L’ ultima immagine che è rimasta impressa sulla pellicola del mio conscio è la diapositiva di un drink e dei suoi occhi che mi fissano. La critica frattura dell’età adulta si trova nel non dare più valore agli insegnamenti della generazione precedente. E’ così che si cambia. E’ così che si sbaglia. Non accettare passaggi dagli sconosciuti.
Ma come cazzo posso riconoscere un insegnamento da un dogma se non lo spiegano.
Sono seduta completamente legata con uno spesso nastro adesivo alla sedia. Davanti a me uno specchio. Dietro al mio riflesso scorgo una camera da letto a basso costo. Legno di faggio, lenzuola sottili di cotone bianco. Un armadio da camerata.
“Ben svegliata Momo” il bastardo deve essere alla mia sinistra, nell’angolo cieco della mia visuale di pietra. Carica una pistola. “Ora chiudi gli occhi e immagina, ti dovrebbe riuscire facile data la dose di psilobicina che hai assunto ieri. Diciamo che stai camminando sulla soglia dello psiconautismo.” Mi gira la testa e ho una paura fottuta. Ma la paura è come se fosse rallentata dietro di me. Solo l’ombra della paura a rallentatore dietro la fuga infinita di me. Sono più veloce, più forte, più indifferente. “Immagina che il riflesso di fronte a te si animi, si stacchi dal legame di luce che lo vincola a te. Immagina che alzi un braccio libero, un braccio che tu non hai. Lo stai vedendo Momo?” Non riesco a parlare, le sue immagine sono colorate e lentamente prendono forma di suono nel loro significato. La mia immagine riflessa che mi punta una pistola alla fronte. Non ho paura. La paura è un’ombra alle mie spalle. “Lo senti il freddo della canna sulla fronte?” Ora lo sento. Non so sto pensando o sussurrando fuori. Non riesco a capire cosa sia reale, se qualcosa di reale rimane ancora. Una musica alle mie spalle.
Momo, sparerai? O tu o lei, sei il tuo riflesso spara, vi infrangerete entrambe in una pioggia di diamanti rossi. Schegge di sangue. Ma chi è il riflesso tra le due piccola mia?” Ora non sento più il nastro sulla fronte, sulle gambe. Solo non riesco a muovermi, come intrappolata tra il vetro e la lamina di alluminio dello specchio.
Sono la linea asintotica di me stessa, riflessa in un viaggio lisergico.
“Ti ho chiesto, sparerai? Perché non dovresti sparare questa volta? Lo hai capito bambina?”
In questo mondo non siamo sicuri di essere la matrice, la gonade eterna, o soltanto lo sporco riflesso di qualcuno che ci sta sopra. Non abbiamo la certezza di poter esistere da soli, e forse gli altri spettri che ci camminano intorno, sono la fonte di luce che ci rende ologrammi tangibili.
La vita va avanti non per rinuncia ad un egoismo, continuiamo a fluttuare perché se non ci fossero altri occhi, non sapremmo veramente chi stia camminando. Noi o la nostra coscienza?
Creiamo il mondo e creiamo parte di noi stessi. Siamo degli dei parziali, che hanno bisogno di altri dei per accorgersi di aver partorito un altro universo, il cui centro è la percezione stessa di noi stessi.
Sento scattare una sicura.
Mi slega prima le gambe, poi i polsi “finalmente hai capito” devo aver parlato questa volta. “Finalmente piangerai anche tu ad ogni morte, perché ogni essere cosciente che cade, muore una frazione di te” comincio a piangere. “Mi dispiace per averti drogata, per averti legata. Ma era l’unico modo…” lo abbraccio, ho bisogno di sentirmi attraverso le sue mani. La medium rovesciata due volte. La medium in acido. Mi abbraccia e mi bacia sul collo. Solo ora mi accorgo di essere sempre stata nuda. “Bel modo di portare e letto una ragazza” sussurro mordendogli il lobo destro.
Mi mette le mani calde sulla schiena, lo sento eccitarsi tra le mie gambe.
Il sangue comincia a pulsare più veloce in noi, ossigeno, respiri più veloci, più frequenti. Si gonfia, si irrigidisce, mi bacia. Mi perdo tra gli stupefacenti e la pressione troppo alta. Sento le sue dita bagnate dentro di me. Sono calde, si muovono frenetiche, precipitose. Troppo veloce, troppo aggressivo. Volevo sentirmi, sento solo lui.
Mi sbava sul collo mentre toglie le dita ed entra lui. E’ troppo, estirpa fino in fondo, gemo dal bruciore “Ti piace?” chiede guardando nel vuoto di se stesso. Guardando la piccola frazione di Ego che crede, per ricordo, di aver creato. Annuisco con la testa. Aspetto che finisca, sapendo che durerà poco se stringo. Centoottantacinque secondi non sono proprio un record. Si sdraia “Ti amo tesoro”. Respiro e annuisco come soddisfatta. Gli accarezzo la fronte e aspetto si addormenti.
La stanza sembra ancora più spoglia di prima. Ogni angolo è asettico fine a se stesso, senza uno scopo. Forse sto proiettando. Prendo la pistola che aveva appoggiato sul comodino. Lo guardo. Sparo. Una. Due volte in testa. Non ha il tempo di accorgersi di nulla. Il sangue ricopre il cuscino e imbratta le lenzuola ovunque. Il muro e un quadro astratto di un’emozione indefinita.
Ora la stanza ha un senso, un momento che ne colora le pareti. Ognuno vede un colore diverso.
E sulla linea asintotica, ho ucciso la parte che più detestavo di me stessa. Ho ucciso la dea.
