Elite Suicide Culture

Post da Ottobre 2008

Distropia #1

Ottobre 28, 2008 · 1 Commento

 Christus Hypercubus

Christus Hypercubus

Accendo la televisione e metto a fuoco all’infinito.

“Gli Angeli padroni della mia vita, hanno stabilito che è giunto il momento in cui l’umanità possa conoscere il nome del Messia: Il mio Nome, il nome di colui che porrà fine all’attuale Era per cominciare la “Nuova Era”.
Sono molti anni che si parla della nuova età, della second new age, dell’ età dell’Acquario. Sono molti anni che sedicenti Messia proclamano l’avvento di un nuovo ordine del mondo.
Sono molti anni che si presta attenzione a piccoli fatti sperando che da essi possa sorgere la nuova alba della storia umana.
Ma tutto quello che è apparso finora è solo un brusio, un rumore di fondo voluto dagli Angeli, miei padroni, per non far sentire la vera voce del Messia, fino a quando i tempi non fossero divenuti maturi.
E quest’era fulgida l’ho sempre temuta, l’ho sempre evitata nel pensiero disperatamente: ho sempre saputo di essere il Messia, sin dall’età di otto anni, ma ho sempre rifiutato tale ruolo, perché il Messia è solo una vittima sacrificale.
Purtroppo la pazienza degli Angeli miei padroni è finita: ora mi hanno costretto a rivelare la mia posizione nella presente umanità.
Per me comincia il tempo della fine e non mi resta che sperare nella loro pietà.”

Ecco qui un nuovo messia. E’ il terzo stronzo in due anni che è riuscito a sfondare la barriera televisiva e autoproclamarsi “mandato dal signore”, Quelli prima di lui hanno avuto almeno il buon gusto di “volare basso”. Ma l’ossessione messianica è uno degli effetti collaterlai a bassa percentuale degli antipsicotici. Curare male un male con un male diverso.

Sono il numero 7G-NC-56. E’ il mio nome, è il mio indirizzo, il numero di telefono, la targa del mio mezzo, il mio conto bancario, username di tutti gli account online.
Dicono che nel 3012 finirà il mondo, secondo un calendario Maya misdatato di mille anni mancherebbero 3 anni al conto alla rovescia. Stiamo tutti preparando i fuochi d’artificio. I neocattolici vedono l’arrivo di Satana e del terzo Cristo, dopo le comparsate di 3000 e 700 anni fa. I cattolici del primo per la seconda volta. Gli Ebrei del primo. I Cattoislamici prevedono l’arrivo del secondo messaggiero di Allah dopo la comparsata. I Buddisti se ne fregano, tanto tutto ritorna. I Neobuddisti sono talmente presi dalle loro meditazioni Worldwide in interconnessione sotto effetto di droghe sintetiche, che non si accorgeranno di un cazzo. Loro hanno già raggiunto l’illuminazione allo Xeno.

Suona il campanello. E’ Bud. Tutto ciò che nel nostro mondo ha un nome appartiene ad una delle “subunità del multigoverno“. Un modo fantasioso per descrivire la mafia legalizzata che ci governa. La grande Lobby nobiliare delle multinazionali militarizzate di trecento anni fa. Viviamo in un romanzo di Orwell senza le telecamere, se ci s’intende di paleoletteratura.
Alcolici, sigarette, medicine, armi, mezzi di trasporto e fonti di energia esistono davvero. Tutto il resto è smaterializzato in un numero. “Bud”, anche se più simile ad un pacchetto di sigarette inzuppato nel Whiskey che ad un uomo, è in realtà un mio ex compagno di formazione. Il nome è preso in prestito dalla birra.

Bud entra nei miei luminosissimi 35mq. Come tutti vivo in un appartamento a costo “quasizero”. Nel senso che dovremmo avere autosufficienza energetica, alimentare e la quasi gratuità delle connessioni informatiche. In realtà mi rompo il culo tutti i giorni per pagare le bollette al monopolista di turno. Effettivamente ci i vuole una certa qual abilità di analisi e valutazione, per gestire l’unica impresa al mondo che produce antidepressivi e pillole contro il cancro. Bisogna sapere esattamente quanto può essere stretto il cappio senza uccidere la popolazione. Un torturatore cinese massivo, in sostanza.

