Elite Suicide Culture

Post da Dicembre 2007

Me compreso #5 [Un viaggio altilenante tra il sado e le canottiere di cotone]

Dicembre 20, 2007 · 2 Commenti

4° Periodo – Età adulta, consapevolezza e assoluzione

Una volta finito il liceo decisi di fermare la schiera di modelle efebiche che entravano ed uscivano da casa mia. Succhiandomi. Smisi anche di fumare erba per concedermi totalmente alla cocaina.

Tre anni fa mi sono iscritto alla facoltà di medicina, in cerca di una realtà a cui non sapevo dare un nome. Era una fase della mia vita ipercinetica, irrequieta e inappagata. Potevo avere tutto ciò che volevo. Sapevo come fare innamorare una donna, fare provare paiceri, prediletti inconsapevolmente. Tutto questo mi faceva sentire in qualche modo diverso, superiore, migliore. Solo.

Da solo in quelle serate in cui ero abbracciato da mille amici e amiche, metà dei quali volevano protarmi a letto, sia da una parte che dall’altra. Quella serata in cui il terzo negroni, la seconda volata in bagno, distrussero il mio mondo.

Il locale era buio, fumoso. La gente fumava, fumava troppo, succhiava via l’ossigeno dal mondo. Tutti succhiavano, cocaina sopra i tavoli, nei bagni, sperma sotto i tavoli, nei bagni. Impastando tutto con drink a base di gin e deodoranti per l’alito.

Entrai in uno stato di coscienza particolare, in cui i movimenti e il linguaggio del corpo si trasfromava in parole cantilenate. Tutti avevano qualcosa di più.

Ogni fottuto bisessuale in quella stanza disapprovava l’inconsapevolezza. Ogni fottuta puttana-modella-quasi-diciotto-tu? era stanca di guadagnarsi da vivere con ciò che è senza sforzi. Le sigarette bruciano in gola a tutti, dopo la sesta in una sera.

Ma tutti scivolavano amabilmente sulla superfice liscia delle cose. Surfando sull’apparenza, conficcando i denti nel nulla.

Non esisteva una massa da cui ero separato. L’individualità stessa è compromessa, non esiste un io, ma un grande gruppo di giudizio. Ci abbracciamo tutti in una massa di errori,difetti e qualche virtù. Le gerarchie sono solo il riflesso incondizionato dell’esigenza di un capo nel tempo. Dell’indolenza ciclica. Ma il fatto stesso che non esista un “leader of the pack” eterno, mi fa pensare a come Dio non sia stato capace di creare nulla di buono. Nulla che sappia dare alla vita un valore intrinseco.

Una realtà che mi faccia dire, ora nel momento in cui sto per morire per mano della gente a cui ho fatto davvero male “Beh sta per finire, ma ne è valsa la pena”. Se mi guardo indietro vedo un deserto di nulla in continua caduta. Una cascata di sabbia incandescente che si tuffa, sul finire, in un inferno in cui non vale la pena nè servire nè regnare.

Qui il tempo rimasto per raccontare sta per scadere.

Il telefono squilla, è D. Dice che stanno venendo a prendermi, dice che sono il topolino che corre in una prateria. In cielo c’è uno stormo di falchi maltesi che mi puntano. Non ho molto più tempo, mi consiglia di scappare dall’uscita della cucina. Dice che ci vediamo al confine con l’Olanda il 27 del mese prossimo. Dove sappiamo noi. In bocca al lupo.

Io e D. Abbiamo cominciato a spacciare cocaina tre anni fa. Io completamente disilluso dal mondo, lui avido e ignorante. Abbiamo cominciato con un’idea. Freebase per tutti quelli che possono permettersela, il lusso del lusso. L’anno dopo la nostra preziosissima e ricercatissima cocaina pura era diventata un taglio al 15% eroina. Per questo era ricercatissima. Di giorno conducevo una vita normale. I miei genitori pensavano che studiassi fuori, in realtà ero iscritto a medicina in città. Di notte giravamo tutti i locali della città. Entravamo regalando qualcosa al buttafuori. Uscivamo con 20 persone dipendenti dalla nostra merda. 20 figli di uomini ricchi. Tanto ricchi, tanti soldi. Grazie alle mie cradenziali e alle doti imprenditoriali di D. Costruimmo un traffico di droga da 4milioni al mese. Ma tutto questo mi faceva schifo. Non sopportavo l’odore dei tagli della coca, il puzzo acre dell’eroina scaldata. Non sopportavo l’idiozia delle persone, dei nostri clienti, di quelli che camminano sulla crosta del mondo senza chiedersi cosa c’è sopra e sotto. Quelli che vogliono solamente assaporare di più la poca merda che hanno intorno. Abbellire un appartamento di 30 metri quadrati potendo rischiare di cambaire casa e vivere in una villa in collina.

