intorno al grilletto. I loro cervelli hanno comunicato subliminalmente. Sapevano entrambi che avrebbero sparato. Erano uguali, avevano paura di morire. Paura di se stessi.

Ci erano arrivati alla fine. Avevano capito il messaggio, si erano accorti di quanto fossero sbagliati dentro e di quanto fosse sbagliato il mondo fuori. Induzione.

Il processo di apprendimento è perfetto se privo di emozioni, questa volta non lo era.

Due cadaveri facili da trasportare e un monolocale da ripulire dopo questo “cocaparty” a base di armi da fuoco. Tutto quello che mi resta è questo mezzo successo. Apro la porta e vado a prender due sacchi della spazzatura nell’armadietto in fondo al corridoio sulla destra. Passo trafelata di fronte al mio collega che è segretamente innamorato di me. Mi segue con lo sguardo e capisce. Non capisce un cazzo, ma pensa che stia soffrendo per la loro morte. Soffro in realtà per il mio insuccesso, l’insuccesso del mondo.

Apro la porta del ripostiglio e “Tutto… tutto bene?” sospiro e abbasso lo sguardo per cercare i sacchi, il secchio e lo straccio “No” pausa “Abbiamo fallito di nuovo”. Tossisce e risponde con la voce il più possibile seducente “Hai bisogno di una mano, Momo” Odio quel soprannome.

“No grazie, cucciolo, voglio stare un po’ da sola” non voglio vederlo più del dovuto.

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Sopravissuti #1

Luglio 1, 2007 · Lascia un Commento

Vedete il bene nei suoi occhi?

Sono il confine devastato di me stessa. Penso che la mia vita si il continuo cadere sul limite che divide l’eccesso dalla fine, e per ora mi sono sempre rialzata. Vivo sull’orlo da quando sono stata assunta da questa società, non proprio riconosciuta, che collabora nel campo umanitario tra Sierra Leone, Ruanda e Burundi. Ufficialmente siamo l’ultima spiaggia che rimane ai bambini soldato per non venir confinati in un carcere militare. Tutti i negretti che hanno combattuto, che vengono catturati dai governi o rimangono senza “gang”, vengono rieducati.

Il lavaggio del cervello, del cervello lavato, di un bambino negro e sporco. Aggiungendo anelli alla catena si ha solo la parvenza di essere più liberi, ma ci si abitua a tutto. La priorità viene data in ordine di importanza. Prima ai pochissimi centri di riabilitazione governative. Assistenti sociali obbligate dalla comunità internazionale a cancellare la dipendenza da eroina. Di solito tramite Xanax e Valium. Contro parasonnie e crisi di panico. Non funziona. I bambini vorrebbero solo morire, se solo potessero volere. Questi cadaveri nero pallido vengono presi e portati via. Calzoncini, pastiglie e gocce. Vengono presi dalle missioni cattoliche, poi. Salesiani. Brava gente che insegna un lavoro alternativo al “faccio saltare teste agli altri bambini”. Guardano la televisione, recitano il rosario e imparano a lavorare.

Di un’alienazione ne fanno tre, accettate del sistema.

Come maniaci compulsivi girano con queste collanine a sgranare “Ave alla Madonna”. Prima sgranavo proiettili calibro 5,56mm. Guardano cartoni occidentali sognando e illudendosi. Lavorano come macchine per sfuggire dalle emozioni. Insomma, per farla semplice, sono i figli della classe operaia europea, cambiando eroina con alcol, l’equazione è un’identità.

Ma esiste una categoria di bambini che sfugge a chiunque. Sono quei corpicini per cui le idee dei rivoluzionari, degli eserciti di liberazione, trovano facile entrata. Propensione alla violenza, alla dipendenza, alla spensieratezza del atto omicida. Ma questi grandissimi figli di puttana, sono anche figli di Dio e noi dobbiamo trovare il buono che c’è in loro.

Ciò che siamo è l’unica cosa di cui siamo responsabili anche se non abbiamo scelto. E’ un’idiozia, ma come fare a condannare qualcuno privo di libertà, affogato in un modo governato da evoluzione culturale statica e caoticità quantistica. E non mi riferisco solo ai bambini abbronzati.

Per cui ora mi trovo in questa situazione, completamente condotta da me. Burattinaia.

Fase 1 – Due bambini di 11 che non hanno superato la selezione cattolica. Uno stanza di 20 metri quadrati in cui abbiamo rinchiuso i due per 3 giorni. Pranzi perfettamente calibrati per la sufficienza calorica. Una sola scodella.”

Questo era il progetto, sono intervenuta al secondo giorno altrimenti si sarebbero ammazzati per quelle 3600cal da dividere. Questi bambini ora si odiano davvero. Sono due sfere di ego chilometriche in una monolocale puzzolente.

Fase 2 – I bambini legati con lo scotch a due sedie. Fragili. Due Beretta 92FS in mano, le pistole più affidabili della storia. Le armi sono legate ai polsi con il nastro e ancorate ad un tavolo che sta tra i due bambini. Il treppiede che fissa le pistole serve innanzitutto a non permettere che si possa sbagliare mira. Inoltre collega meccanicamente i due grilletti. Quando uno scatta, beh scatta anche l’altro.”

Consiglio ai bambini di parlare. La collaborazione e l’amore reciproco degli uomini oggi si chiama diritto. Ma è nato dal fatto che siamo tutti dei bastardi ma ci “si può trovare” in situazioni in cui non si è più certi di essere il più forte.

Nella sala cala un silenzio innaturale. I due bambini si guardano negli occhi con le mani tremanti e lacrime di sudore a rigare le guance. Devono solo dire entrambi “giuro non sparerò” e per me potrà incominciare la fase 3, di psicoterapia.

Mi accendo una sigaretta e chiudo gli occhi. Sento il mio cuore pulsare, il suono del fumo che esce dalla bocca. Il nulla intorno. Penso alla carne, a una scopata, all’ultima, lontana, scopata di sei mesi fa. Al vino francese, alle feste in lungo, ai calici di champagne, ai mohito party. Alla saliva, al miele, alle onde del mare che troppe volte si infrangono lunghe, bagnando le radici dei pini sulla spiaggia. Aghi e sabbia. Al mio primo pompino con vergogna e tenerezza, alla prima volta che ho tirato di coca in un bagno. A miei genitori.

Apro gli occhi dopo molte boccate di sigaretta. La stanza è satura di fumo, come una leggera nebbiolina d’indifferenza separa me e i due cani randagi.

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