Federico Galetto e tutti i suoi dipinti si sono spostati. In un sito decisamente più godibile e all’altezza di un artista del suo livello. Un abbraccio virtuale e tutti i migliori auguri!
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Paura e Caduta
Ottobre 11, 2009 · 1 Commento
Bentornati
attoniti amici,
antichi e vigliacchi.
La separazione ha bruciato
come sparatoria in spazio
stretto, vogliatemi adesso
riprendere tra gli artigli
soffici e cattivi.
Ed io vi vedo ora
tenaci e vendicativi
verso me, che veloce
vi avevo dimenticato
calpestato così a lungo.
Vi porgo la nuca,
vampiri di canini
e di morbidi abbracci tetri.
Picchiate forte e a lungo,
con colpi d’ariete
e di penetrazione di bacino.
Siete così giovani,
non siete invecchiati per nulla,
ed io? Come mi trovate?
Dolce dite, avremo tempo
per rimediare al male creato.
Venite amici miei,
abbracciate il mio corpo
intatto e contaminate
dove sapete
avvelenare voi.
Dove sanno avvelenare le paure.
Divoriamoci dolcemente, tristi paure.
Mangiamoci dentro, forti paure.
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Velcro #4/10
Ottobre 10, 2009 · Lascia un Commento
Il tipo che ho incrociato ieri per strada è davvero carino. Si. Alto, moro, fisico asciutto, occhi verdi. Aveva una bella camicia dell’Abercrombie.
Sto camminando pensando a lui costeggiando una fila di macchine parcheggiate. Passo dopo passo raggiungo il punto esatto in cui l’ho incontrato ieri con il cuore che pulsa forte dalla tensione. Lui è li, dall’altra parte della strada. Fuma una sigaretta parlando con una ragazza che ho già visto spesso in università. Se sono dello stesso anno, deve avere tre anni più di me. Bene, mi piacciono i ragazzi più grandi. Ha delle belle mani.
Attraverso e lo saluto fermandomi al fondo delle strisce pedonali. Lui si gira distratto, interrompendo il discorso, mi fissa per qualche attimo. Sorride, un cenno della mano e ricomincia a parlare. Lei ride. E’ stronzo ed indifferente al punto giusto, potrei innamorarmene.
Ogni volta che penso così mi viene in mente quella storiella di mia madre sull’amore. Per lei l’unione tra due persone è come un bilancino a due piatti. Da una parte metti cosa quell’uomo ti può dare, dall’altra tutta la libertà che perdi. Se sei disposta anche solo a mettere i pesi sul bilancino sai che perderai tutto ciò che salirà col piatto più leggero.
O ti tieni lontana dall’amore, o ti ci butti di testa, svuotando le tasche di ogni cosa, riponendole sulla bilancia. Se tieni in tasca qualcosa, piccola mia, rimarrà li a logorarti come una bugia fatta a te stessa.
Forse ha ragione, Mi infilo le mani in tasca, come a controllare cosa ci sia. Nulla ho la borsa.
Mi avvio verso l’ingresso, e passandogli accanto gli do una pacca sulla spalla. Ha un bel braccio, non si direbbe. Gli chiedo per quel caffè.
- Devo scappare a casa. Mi ammicca. E io sorrido come la migliore delle oche.
- Ma se domani ci sei… Stesso posto, stessa ora. Mi guarda fisso negli occhi e mi sciolgo come una ragazzina.
Annuisco velocemente dicendogli che ci sarò. Lo saluto con la mano, cercando di nascondere la tensione.
Sento che dice qualcosa alla sua amica. Qualcosa su un pompino.
Sarà la sua ragazza?
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Velcro #2/10
Ottobre 7, 2009 · Lascia un Commento
Lei mi si struscia addosso quando sto per ordinare il 4o cuba. Si dimena così insistentemente che mi devo voltare per forza.
Non è alta, ha un bel caschetto corvino. Stivali alti al ginocchio. Collant color avorio, una minigonna nera sotto una canottiera bianca. E’ truccatissima e dal nero sbocciano due occhi verdi cielo al tramonto di monossido di carbonio.
Prendo il Cuba, la prendo per mano e andiamo in pista. Ha un buon odore, deve essere un profumo di Kenzo da adolescenti.
Balliamo avvinghiati per un po’. Lei mi strofina i capelli sul mento, il naso sul collo.