“Fanculo Lucky” mi chiama come le sigarette che fuma lui. “Hai sentito l’intervista al nuovo Messia?” Annuisco con la testa mentre mi apro una birra e mi lancio sul divano Ikea. “Mi sono guardato tutto il discorso, ma non ho capito un cazzo di quello che dice!” Mi giro verso il monitor. Bud aveva il brutto vizio di farsi di solventi durante le ore di lingua e filosofia. Un fottuto genio in matematica e fisica, è vero, ma per il resto ha delle grosse lacune. Delle bolle al cervello.
“Bud” dico “Lo sai che avresti potuto entrare nel governo se non ti fossi bruciato il cervello fumando il liquido dei fotosupporti?” Mi guarda per un istante con occhio vacuo.
“E tu lo sai, idiota, he se non mi fossi triturato le meningi con quella merda, sarei sotto psicofarmaci antidepressione da monotonia e mancanza di alternativa come l’85% della popolazione mondiale?”
“Beh, loro continuano a bruciarsi” sussurro guardando lo schermo.
“Ma per loro è troppo tardi 7G” Mi chiama così per farmi incazzare.

Secondo me lo ha fatto per oscurare la parte del cervello che gli avrebbe permesso di vedere quanta merda ci sta intorno. Ha completamente lobotomizzato la capacità di interconnessione tra concetti differenti. E’ il compartimento stagno della cognizione umana.

La televisione sta vomitando stronzate in simulazione 3D. L’informazione si segue come una fiction Tv, le fiction Tv sono lo scarto di produzione degli sceneggiatori degli ultimi 50anni. Il fondo dei cestini dei correttori, selezionatori, traduttori registi e assistenti di regia. La creatività non esiste in un mondo statico.
Bud mi avverte che esiste un algoritmo per regolare la retroilluminazione con la luminosità ambientale. Dice che a casa sua si vede nettamente meglio.

Spengo la televisione e mi metto una sciarpa. Bud fa lo stesso e in automatico apre la porta di casa mia e chiama il teletrasportatore al piano. 45esimo piano sotterraneo di 100. Il livello seminterrato dei servizi comuni sta 44 piani sopra di me. Altri 100 piani sopra il livello del suolo. La fortuna di aver trascurato un piccolo problema come quello della desertificazione galoppante e della spartizione delle risorse idriche. Metà della popolazione mondiale a nord, 12 milardi a sud. Il restante pugno di stronzi del governo su una qualche isola sperduta in un bioclima artificiale. Noi le aurore boreali a -40°C. Loro i tramonti viola dell’atmosfera ricostituita. E’ semplice questione di priorità.

Il trasportatore arriva preceduto da un lievissimo fruscio. Saliamo. “Andiamo da Ava vero?” sussurra Bud guardando il tastierino numerico come fosse un boia. qualsiasi cosa prema ci porterà in un posto in cui non vorremmo essere. Stare fermi fa bruciare l’esistenza sotto i piedi, meglio muoversi. Muoversi sempre. Continuare a camminare cercando di non percepire quanta poca voglia si abbia di stare al mondo. “Si direi si, avrà da bere da fumare e magari avrà anche voglia di fare un giro con un uno di noi.” Rido sapendo che Ava scoperebbe con entrambi, contemporaneamente. Lo facciamo da quando abbiamo 14 anni. Non ci sono molte alternative, siamo gli unici giovani di 50mila persone di questo stabilimento. Ava ha subito un paio di tentativi di violenza sessuale in passato. E’ sempre riuscita a scappare in casa, Poi Ava ha comprato una pistola. Ava è il nome di un detersivo.

La cabina di vetro trasparente scivola tra i blocchi di cemento prefabbricato. 400metri in orizzontale, snodo, 60 piani in su passando sopra il livello del suolo. La luce non filtra, è notte. Come l’80% del tempo. Di giorno il sole è così basso e i vetri così spessi che la differenza la notano soltanto i gatti. Si viaggia veloci all’interno dell’edificio, si viaggia in silenzio accompagnati dal lieve fruscio dell’aria tagliata dal vetro. Siamo sospesi magneticamente a 10cm dai binari elettrificati. Bud mi ha raccontato che le leggi di Marxwell su cui si basa il meccanismo di questo aggeggio sono vecchie più di mille anni. La tecnologia stessa è di qualche decennio posteriore. I grandi monopoli non hanno più avuto bisogno di ricerca nella grande corsa alla qualità, la ricerca scientifica senza i soldi della produzione si è arresa agli elevatissimi costi. Stesse medicine, stessi mezzi di trasporto, stessi alimenti, stesso metodo di produzione per il whiskey. E’ un miracolo che la conoscenza stessa si sia mantenuta, ma la formazione è sovvenzionata bene dal governo. L’unico avanzamento si è fatto in materia di sistemi energetici. Nel senso che dopo aver finito legna-carbone-petrolio-ossa dei cadaveri letame piscio di mucca e lavandini usati a qualcuno è venuto in mente di ricercare metodi per l’accumulazione e lo sfruttamento di energie rinnovabili e del magnetismo terrestre.