Per questo grazie alla mia idea e alle doti imprenditoriali di D. Nell’ultimo anno abbiamo quadruplicato gli incassi. Arrivando al 40% di eroina e 20% di amfetamine.

Volevo fare male, sezionare la vita dei mille burattini. Il sensato desiderio di scavare sotto la loro pelle, per fare loro capire che oltre sangue c’è un anima. Il nucleo caldo della terra. E cosa meglio dello stesso strumento di nulla, cosa meglio della loro tavola da surfisti del superfluo, per immergerli in un mare di vita.

L’assoluzione dell’apatia attraverso il dolore. Tagliandosi i polsi solo per federsi sanguinare.

Da una limo scendono 3 persone. Occhiali scuri, maglietta e giacca. E’ il momento di scappare, ho ucciso troppe persone. Troppe persone non hanno saputo fermarsi al momento giusto. Dalla cammianta pesante, dal continuo toccarsi sotto la giacca, direi che sono qua per uccidermi. Uno di loro si volta verso sinistra, muove il brccio come se stesse cercando di comunicare. Sono circondato. Scendo le scale velocemente mentre mi infilo una maglietta e una canottiera. Sarà un viaggio lungo. Accendo la 998, apro il portellone del garage e apro tutto.

Sibilano colpi di pistola, i tuoni dei percussori devastano il silenzio dell’isolato. In tasca ho mezzo apchhetto di Chesterfield, un accendino, un cucchiaio. 170Euro nel portafoglio. Il serbatoio è a tre quarti. Dentro di me la consapevolezza di aver ucciso mio padre e mia madre, per mano degli stessi che vogliono uccidere anche me. Mi avevano avvisato. Tutto il resto è nulla, mi avevano avvisato.

Ma anche io, come tutti, ho bisogno di soffrire, per capire cosa c’è oltre al tutto…

E’ una giornata gelida di Novembre. E’ venerdì. Il sole è bianchissimo, sottile e l’aria odora di neve. Avrei voglia di un pompino, dell’odore caldo di una ragazza appena 18enne. Di una scopata.

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Me compreso (un viaggio altilenante tra il sado e le canottiere di cotone) #4

Dicembre 5, 2007 · 2 Commenti

Cocaine

Avete mai provato a portare una divinità in macchina con voi? Cosa fareste?

Personalmente cercherei di fare l’impossibile per impressionare il divino passeggiero. Curve in controsterzo, salti, limiti e semfaori bruciati. Tutto per dimostrargli che in fondo, a guardar da lassù, non è che si capisca poi molto. Mi sentirei “al sicuro”, in fondo.

E come vi sentireste se prendendo una curva troppo veloce usciste di strada, se la macchina si ribaltasse e a fine corsa trovaste il vostro Dio con una gamba staccata persa fuori dal finestrino rotto? Con magari un occhio spappolato sul parabrezza, “perchè tanto lui la cintura non la mette, cosa gli importa”?

Nel momento in cui i miei entrarono in casa con quattro ore di anticipo perchè “volevamo farti una sorpresa, coglione!”, mi sentii esattamente così. Ma prima di salire in macchina avevo fumato 3 grammi di erba e avevo lasciato i resti sul parabrezza.

Il divano incrostato di sperma, noi nudi abbracciati che dormiamo. La casa piena di fumo e odore di hashish. La televisione accesa su un flm porno hardcore con ragazze giapponesi che giocano in uno swapping continuo. Diciamo che se fossi stato nei miei genitori avrei probabilmente reagito peggio. Avevo distrutto l’immagine del loro bambino in circa 25centesimi di secondo. Il tempo che impiega il cervello ad analizzare un scena complessa e rielaborare un giudizio. Una frazione di secondo in cui tutti i loro errori sono piombati come una pietra dal cavalcavia sulla loro auto troppo veloce in autostrada.

Le reazioni a catena sono state:

  • Fare rivestire la poveretta senza neanche mandarla in bagno e chiuderle la porta dietro. Tutto in silenzio. Io ancora nudo sulla scena del crimine, un patibolo con due boia.

  • Farmi rimettere in mutande e urlarmi contro la rabbia e los conforto. Mi gettavano a mani larghe manciate dei loro sensi di colpa. Non era una rabbia di odio, tenevano le braccia conserte e parlavano troppo veloce. Urlavano solo quando lo stress li portava allo stremo. Non mi guardavano negli occhi. Non avevano il coraggio di fronteggiare la loro creazione e il loro sbaglio.

