Elite Suicide Culture

Post da Settembre 2007

Reraise #2

Settembre 14, 2007 · Lascia un Commento

Li vado a vedere, consapevole della mia forza. Il vecchio ci guarda un attimo, si lecca le labbra amare e sputa via se stesso. “Per me no grazie” dice succhiando il sigaro quasi spento. Veronica ci osserva, sembra triste, come al solito. Triste come un Dio che ha creato un mondo destinato alla perfezione, ma che si è accorto solo tardi che sofferenza e morte erano il cammino. 40Anni nel deserto e una crocifissione sono troppo pochi per farsi perdonare. Gira tre carte, sapendo di scandire il nostro futuro, attraverso il frusciare lento.

Re di quadri, 2 e 10 di cuori. Tocca a lei parlare. Posa i suoi piccoli occhietti sulle carte. Mi sembra di sentire il rumore del suo cervello calcolare quante possibilità ha che gli esca il punto. Scala o colore. Ho la coppia più alta in gioco. 2500 sterle piovono dal cielo. Il prezzo per continuare ad andare avanti, la sodfferenza per perfezionare il mondo. Sono in uno stadio evolutivo inferiore, posso permettermelo. Vedo. La bimba è di ghiaccio, e io sono disposto a morire da un momento all’altro per lasciarle il posto. V. Brucia una carta e gira la quarta. Donna di quadri, niente colore, nessuna coppia più alta della mia, 4/5 di scala dal 10 al K. Per il prodigio va bene così. Per me anche, ma voglio vedere se ha il gioco, tendo un esca. 1000 per vedere. Vede senza distogliere lo sguardo da me. Si gira il gran finale. 4 di quadri. Parla lei, a cui forse è entrato il colore. “Per me è ok così” piatta e lenta. Non ha un cazzo. Una coppia di 10 al massimo. La voglio fare uscire. Raddoppio il piatto 13500. Senza nessuna contrazione del volto “Per me ventisettemila” dice la puttanella di nove anni. E’ anche truccata male. La frase vibra nel cervello come il rumore del ghiaccio che si rompe mentre cammini. La faccia contratta dell’ibernazione. Sono i bastoncini surgelati di me stesso.

Ma in un mondo in cui tutto ciò che vorresti fare è già stato fatto da qualcun altro. Prima di te, meglio di quanto potresti ed in un età considerevolmente inferiore, l’unica uscita che ti rimane è andare verso l’autodistruzione, sperando in una carta girata. Seguendo il mio cammino non andrei comunque da nessuna parte.

Non voglio, ma la chiamo. Gira il suo nove e il suo jack. Mi mostra il suo successo e la mia sconfitta. Non mi importa. Non prende le fiches, non è convinta di aver vinto. “Prendi tutto”. Sorride e si avvicina il piatto al petto.

Rido di lei. L’intelletto superiore e l’emotività di una bambina idiota. E’ contenta di aver vinto, di sentirsi la migliore. L’egoismo dell’infanzia. Ha vinto un piatto di 54mila sterline con cui potrà comprarsi le bambole. I miei giochi sono stati distrutti dalle mani dei miei nipotini della sua età. A differenza di lei, non mi importa un cazzo di niente. Sono il cadavere senza emozioni di me stesso.

 

È il suono del tuo precipitare. Inesorabile. Il cadere su un fondo duro e compatto, la consapevolezza che non avrai null’altro nella vita. Niente, se non quello che ti hanno concesso fino ad ora. Accumuli e affoghi, in tutto quello che credi di aver trovato.

 