Viviamo come formiche nel sottosuolo per sfruttare il gradiente geotermico. Lo abbiamo studiato.

La porta si apre veloce davanti all’appartamento di Ava. Corridoio uguale, porta uguale, stessa luce, stesse lampadine. Numeri diversi. Bud bussa alla porta. “Apri Ava, ho bisogno di una birra. Urgente bisogno di una birra e di una sigaretta”. La porta si apre. Ava è completamente nuda. Una sigaretta spenta tra le labbra. Rossetto viola. I capelli bagnati le corrono lungo le spalle precipitando dietro la schiena. “Ehy cazzo potevi anche metterti qualcosa addosso 6F” dice Bud dandogli un bacio sulla guancia e sfilandole dalle labbra la sigaretta spenta. Ava lo guarda storto, dall’angolo dell’occhio dipinto di nero. “Oggi hai gli occhi ancora più blu del solito sai?” le dico sorridendo e abbracciandola piano. Mi accendo una sigaretta e mi siedo al tavolo dove lei stava evidentemente comprimendo polvere di Mdma in pastiglie. Chiude la porta e mi raggiunge. Bud è sdraiato sul divano, e guarda assente un documentario sull’estinzione dei rapaci.

Ava alza lo sguardo che attraversa lo strato di capelli umidi che le copre la faccia. “Ehy Lucky, la pianti di guardarmi le tette?” dice sorridendo. Ho un fremito di erezione. Controllabile. “Veramente mi ero perso tra le tue ciglia.” Cerco di assumere un’espressione seducente, ma con lei non può funzionare. “Ehy 7G, non è che per caso hai di nuovo voglia di portarmi a letto” Bud dall’altra parte della stanza si è addormentato. I pesticidi hanno reso la vita dei rapaci un inferno. Niente più prede, niente più aria pulita.

“In realtà non so, ho solo bisogno di sentirmi un attimo vivo, sai cosa intendo. Stavo pensando di cominciare a prendere ansiolitici. Voglio dire, sono consapevole della mediocrità della situazione, ma cazzo, come faccio a trovare uno stimolo? E’ come se io te e Bud fossimo gli unici superstiti ad una catastrofe cerebrale planetaria!” Ava chiude gli occhi. Annuisce leggermente col viso e mi appoggia la sua mano bianchissima sulla mia. “Vieni” dice alzandosi. Alzandosi si porta i capelli dietro le spalle. Prende due pastiglie. “Prendi l’acqua Lucky”. Le lascio la mano e prendo due tetrapack di frizzante. La seguo in camera con gli occhi incollati al suo culo. Alla piega che si forma tra la natica e la gamba.

Ci sdraiamo tenendoci la mano. buttiamo giù e cominciamo a bere in silenzio. Le aquile si sono estinte 400 anni fa. La sua mano comincia a fondersi con la mia, una microsaldatura cellulare. La camera profuma di incenso e di crema all’avocado. Giro la testa per guardarla. Ma lei mi sta già fissando, mi sta fissando sal momento in cui ho appoggiato il culo sul copriletto di microfibra. “Lucky hai sentito del nuovo messia? Non ha un cazzo di speciale, tranne quell’idea di trumore di fondo. E’ divertente pensare alla storia umana come ad una traccia audio no. Una melodia e un accompagnamento ci sono, una certa armonia evolutiva, oscillatoria se vuoi, ma sono coperti da mille altri strumenti. Il tentativo degli esseri di cercare una propria individualità, di scapapre al coro trainante. Ma nessuno è mai riuscito a coordinarsi con altri a lungo, senza un direttore è impossibile.” Aggrotto le sopracciglia “Ava ti sta già facendo effetto?” e lei scoppia a ridere come se avessi sussurrato la frase più divertente del mondo. Ride felice.