  • Si chiusero in camera, chiamarono la madre di lei. Raccontarono tutto come se fossero in un confessionale. Cercavano conforto. Ma ovviamente non trovarono appoggio ma solo rabbia. Quella vera. Il discorso droga creò effettivamente un po’ di tensioni, ma la madre dlla ragazzina doveva essere un ex hippie e non fece troppe storie.

  • Non quante me ne fece il padre il giorno dopo con il quale ebbi una conversazione del tipo “Sei un ragazzino sconsiderato, cosa hai fatto a mia figlia?” “Ha ragione scusi, ho sbagliato.” Era davvero incazzato, l’amore della sua vita si era concessa ad un ragazzino come me. Nessun principe azzurro. Un complesso edipico invertito sette volte. Vena pulsante sul collo, muscoli tirati delle braccia, movimenti frenetici. Non sapevo che indicassero quantitativi esorbitanti di adrenalina, ma li sapevo leggere e rimasi, davvero, sottomesso.

  • Un mese di comportamento dei miei non siamo arrabbiati-ma ci-hai davvero-deluso, ora sei pieno-di-sensi-di-colpa.

    La morale cattolica del senso di colpa e del pentimento è perfetta. Anche se il pentimento è vero, assolutamente simulato nel mio caso, gli uomini non imparano nulla. Quel giorno compresi il più grande fallimento culturale dell’occidente. Si impara solamente dalla sofferenza. Dal sangue dell’anima. Il resto è solo un modo per vivere con meno stress.

Tutto tornò normale nel giro di sei mesi. Gli sbagli servono ad imparare, ma la sofferenza si sotterra in fretta. E se non si riescono a seppelire, si seppelisce tutto con il librium.

Dopo quell’evento cambiarono parecchie cose, cambiarono rimanendo nell’alone polveroso della normalità. Mia madre divenne dipendente dallo Xanax prima e dal Lexotan dopo. Non riusciva a superare l’impatto emotivo di vedere ogni due settimane, dai 14 ai 18 anni, una ragazza nuova per casa. Mio padre lavorava sempre più spesso e raddoppiò le sigarette.

Io sviluppai in compenso quello che i medici di un tempo chiamavano “satirirismo”, e che la diagnosi del neuropatologo di tre settimane fa definisce come “ipersessualità, con spiccata dipendenza dalla feniletilamina peptide”. Bene. Questo è il risultato di essere sempre stato un ragazzo di nell’aspetto, di capire quando una ragazza è attratta da me. Ma soprattutto di sapere esattamente cosa pensa una persona, prima ancora che l’idea sia stata verbalizzata completamente nel cervello. I muscoli facciali, i movimenti degli occhi, con l’allenamento, rivelano i desideri ancora prima che li si possa esprimere, o capire. Ho sempre fatto di quell’attimo, la mia forza sugli altri. Che da semplice desiderio di essere accettato, con il tempo si è evoluto. Ma questa è storia recente.

Gli adolescenti sono marionette governate dalle droghe, a differenza delle fasi precedenti, cominciano ad assumerle spontaneamente. Inconsapevolente si accorgono che il mondo non basta, che il loro modo di essere non è fatto per la società in cui vivono.

L’assunzione di alcol comincia dai 14 anni, quando si riesce a scappare dall’occhio dei genitori, cocaina per chi se la riesce a permettere, cannabis al posto delle sigarette. Droghe sintetiche avanzando di poco con l’età. Tutto per ottenere più facilmente l’appagamento degli istinti, il bisogno di altre sostanze. E via come robot a seguire una discesa sintetica verso il fondo, dove l’anima ormai muore, lasciando il posto alla normalità.

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Mi ricordo il nulla

Dicembre 3, 2007 · 4 Commenti

Cammino all’indietro e, perchè no?
Guardo tutti i bicchieri vuoti,
nei miei ricordi senza persone.

Ho davvero svuotato così tanti bicchieri?
Deglutito in solitudine.
E poi? Si, perchè no?
Non mi è rimasto nulla,
accasciato sull’asse e dormire. Il filo di saliva dalla bocca impastata.

O almeno credo.

Lo credo, perchè nell’anima sono rimasto Io a brandelli
e vento e sabbia tutto intorno. Un sole troppo affilato.

Avrò abbracciato qualcosa che cammini, prima dei forse-bicchieri?
Non è possibile che tutto ormai,
così indietro, così in alto. Lontano da me.

Ed è subito sera. Ma il raggio di sole
mi ha fatto sanguinare? Devo aver dimenticato.
So solo che è sera e sono solo. Si. Sabbia e vento che sibila.

Cammino all’indietro, no? Perchè si, ancora?
Che tutto ormai è sopra, sepolto nel cielo.

In quel sole tagliente, chè è l’unico rimasto.
Scintillante tra i bicchieri.
Che non ricordo di aver vuotato.

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