Elite Suicide Culture

Post da Agosto 2007

Sopravvissuti #4

Agosto 4, 2007 · 4 Commenti

L’ ultima immagine che è rimasta impressa sulla pellicola del mio conscio è la diapositiva di un drink e dei suoi occhi che mi fissano. La critica frattura dell’età adulta si trova nel non dare più valore agli insegnamenti della generazione precedente. E’ così che si cambia. E’ così che si sbaglia. Non accettare passaggi dagli sconosciuti.

Ma come cazzo posso riconoscere un insegnamento da un dogma se non lo spiegano.

Sono seduta completamente legata con uno spesso nastro adesivo alla sedia. Davanti a me uno specchio. Dietro al mio riflesso scorgo una camera da letto a basso costo. Legno di faggio, lenzuola sottili di cotone bianco. Un armadio da camerata.

Ben svegliata Momo” il bastardo deve essere alla mia sinistra, nell’angolo cieco della mia visuale di pietra. Carica una pistola. “Ora chiudi gli occhi e immagina, ti dovrebbe riuscire facile data la dose di psilobicina che hai assunto ieri. Diciamo che stai camminando sulla soglia dello psiconautismo.” Mi gira la testa e ho una paura fottuta. Ma la paura è come se fosse rallentata dietro di me. Solo l’ombra della paura a rallentatore dietro la fuga infinita di me. Sono più veloce, più forte, più indifferente. “Immagina che il riflesso di fronte a te si animi, si stacchi dal legame di luce che lo vincola a te. Immagina che alzi un braccio libero, un braccio che tu non hai. Lo stai vedendo Momo?” Non riesco a parlare, le sue immagine sono colorate e lentamente prendono forma di suono nel loro significato. La mia immagine riflessa che mi punta una pistola alla fronte. Non ho paura. La paura è un’ombra alle mie spalle. “Lo senti il freddo della canna sulla fronte?” Ora lo sento. Non so sto pensando o sussurrando fuori. Non riesco a capire cosa sia reale, se qualcosa di reale rimane ancora. Una musica alle mie spalle.

Momo, sparerai? O tu o lei, sei il tuo riflesso spara, vi infrangerete entrambe in una pioggia di diamanti rossi. Schegge di sangue. Ma chi è il riflesso tra le due piccola mia?” Ora non sento più il nastro sulla fronte, sulle gambe. Solo non riesco a muovermi, come intrappolata tra il vetro e la lamina di alluminio dello specchio.

Sono la linea asintotica di me stessa, riflessa in un viaggio lisergico.

Ti ho chiesto, sparerai? Perché non dovresti sparare questa volta? Lo hai capito bambina?”

In questo mondo non siamo sicuri di essere la matrice, la gonade eterna, o soltanto lo sporco riflesso di qualcuno che ci sta sopra. Non abbiamo la certezza di poter esistere da soli, e forse gli altri spettri che ci camminano intorno, sono la fonte di luce che ci rende ologrammi tangibili.

La vita va avanti non per rinuncia ad un egoismo, continuiamo a fluttuare perché se non ci fossero altri occhi, non sapremmo veramente chi stia camminando. Noi o la nostra coscienza?

Creiamo il mondo e creiamo parte di noi stessi. Siamo degli dei parziali, che hanno bisogno di altri dei per accorgersi di aver partorito un altro universo, il cui centro è la percezione stessa di noi stessi.

 

Sento scattare una sicura.

 

Mi slega prima le gambe, poi i polsi “finalmente hai capito” devo aver parlato questa volta. “Finalmente piangerai anche tu ad ogni morte, perché ogni essere cosciente che cade, muore una frazione di te” comincio a piangere. “Mi dispiace per averti drogata, per averti legata. Ma era l’unico modo…” lo abbraccio, ho bisogno di sentirmi attraverso le sue mani. La medium rovesciata due volte. La medium in acido. Mi abbraccia e mi bacia sul collo. Solo ora mi accorgo di essere sempre stata nuda. “Bel modo di portare e letto una ragazza” sussurro mordendogli il lobo destro.

Mi mette le mani calde sulla schiena, lo sento eccitarsi tra le mie gambe.

Il sangue comincia a pulsare più veloce in noi, ossigeno, respiri più veloci, più frequenti. Si gonfia, si irrigidisce, mi bacia. Mi perdo tra gli stupefacenti e la pressione troppo alta. Sento le sue dita bagnate dentro di me. Sono calde, si muovono frenetiche, precipitose. Troppo veloce, troppo aggressivo. Volevo sentirmi, sento solo lui.

Mi sbava sul collo mentre toglie le dita ed entra lui. E’ troppo, estirpa fino in fondo, gemo dal bruciore “Ti piace?” chiede guardando nel vuoto di se stesso. Guardando la piccola frazione di Ego che crede, per ricordo, di aver creato. Annuisco con la testa. Aspetto che finisca, sapendo che durerà poco se stringo. Centoottantacinque secondi non sono proprio un record. Si sdraia “Ti amo tesoro”. Respiro e annuisco come soddisfatta. Gli accarezzo la fronte e aspetto si addormenti.

 

La stanza sembra ancora più spoglia di prima. Ogni angolo è asettico fine a se stesso, senza uno scopo. Forse sto proiettando. Prendo la pistola che aveva appoggiato sul comodino. Lo guardo. Sparo. Una. Due volte in testa. Non ha il tempo di accorgersi di nulla. Il sangue ricopre il cuscino e imbratta le lenzuola ovunque. Il muro e un quadro astratto di un’emozione indefinita.

Ora la stanza ha un senso, un momento che ne colora le pareti. Ognuno vede un colore diverso.