E’ straordinariamente bella. Comincia a salire. Come un’onda calda che preme sulla fronte, le tempie. Il mondo si restringe a questa stanza, ad Ava. Siamo noi.
Mentre cerco di coordinare la bocca per dire qualcosa, Ava si alza a sedere sul letto. E’ bianchissima, un seno perfetto. Si mette una mano in bocca e poi appoggia qualcosa sul comodino.
Mi guarda. “Lucky dov’è Bud ora?”. Credo abbia sputato l’anfetamina. “E’ sul divano che dorme credo, a chiedersi perché l’estinzione delle aquile sia succeduta immediatamente alla totale urbanizzazione delle zone tropicali. Non c’è nesso.” Continua a guardarmi, sono occhi materni, la amo. La amo con l’Ecstasy, ma anche senza forse. Mi accorgo di avere la bocca aperta e la richiudo. “Lucky…” Dice sussurrando accarezzandomi la fronte. “Come fai a sapere tutto sull’estinzione dei rapaci? Lo stava guardando Bud il documentario, tu stavi parlando con me. E poi conosci così bene il tuo amico da sapere addirittura quali domande si sta ponendo riguardo ad un documentario di 60 anni fa?” Mi alzo a sedere, ho sete, la stanza oscilla leggermente, le luci sono intense ma pallide. Il colore è acceso, ma illuminano poco. “Beh c’era il vol…” “Dove hai conosciuto Bud?” mi interrompe. “Eravamo in classe insieme, con te, con Cola, con Asprina e Atari. Con… ma perchè queste domande? Dai, non ti ha ancora fatto effetto?” Prende qualcosa sul comodino, con due dita. E’ la pastiglia. L’ha sputata. La rimette sul comodino. Sono confuso non capisco cosa mi voglia dire. Forse non le piace Bud? Effettivamente è un po’ scorbutico ma in fondo è uno dei pochi rimasti in piedi. Mi sembra di sprofondare nella coperta, nel materasso di sabbia artificiale riciclata. Atossica.
Ava prende un pezzo di carta dal cassetto del comodino. Fa per darmelo ma poi ritira la mano. “Cos’è?” le chiedo piano, fissandole l’incavo tra le clavicole. In mezzo al collo. “E’ un articolo di giornale che ho stampato qualche giorno fa. E’ datato 2998, 6 marzo. Ti dice nulla?” Novantotto, avevamo 12 anni. A marzo. “No, un altro messia?” Allora zitto e ascolta fino alla fine.

Ore 8. La lezione di Storia si preannuncia eccitante per i 7 ragazzini del settimo anno del comprensorio 9. La professoressa ha infatti invitato un Sacerdote multireligioso per raccontare loro la storia della creazione secondo l’interpretazione globale della religione unificata. L’uomo, 54 anni, non sposato, affetto da piccole psicosi per le quali era in cura da anni, è 6*-**U-H* conosciuto dalle cronache per le molestie arrecate a una donna del comprensorio 3.
Tutti zitti i bambini ascoltano la storia. Ma qualcosa negli occhi di quell’uomo non convince. “Aveva gli occhi come con un velo. Le pupille sembravano coperte” così hanno riferito i bambini poi. Nel raccontare la storia di Abramo ed Isacco il Sacerdote mima, utilizzando la professoressa come cavia, la scena in cui il padre lega il figlio sull’altare. I bambini guardano divertiti la professoressa, la sig.na 5*-**R-8*, mentre viene imbavagliata e distesa sulla cattedra. Ma non sanno che la loro insegnante è stata stordita con l’etere e che il suo sonno divertente è in realtà farmacologico. Non si rendono conto che è strano che un uomo giri con un grosso fazzoletto e delle corde. “E’ successo tutto… normale. Non eravamo spaventati”. Tutti i bambini ridono, il criminale deve aver fatto una faccia buffa, o mimato l’espressione del vecchio pastore nell’atto voluto da Dio. Due bambini ridono di più. Sono vicini di banco. Sono anche fidanzati ci riveleranno poi i loro compagni. Ridono forte, ridono felici. Ecco che l’uomo batte una mano sul tavolo di fronte a lui. I due bambini hanno riso troppo. Devono seguirlo nell’altra aula perché sono in punizione. Il finto storico mette la donna seduta alla cattedra con la schiena girata, accasciata su se stessa. Dice ai ragazzi di non far troppo rumore. E porta nell’aula accanto i due ragazzini, che lo seguono mal volentieri. Ed è qui che il cielo si tinge di nero. L’uomo, da quanto abbiamo appreso dalle frammentarie parole della ragazzina, si è sbottonato i pantaloni intimando ai due bambini di avvicinarsi. Il ragazzo ha subito compreso cosa stava succedendo e ha cercato di scappare, trascinando per mano la sua ragazza. Ma la porta era chiusa, la chiave in tasca del loro boia. Il ragazzino viene colpito violentemente in faccia, mentre lei riesce a rintanarsi in un angolo. Momenti in cui la paura è troppo forte per muoversi, momenti in cui la paura dovrebbe funzionare al contrario. Momenti in cui le vite cambiano. Il “disumano”, perché solo così ci si può appellare ad un essere capace di tali crimini, prende il corpo stordito dell’alunno e lo appoggia con lo stomaco in giù su un banco. I suoi capi d’accusa sono stupro, violenza aggrava a danno di minore, sequestro di persona, tentato omicidio. Durante l’abuso, durato più di 20minuti, l’uomo non si accorge di perdere la chiave dell’aula dalla tasca. Gli occhi della ragazza, paralizzati, si muovono lentamente verso il basso. Corre, afferra, apre, scappa. La paura ha finalmente funzionato. La polizia accorre in meno di 5 minuti, insieme a dei paramedici. Colto in flagranza l’uomo e la sua disumanità vengono condotti direttamente in cella. In attesa di giudizio direttissimo. Il ragazzo riporta profonde lacerazioni, contusioni. Ma ci sono ferite che non si possono medicare.

