Elite Suicide Culture

Post da Dicembre 2008

Vita [vae victis]

Dicembre 18, 2008 · 1 Commento

Vomito versi verdicci,
veritieri, volontari, volentrosi.
Viatici vinerecci vanno
verso vitigni vacui.

Vattene vile versatore
verme vigliacco, vai via!

Vogliamo vita vera,
vita vana viviamo
volontariamente, vantandocene.

[E] Voi, vettori vacui,
vedete valori vetrificati,
vuoti vanitosi.

Votate vacche vigorose
vene vilipese veleni venduti
via vaglia.
Vedremo
vinti
vincitori, veti.

[E] Volate volatili
violate voliere
via,
verticali volando
venti volte veloce.

Vogliatemi vicino
vortice verticale,
vana volontà, vaniloquio
vasto vuoto veloce.

Vittima. Vocalizzo
versi vomitati, verbi violenti.
Viso velato.
Varco veduto.
Verità.

[Il vanadio è l'elemento chimico di numero atomico 23. Il suo simbolo è V. È un elemento raro, tenero e duttile, che si trova sotto forma di composto in certi minerali. Si usa soprattutto in metallurgia, per la produzione di leghe.]

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Il primo o il terzo comandamento

Dicembre 18, 2008 · Lascia un Commento

Salto, giro e cerco
il meglio. A scrivere
finchè la penna non si usura.
L’ebreo ed il suo peccato.

Scrivo, giro e calli-grafo.
La pagina mia beve versi,
vuole che altro Moet le versi,
ed io, di drink, ne conosco diversi.
E non è
così vero che fan bene
al poeta,
ch’anch’egli sbocca
e perde la penna.

Così lego, trigo e m’ingegno.
Con un legaccino
annodo una cocca,
dalla penna al taschino,
così posso bere
ed esplorare i nuovi drink,
senza che ciò
noccia al poeta.

Perdendo la punta,
nel water di notte
in rigurgito vermiglio di botte,
lambrusco e pasta all’uovo.

Perchè è la prima legge dello scrittore,
“la pagina prossima non offendere”
lasciandola asciutta.
dunque offri un “che” da bere
dopo che hai per primo attinto
dall’ultimo bicchiere.

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Pipe e velocipedi

Dicembre 18, 2008 · Lascia un Commento

Velocipede

Sono errori
mosche si appiccicano
al sudore della schiena.
Ed io cavallo a
sventolare ciglia e
occhi sempre più aperti.
Come cacciandole ma
non riesco perchè
non posso imparare
dalle mosche né
dagli errori.

E mi piago e puzzo,
poi mi piego
dal peso che i peggiori
sbagli mi porto.
Sulla schiena.
Più sono più
è difficile, sherpa,
liberarsi dall’oltraggiosa fatica.

Aprimi gli occhi,
con le parole, con i gesti,
perchè no con la fica.

Perchè da solo riesco
a camminare, la fuga,
sai, è mia amica.

Ma se mi volto, a fianco,
i volti a terra voltati
rivoltati dal nulla,
mi lasciano indietro.
Allora non guardo, ch’è meglio,
così non mi accorgo,
degli altri
che si lasciano mosche alle spalle.
I loro paradisi di vetro.

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