Sono fuori da buio. Guardo le carte per quattro volte di fila e le lascio precipitare tutte al di la della mia attenzione. Scrolalto dal peso migodo la circostanza. Ci troviamo in castello romanico del centro Italia. Sulla torre est, ci hanno detto. Mi sporgo oltre il parapetto, tra due merli di pietra spessa. Un sottile vento d’autunno strappa le nuvole sanguigne del tramonto. Le colline sembrano fuggire l’una all’altra fino all’orizzonte, perdendosi tra l’eco dell’abbaiare dei mille cani. “Jack, cazzo tocca a lei, si muove?” Urla la crupier-spacca coglioni alle mie spalle. “Riprenditele, tanto questa partita l’ho già vinta”. “Ma non le ha neanche guardate!” ride pensando a quanto sia rimbambito negli ultimi 10anni. “Già”. Sbuffa e distribuisce le carte. Guardo nel vuoto di questa prospettiva, cercando di bucare con gli occhi lo schrmo che mi si erge davanti. Non può essere tutto qui, non questa recita, non questo abbozzo di pasta di sale che chiamano realtà. Possibile che la malinconia non riesca a fare niente di meglio di questo abominio colorato? Respiro e torno nel mondo. Un’altra nascità dopo ogni apnea. Mi risiedo e vedo che la bella signora ha perso qualcosina contro la bambolina. Probabilmente si starà logorando di invidia per quella bellezza ancora fragile, pura e compatta. Se fossi in lei mi sentirei polenta riscaldata mentre osserva una patata novella scottata al forno. Una patata novella che gioca decisamente meglio di lei a poker. Il ragazzino è praticamente azzerrato dall’uomo di sigaro, che si sente molto maestro ex cathedra. Quello stesso tipo di maestri che se la sta per prendere nel culo dall’allievo con il livello di pazienza in riserva.

Grande buio salito a 2000 in dieci minuti. Carte. Asso e 10. Sono l’ultimo a parlare. Tutti vedono, timorati da Dio. Alzo a 10mila la quota di sanguinamento morale per venirmi a vedere. Il ragazzino va in all in e mi vede. Spegne il sigaro e scuote la testa l’amico vecchio. La polenta guarda il ragazzino quasi fosse suo figlio. E lascia. Niente anche per la patatina. Veronica è sempre più giu, sembra quasi che questo torneo “fino alla fine” lo stia giocando lei con i soldi della pensione. Quel tipo di denaro sche si sarebbe dovuto versare agli istituti di credito per acere una pensioncina da vecchi, e che invece si sta giocando tutto in una mano di poker. Penso di capire come ci si sente, anche perchè si tratta della mia situazione. Non considerando il fatto che i soldi li ho guadagnati giocando. Alla fine siamo sempre a zero. Abbiamo tutto il possibile all’inizio, quando ti siedi la prima volta ad un tavolo, ma mano dopo mano, il gioco ti sottrae tutto. I piccoli morsi di una formica antropofaga. Così mi sembra doveroso giocare tutto, per rispetto al gioco stesso, per non avere conti aperti mentre riposo.

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Rerise #1

Settembre 4, 2007 · Lascia un Commento

Io continuo a sentire un rumore. E’ sottile, tagliente. Un rumore così fine da scomparire quando si parla troppo, quando respiro a pieni polmoni. Forse cessa al passare degli aerei, al piovere scrosciante sulla veranda. Ma forse, è solo un dannato albero che cade nella foresta e nessuno può sentirlo. E’ assillante.

Sono seduto ad un tavolo con 4 persone mai viste prima. Alla mia sinistra ho un ragazzo di 19 anni, abito blu scuro, camicia bianca aperta sul petto con pochi peli. Capelli lisci, castani, in ordine. Ha la voce da ragazzino. Soldi, sicurezza di se e timore reverenziale verso questo ambiente completamente nuovo. Non ha i coglioni abbastanza sviluppati, ma sosterrà le sue posizioni. Tremerà nelle scelte. Ha dei profondi occhi verdi.

Un passo in senso orario e c’è il cowboy. Immancabile in queste situazioni. Gamba larga, pantalone quasi-finta-pelle ma non posso, occhiali grossi, sigaro inglese vecchio di dieci anni e parlata fumosa e aggressiva. I sigari hanno il caratteristico odore dell’urina di gatto maschio adulto in bisogno di sicurezze territoriali. Un cowboy con le orecchie a punta.

A ore 12 mi trovo un’avvenente signora sui 40. Abbronzata, palestrata, cosce che sembrano autostrade di miosina vibrante. Nel complesso è una donna fine e a modo, ma è una maschera fottuta. Non esistono donne eleganti in questo ambiente, non esistono flirt, non esiste amore. Questo sistema è l’estensione della realtà senza il concetto di coesistenza, l’estinzione della collaborazione sociale. Per portarmi a letto la signora, dovrei prima asciugarla del tutto. Poi comprarmela, per ritrovarla ancora a questo tavolo, nella sinusoide della caduta.