Flash back. La faccia di quell’uomo.
Flash back. Una fitta devastante al culo.
Flash back. Ava mi guarda negli occhi, ho la pancia premuta al bordo di un banco di scuola. Piange. Mi viene da vomitare. Il legno mi fa mancare il respiro. E’ come se il culo si stesse squarciando.
Flash back. Ava scappa urlando aiuto. L’ombra si toglie. E insegue Ava.
Flash back. Ava compra una Glock automatica. Non mi dice il perché.

Mi manca il respiro. Respiro forte, veloce. Ho sete. I capelli neri di Ava mi sfiorano il volto. Con una mano mi accarezza la testa, l’altra appoggiata sulla guancia. Il suo seno caldo su di me.
“Scusami Lucky. Erano troppi 11 anni così”.
Contino a respirare, sempre più lentamente. Mi passa dell’acqua. Scorre giù lungo l’esofago. E come se trascinasse via un peso. Un bolo marcio fermo tra le costole da anni.
Mi addormento.

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Adim Er

Ottobre 6, 2008 · 2 Commenti

Adim Er

Heroin

Heroin

Sono caduto da talmente in alto, così velocemente che ora non vedo più neanche l’inizio del fondo. Sto affogando lentamente. Un fango denso. Puzza. Sono in una solitudine stagnante. Sono il silenzio dei sensi di me stesso.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Sono stato bello, sono stato ricco. Sono stato la totale mancanza di forza e volontà di mia madre. Il vizio. Sono stato la vetrinetta dei soldi di mio padre. L’espositore.

Tra troppe alternative, non ho mai avuto scelta. Sempre e soltanto un’opzione. L’eterna rincorsa del meglio, dell’apparire, del facile sull’intenso. Del tutto e subito ad ogni costo. Non mi hanno lasciato ombra di alternativa.

Ma forse mi sto solo giustificando, forse quella mattina sarei dovuto rimanere. Guardarle dritto negli occhi e lasciarmi uccidere.

Forse.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Ho conosciuto molte donne. Tutte innamorate di qualcosa che non sono mai riuscito a vedere. Invisibile ai miei occhi perché ho sempre cercato di scappare da me stesso, dall’immagine statiche e presente di un demone che non mi ha mai rappresentato.

Ma forse ho sempre cercato di evitare gli occhi che guardano troppo, troppo a fondo, quegli occhi che spogliano l’anima.

E poi, un giorno, conobbi lei. Ed il mio demone tramava alle spalle di noi.

Era l’inizio inoltrato e soffuso degli anni ‘80. Un giovedì tiepido di tarda primavera.

Io un ignorante, lei studiava pedagogia.

Io fumavo troppo, bevevo troppo, urlavo e ridevo troppo. Lei il giusto.

Lei l’istinto materno del salvare e curare ad ogni costo, io il malato terminale.

Uscivamo poco, scopavamo tanto, parlavamo poco, ci indagavamo con gli occhi, con la punta delle dita. Lingue, capelli, cosce, unghie. Soprattutto capelli e unghie.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Lei rimase speranza per me, molto più a lungo. Come se fosse immune al mio contagio, resistente più di ogni altra realtà.

Eravamo giovani, molto, troppo giovani.

Lei rimase incinta e nonostante la libertà che si viveva, che aveva accarezzato i capelli lunghi di quegli anni, fui costretto a tenere il bambino.

Ed i suoi occhi cominciarono ad aprirmi come lame di rasoio. Tiravano fuori, poco alla volta, ogni aspetto di me, le milioni di facce a specchio che mi rappresentavano.

Più scavava, più il demone delineava i suoi fottuti lineamenti, più io mi allontanavo. In una fuga prima lenta, piena d’ansia e angoscia poi. Nausea.

La mia bambina nacque con facilità, l’innocenza bionda e ali d’angelo. Con il mio naso e gli occhi eterei della madre.

Il mio primo vero amore.