 

E sulla linea asintotica, ho ucciso la parte che più detestavo di me stessa. Ho ucciso la dea.

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Supravvisuti #3

Agosto 1, 2007 · 4 Commenti

Ripercorro il corridoio passando davanti all’ homoartistacinico nichilista, innamorato di me, il più velocemente possibile. Guardo in basso fingendo di essere sconvolta.

Nella stanza il fumo si sta depositando, l’aria è davvero pesante. Il sangue odora di ruggine bagnata in questi casi. Ormai si sta coagulando ovunque e mi ci vuole il doppio del tempo per scrostare i due bambini dalle sedie, dal pavimento. Pulendo mi viene in mente mio zio, nell’intento folle di iniziarmi a fumare la pipa. Diceva “Le vere pipe sono quelle di legno, la radica conferisce al fumo un gusto…”. Questa gente come le pipe di terracotta “sono buone solamente perché se cadono non devi faticare a raccoglierle”.

Mi chiedo a volte come una laurea in medicina legale mi abbia fatto finire fino a qua. Sono le scelte che prendo, forse, a farmi cadere oltre il limite della mia stessa curva.

Un giorno mi trovo con un cadavere sul lettino, il cuore in mano da pesare, lo stomaco aperto alla ricerca di lesioni. Un taglio a Y da ricucire. Oggi mi trovo con dei rifiuti della globalizzazione dentro un sacco della spazzatura. 35Kili appena da scaricare in un inceneritore per gli scarti di lavorazione tessile a 120km da qua.

Finisco il lavoro e trovo il mio collega appoggiato allo stipite della porta “Mi hai guardato per tutto questo tempo?” sbuffo acida esagerando la fatica per il lavoro.

Annuisce guardandomi come se fossi un angelo che raccoglie gli uomini per il giudizio finale. Forse è quello che sono, ma mal retribuito. Continua a guardarmi scuotendo una bottiglietta d’acqua senza etichetta. Beve buttando indietro il capo, assapora con le labbra ricomincia a guardarmi, sta per parlare. Mi giro raccogliendo un sacco “Beh, potresti darmi un mano e raccogliere l’altro sei li da…” mi sorpassa e si mette il sacco sulle spalle.

“Sai cosa” dice nello sforzo “Il tuo problema è che sei troppo intelligente. Non sarebbe un problema in realtà se non ne fossi consapevole” annuisce “Ma sei cosi fottutamente certa delle impressioni che hai, che alla fine smetti di osservare, smetti di porti domande, rimanendo la bambina che eri dopo la laurea in medicina. Fiera, soddisfatta e perfettamente priva di esperienza.” Non lo ascolto neanche “Vai pure avanti, mi piacciono le critiche”. Coglione. “Va bene” sospira “Probabilmente pensi che io ci stia provando con te, che sia solo un idiota. Che non mi accorga del fatto che a tu, di questi ragazzini, non ti accorgi neanche.” Mi ammutolisco un attimo e risollevo il cadaverino sbudellato sulla spalla. Scivolava. “Continua, poi però tocca a me” sorrido finta. Ma sembra non accorgersene. Apre la porta degli uffici che da sul cortile, tenendomela aperta con un fianco. Avvicinandosi al furgone “Quando ti chiedo come ti senti, non voglio mettere in dubbio la tua assoluta indifferenza di fronte alla morte” è sarcastico “ma so che quando qualcuno sbaglia, tu soffri. Non perché sia un tuo fallimento, ma perché questi” sbatte nel cassone il sacco alzando una nuvola di polvere “non siamo altro che tu ed io, se fossimo cresciuti nelle loro stesse condizioni.” Pelle nera e capelli ricci a parte “Si, hai colpito il bersaglio” dico sussurrando facendomi aiutare per sollevare il morto. “Ma quello che non sopporto di te” lo guardo asciugandomi il sudore dalla fronte. E’ innamoratissimo di me. “è nel tuo atteggiamento da romantico. Tu pensi davvero che sia un fallimento, che sia possibile salvare il mondo partendo dagli atomi. Ma cazzo!” mi scaldo “i passaggio sono troppo complessi per risalire, per dedurre…” mi guarda come se fossi trasparente. “per…” mi abbraccia e mi preme la testa contro il suo petto. “Andiamo a mangiare qualcosa insieme”, Lo guardo. Questo personaggio dei suoi non era ancora uscito. Magari è la scopata nascosta dietro gli abiti da monaco. “Dai, va bene!” dico un po’ civetta, nascondendo ancora la rabbia che lentamente si disperde. Sulla linea asintotica di me stessa.

Saliamo in macchina. Faccio finta di dimenticarmi dei due compagni silenziosi alle nostre spalle. Sembra che lo faccia anche lui. Sta parlando da mezz’ora di se stesso, di cosa scrive, di cosa pensa del mondo. Ma io ho fame, lui è un artistoide che se avesse del talento, non si troverebbe qui con me in mezzo al nulla e ai bambini morti. Arriviamo a casa sua, una villetta a 30metri dalla mia. Il quartiere dei bianchi è sorvegliato da solfati del governo. Le nostre case doppiamente. Non si è mai al sicuro da gente che pensa “Morte è uccidere, è cattivo”. Maggiore è il numero di parole conosciuto, maggiori sono i cubetti per costruire un castello di idee, maggiore è la complessità del ragionamento. E’ questa la vera differenza tra l’uomo e la natura. La cultura, la consapevolezza della propria esistenza strutturata sul linguaggio. Le case sono vecchie villette inglesi ristrutturate agli inizi degli anni 80. “Entra, Momo” Dice aprendomi la porta e…

 

Sulla linea asintotica cado. Cazzo.

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