L’ultimo collega è quello che ci si aspetterebbe in un film di Spielberg del nuovo millennio. Treccine sottili e capelli biondi. Occhi azzurri senza emozione, ciglia lunghe e fini. Una piccola bocca rosa. Denti bianchi e regolari. Un candore demoniaco. Una stronzetta di nove anni, con un cazzo di QI di 160. Lo Stato le paga la scuola per i bambini dotati. Lei si compra i lecca lecca coi soldi dei suoi gentilissimi compagni di college. 12 anni in più danno esperienza, nessuna capacità di calcolo superiore. Se non hai talento, il canto delle muse sembra il vomitare sordo di un 15enne ubriaco. Non siamo predisposti geneticamente per crederci i migliori. Avrai sempre un arrivo, o una via di fuga dalla sconfitta.

Il ragazzino si mangia le unghie, il cowboy fuma lettiere di gatto continuando a strofinerlo sulle labbra, la puttana è una tricotillomane, la bambina succhia lecca lecca. Nessuno è soddisfatto della propria vita sessuale, nessuno può vincere in una maratona senza traguardo.

80mila sterline sono la tassa d’iscrizione. 400Mila sterline al primo. 400Mila a chi riuscirà a correre più veloce e più a lungo. Per vncere devi essere primo, e gli altri svenuti alle tue spalle.

3. 2. 1. Via. Si nasce aspettando che gli altri muoiano. E poi il buio.

Sembra vibrare da ogni direzione. É come se qualcuno stesse cercando di entrare con insistenza, penetrare in questo mondo. È rabbia, denti artigli. Il ritmo sincopato del cuore. C’è ma appena lo si nota, si dilegua. Tutti sanno che esiste, solo che nessuno può provarlo. Scompare dai ricordi in fuga.

Il giudice è una vecchia conoscenza degli ambienti clandestini del texas no limit. Veronica Colt. Una signora elegante sui 60, gioielli discreti, pelle compatta e un disico asciutto. Veste sempre in lungo scuro in queste occasioni. Sa già che qui non si giocano i diritti televisivi, gli sponsor. Qui si gioca uno, due, tre, quattro anni di stipendio. Le lacrime nere della sconfitta. E’ in lutto.

Consiglio a chiunque non creda nella caos, nella casualità che frulla le tue giornate, spalmando previsioni centrifughe sui muri della nostra esistenza, di giocare ad un texas no limit con un anno di stipendio.

 

Veronica vomita carte a rotazione. Una. Due. Scorrono sulla panno come dischi da hokey.

Alzo il bordo, coprendo con la mano.

 

K e Jack a colore. Cuori. Kojak. 3Mila nel buio di mille. 4Mila. Il ragazzino socchiude gli occhi e lascia, troppo per la prima mano. Deve capire come giochiamo. Idiota. Il cowboy non ha carte immano, ha aspirato il sigaro per 6 secondi filati dopo averle viste. Vede. Sposto gli occhi sulla bionda che mi sta fissando. “Non guardarmi così, che mi viene voglia di invitarti fuori a cena.” Sorride. “Ma non vorrei far pagare te quindi lascia perdere questa mano” Sorrido io e poso gli occhi sulla bimba prodigio. Un bambola di porcellana, con occhi di vetro, dentro i quali vedo solo me stesso. Intermittenza d’identità, allo sbattere delle palpebre. “Preferisco che me la offra tu” dice leccandosi le labbra, lanciando le carte in mezzo al tavolo con un’unghia rossa. Senza scherzare. La ragazzina sposta con le sue piccole mani bianchissime un fascio da 10mila sterline. 400 occhi di quella troia di elisabetta che mi guardano. La bamina sorride con gli incisivi appena cambiati.

Credi che sia il suono a fuggire. La realtà è che siamo noi a scappare. È la concretizzazione del parasosso. È l’incongruità dell’esistenza. Stillicidio delle emozioni soffocate.

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