Due occhi vuoti che aspettavano solo di essere riempiti. Incapaci di giudicare, la mia ombra invisibile ai suoi occhi.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Trovai lavori grazie alle conoscenze di mio padre. Responsabile, venditore, rappresentante, scrivanie e seggiole ultracomfort. Li persi tutti in molto meno del tempo che mi occoreva per parlarne a casa.

L’angelo cresceva in fretta, gli occhi si riempivano come pozzi e piogge torrenziali. Diventavano più espressivi, più affilati ad ogni giorno passato.

Avevo paura che il mio demone potesse riflettersi in quegli iridi di cristallo. Frantumarli, lasciando tessuto cicatriziale e lacrime. Sarebbe successo e mi avrebbe distrutto.

Mia moglie era sempre più insofferente alla vista dei miei insuccessi, dei miei fallimenti, dell’assoluta catastrofe di me stesso. Facevo in modo di passare sempre meno tempo in casa.

Compagnia di colleghi, di bar, di locali. Persone che erano le macchine in cui salivano. Occhi che parlavano a palpebre socchiuse, solo dopo pile infinite di drink. Occhi che non hanno la forza di giudicare, che mi facevano sentire al mio posto. Pupille tanto opache da sembrare spugne e catrame.

Una sera, uno di questi, uno dei tanti che prima di avere dimenticato la vita erano stati dimenticati da chiunque, mi prese da parte.

Si spogliò dai veli con cui si celava da anni, liberò i suoi occhi rivelando un demone. Un demone come il mio, come me, ma che si era nutrito della propria vittima. Fuso completamente con il corpo.

L’uomo mi disse di guardare il cielo. Di pensare alla solitudine e alla piccolezza. Il residuo di fondo dell’universo.

Guardai in alto, con la consapevolezza che non avrei trovato nulla. E così fu. Vidi poche luci su un fondo nero.

“Non vedi un cazzo,vero? Non vedrai mai nulla finchè non scaverai dentro. Finchè non capirai cosa di te è in comune con il cielo, sarai cieco. E l’unico modo che conosco è distruggersi per poi ricostruirsi. Pezzo a pezzo.”

Lo guardai affascinato, con il fascino di chi non sa nulla ed aspetta una rivelazione. L’ammirazione degli idioti.

Non esiste un punto da cui rialzarsi. Esiste solo un confine, valicato il quale anche l’anima può morire. Lo so ora che non ho la forza di chiedere aiuto, quando forse è troppo tardi.

“Maltrattati, perchè nulla di ciò che sei ti rappresenta veramente. Tutto quello che di vero c’è in te è una flebile tensione a rompere gli argini della moralità umana.”

Non ho mai capito cosa intendesse dire, forse ricordo male le parole, ma guardandomi con occhi che si lasciano guardare senza paura, mi convinse. Mi vendette la mia prima dose.

La prima dose. La prima volta. Il primo bacio. La prima morte di un amico. Il primo passo verso l’inferno. La prima dose.

E tutto ciò che da quel momento avrei toccato, sarebbe diventato eroina.

Barcollavo tra la gente senza poter guardare. Un mondo trasparente intorno me che correva ad una velocità inaccessibile. Alti e bassi. Esigenze e soddisfazioni dei bisogni. Infiniti bassi e monotoni alti. Sempre meno a casa, sempre più lontano dagli occhi che amavo, sempre più lontano dal calore buono. Portavo via il demone da loro, un demone che si stava nutrendo vorace di me.

La mia bambina cresceva, capelli biondissimi, gambe lunghe e una stretta forte nelle piccole mani bianchissime. I perchè di quei sorrisi malinconici si conficcavano all’altezza dello stomaco. Non sapevo rispondere, avevo sempre e solo bisogno di una dose. Di un’altra dose.

Con mia moglie non parlavo più, lei sapeva ma non aveva più forze per tirarmi in salvo. Forse semplicemente non voleva perchè sapeva perfettamente che non sarebbe servito. Mi serviva uno schianto. Ci sarebbe stato, e avrebbe fatto male a tutti.

Scopavamo poco, solo in quei rari momenti di pace. Non eravamo più alla ricerca dell’unione, eravamo lei ed io, staccati, separati. Due egoismi simbionti che si uccidono in cambio di piaceri veloci.

Egoismo. io.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Andammo a letto per l’ultima volta, io scappai la mattina dopo. Ancora sudato, ancora macchiato. In crisi d’astinenza, nulla di ciò che avevo mi sarebbe importato poi. E’ l’esigenza che muove i fili di tutti, la differenza è che l’eroina strappa. Ti trascina a terra fottendosene degli ostacoli.

Guardai l’angelo dormire, gli occhi grandi chiusi, protetti, da palpebre troppo sottili.

Li avrebbe aperti, avrebbe visto, mi avrebbe braccato e raggiunto. Ucciso da dentro in caduta libera.

La mia ombra al suolo.

Passarono anni senza suoni. Ovattati. Silenziose muti. Senza luci, all’oscurità di portici perenni. Soffitti affrescati sempre troppo alti dal marmo su cui mi sdraiavo. Un corpo come troppo pesante da poter essere alzato. Incollati, inchiodati come manichini e occhi dipinti, bocche chiuse senza parole.

Se il denaro da un valore oggettivo ad ogni realtà, staticizzando le esigenze soggettive in listini prezzi fossilizzati, l’eroina priva tutto di ogni valore. Una sostituzione globale in termini di dosi.

60euro al grammo. 10 euro a dose se ben tagliata. Una borsetta 10 dosi, Un motorino rubato 50 dosi. 4 drink o una dose? Una cena, una siringa.

Le vene che esplodono provando a salvarti e tu a cercarne altre, fottendo il tuo corpo, fottendo te stesso. Polsi viola e poi le dita e i piedi, si dice che ci si possa fare anche direttamente nel cuore. Non sono leggende. Alla costante ricerca di siringhe pulite, l’aids. Le spade. L’eroina bianca e l’eroina nera. Ci si potrà fidare a fumarla e a sniffarla? Arriva direttamente dal Vietnam. Persone che conosci da un istante ma che ti sembra di amare da una vita solo perchè siete nella stessa merda. Facce che scompaiono quando il fuoco ti esplode dentro. Solo e appagato. Solo e vuoto.

Tutto ciò che avevo intorno era solo ombra.

Con i soldi che raramente mi passava mio padre affittavo una casa. Non era nè rifugio nè calore buono. Era soltanto la scenografia del mio incubo.

Un giorno una chiamata mi rivelò che mia moglie era di nuovo incinta. Gravida di me. Contai i mesi, i giorni, tornando indietro in un tempo senza punti di riferimento. Decine di volte, ma i conti erano perfetti. Era gravida di me.

Nacque poche settimane dopo e decisi di andare all’ospedale. Un altro angelo che avrebbe dischiuso i miei occhi e il naso della madre.

Cominciò il processo di separazione e poi il divorzio. Lasciai quasi tutto a lei, non meritavo nulla, non mi sono mai guadagnato un cazzo. Se non la rabbia e la pietà di chi ha cercato di aiutarmi, ed è stato deluso.

Andavo a trovare le bimbe raramente, alle feste per un poco, poi solamente quando dormivano.

Sempre meno, sempre più lontano, solo e sempre lei. La mantide che uccide il proprio amante. Eroina. H.

Si lega a te e si sostituisce a ciò che c’è sempre stato. Attraverso gli aghi e il sangue.

E poi l’amplesso. Un orgasmo incandescente che brucia il cuore e poi esplode. Dal cervello alle mani. Sei solo tu, autosufficiente. In volo libero senza paracadute. Gli atterraggi sempre più dolorosi. Una ragazza con cui mi ero bucato per qualche mese mi disse che l’Ero era la figlia che non avrebbe mai avuto. Mi sembra di allattare me stessa. Diceva prima di bucarsi. Dopo mezz’ora dalla dose infilava una mano sotto la maglietta. Si tirava i capezzoli fino farli sanguinare.

Non esiste il fondo.

Mia moglie per lo stress non è mai riuscita ad allattare i suoi angeli.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Passarono molti anni. Anni uguali a se stessi. Mesi passati a comprare dosi da rivendere per comprare altre dosi. Cocaina per ero. Fumo per ero.

Anni in cui vidi crescere gli angeli veloci, in diapositive di incontri istantanei. Per strada, in un caffè, in un tentativo di riavvicinamento mai riuscito. Mi chiamavano papà solo perchè così avevano detto loro.

Per la piccola ero come un estraneo e così mi andava bene. C’era un altro uomo a farle da padre. Migliore di me, per lo meno padre. Ma per la prima non era così.

Ero mancanza, ero privazione. L’abbraccio caldo che sparisce, la voce profonda alla sera. Lo ero stato, e non lo sono più.

Appena adolescente seppe della droga per via delle ultime fasi del divorzio. Le crisi di pianto della madre. La allontanò da me per il suo bene. Io mi allontanai per lo stesso motivo. O forse soltanto per paura dei suoi occhi ormai adulti,molto, troppo adulti.

Ora sono la sua rabbia, la sua compassione, il suo perdono indifferente. Sono la cicatrice nella sua storia morbida. Cercai di sparire, ma più di tanto non potevo allontanarmi dai miei territori. Dai miei amici, dai supporti, dalle zone che conosceva. Ero dipendente dalle circostanze. E le città sono sempre troppo piccole.

Tutto ciò che ho toccato è diventato ombra.

Arrivò il periodo in cui cominciarono a mancarmi le forze. Non avevo più soldi, più lavori. I miei clienti erano scappati. Inaffidabile e merce scadente. Gli amici per la droga non sono un cazzo. Nelle simbiosi se smetti di dare smetti anche di ricevere.

Solo e in astinenza. Nausea, vomito, insonnia e l’intestino che si era dimenticato chi fosse. Per giorni interminabili.

Era una mattina gelida di Marzo. Un cappotto logoro, dei pantaloni macchiati. Un golf nero firmato Polo con un buco di sigaretta sulla manica e delle scarpe di pelle cucite a mano da 400euro. Una siringa nella tasca del cappotto riempita con del ketchup per due centimetri.

Il sangue è la miglior minaccia psicologica per annunciare l’aids. L’aids è la miglior minaccia fisica per farsi consegnare il contenuto della cassa di un venditore.

Aspettai il momento prima della chiusura per pranzo. Nessun cliente. Entrai veloce. Prima ancora che riuscisse a salutare gli sventolai l’ago incorstato di salsa sotto il collo. Arretrò di qualche passo con un grido strozzato. Mi svuotò l’incasso della mattina, 290 euro, in un sacchetto di carta. Uscii tranquillo e tornai a casa. Inconsapevole che la telecamera a circuito chiuso avesse ripreso tutto. E che due giorni dopo la polizia giudiziara fosse sotto casa mia con un mandato di arresto.

Cercavo di risalire.

Come chiedere perdono a Dio ammazzando il confessore” mi disse il giudice un anno più tardi. Ed aveva ragione. Cazzo se aveva ragione.

I migliori avvocati della città a difendere un tossico, ladro, che non chiamava i propri figli da due anni. Bella merda.

Pochi mesi dentro. Le lacrime di mia moglie. 5 anni agli arresti domiciliari. Ridotti poi a tre. Più i centri di recupero e l’assistenza sociale. Le lacrime di mia figlia quando il giudice la chiamò.

Poco più che adolescente. Con gli occhi di una donna. Le rimproverò di non volermi vedere. Di non voler vedere suo padre. Lei conosceva il mio demone, lei sapeva quanto male avrei potuto farle. Il giudice no.

A 18 anni non si è pronti per essere minacciati da un’autorità. Non si è pronti a salvare una sorella di 12 dall’inferno dell’assistenza sociale. Ma lei ci riuscì.

Dovevamo vederci almeno una volta al mese.

Io fuori dall’eroina. Vuoto come un verme. Avevo passato gli ultimi 6 anni ai margini del sistema. Vedevo arrivare la mia unica speranza di futuro attraverso una porta di legno e vetri opachi. Ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime induriti dal cuore che vomitava rabbia da tenere dentro. E quando traboccava , erano i morsi del demone.

Che ci divorava da dentro.

Non avevo la forza di parlare, non avevo nulla da raccontarle. Correvo via da lei. E scappo ancora.

In auguri dimenticati e regali mai consegnati. Alcuni persi nei danni celebrali, altri nascosti volontariamente.

Non voglio più toccare nulla.

La vita poi mi diede un altra possibilità. Un’altra storia, un altro figlio. Un altro amore e mille altre paure. Con un demone indebolito, con una sotria in più da raccontare alla sera all’unica salvezza che mi rimane. Un frammento di futuro.

Ma la nausea a volte ritorrna con la puzza del passato. Mi sento affogare a tratti, come sospeso. Un autista che ha messo sotto un ragazzino disattento. Paralizzato a guardare il mondo.

Vorrei che il mio angelo riaprisse quella porta, ma allo stesso tempo mi ucciderebbe.

Non ho più possibilità di fallire. E nessuno mi ha mai insegnato ad abbracciare una figlia.

E’ un venerdì di agosto inoltrato. Il postino mi ha portato una busta. E’ una lettera di mia figlia. Dice che non ha nessuna intenzione di vedermi ma di leggere il racconto che c’è nella busta.

Lo leggo ed è ispirato alla nostra storia nera.

Mi lascia un po’ di amaro in bocca e lo accartoccio sulla scrivania.

A differenza del protagonista non ho avuto la stessa fortuna. La fortuna di saper riflettere, guardando negli occhi il dolore.

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