Mi chino per guardarla, non mi lascia il tempo di aprire bocca. Mi incolla le sue labbra rosso ciliegia sulla bocca.
Mi lascio andare, ha la lingua ruvida di sigaretta e un cocktail da donna. Malibù e succo d’ananas. Io ho mangiato una gomma.
Ci sa fare, ha le labbra morbide, saliva il giusto. Mi sembra che stia gemendo piano, strofinandola contro il mio ginocchio mentre mi stringe la nuca.
Ci stacchiamo e le sorrido, lei mi fissa con uno sguardo intenso.
La musica è assordante e senza ritmo, una dodecafonia di Schoenberg in quattro quarti mixati male.
Le chiedo se vuole fumare una sigaretta fuori. Mi stampa un bacio, saluta le sue amiche prende la borsa e mi porta fuori per mano.
Finge che io sia il suo ragazzo, solo così potrebbe scoparmi.
Fumiamo, si chiama S. abita qua vicino, studia filosofia, è di Roma. Non potrebbe interessami di meno. Io le racconto tutto, le mie debolezze, le mie paure. Le dico che mi piacerebbe andare a dormire da lei.
La corrompo con la mia fragilità. Disarmante.
La accompagno a casa. E’ un appartamento di 40 metri per due. Mi dice di aspettare un momento. Prende un asciugamano, lo lega alla maniglia esterna e chiude a chiave, lasciandole inserite.
- Tu fai come se fossi a casa tua, io mi faccio una doccia e arrivo. Se vuoi in fondo al corridoio c’è un bagno di servizio.
Tempo di pisciare, sciacquarmelo nel lavandino con del sapone di Marsiglia e versarmi un bicchiere di vino bianco dal frigo, che lei mi abbraccia da dietro in accappatoio. Ha i capelli bagnati che le si appiccicano alla fronte. E’ molto carina anche senza trucco, ha un volto, come dire, scolpito.
La bacio portandola verso la camera da letto, l’accappatoio si dischiude. Ha un bel corpicino compatto, muscoloso. Non troppe tette, ma una depilazione niente male.
Mi sdraio su di lei, mi accarezza dai jeans. Le faccio scorrere le dita velocemente dal seno all’inguine. Finchè non la sento irrigidire.
- Mettimi due dita dentro. Sussurra piano al mio orecchio, bagnandolo con l’umidità della doccia ferma sul volto. Emana un tiepido calore.
Comincio a masturbarla e mi eccito immediatamente. Un’erezione modesta. Lei è umida e si divincola piano da me.
- Togliti tutto. Mi guarda attraverso gli occhi, puntando l’uccello.
Complimenti standard alla lunghezza, merito della depilazione. Comincia a leccarmelo piano mentre continuo a masturbarla.
Più si eccita, più lo infila in profondità. Quasi avesse il punto G in gola. Deepthroat insegna.
Quando sento le prime contrazioni intorno alle dita la prende con forza è comincia il rituale delle macchine.
Viene quasi subito, dopo di che si gira.
- Prendimi da dietro, e vienimi dentro. Pronto a ricominciare perché mi sta piacendo un sacco. Sorrido.
- Detto fatto capitano.
Spingo ancora una decina di volte e le vengo dentro sperando che prendesse la pillola e non avesse malattie.
Ci sdraiamo e lei ricomincia a baciarmi il collo. Non mi sono neanche tolto la camicia.
- Vado a prendere dell’olio per lubrificare, dopo la prima volta faccio fatica a bagnarmi subito. Torno presto piccolo. Mi ammicca scherzando.
La macchina prende il grasso per ungere i suoi meccanismi .
Io prendo la mia roba e scappo con lei che mi chiama.
Mi avvolgo l’asciugamano, legato alla porta, in vita.
Mi accorgo di stare correndo solo quando mi scontro contro una delle sue amiche sulla scalinata principale.
- Ehy già finito? ride divertita guardando l’asciugamano.
No, sto andando a prendere il cacciavite, dopo la prima volta mi passa la voglia.
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Velcro #1/10
Ottobre 5, 2009 · Lascia un Commento
Attraversiamo la strada a sensi opposti. Ci guardiamo negli occhi, i capelli. Le braccia e le gambe. Ci giriamo per vederci la schiena, ma voltandoci ci nascondiamo.
Come ti chiami? E.
E tu?
Torno indietro e la seguo sull’orlo del marciapiede, lei non si volta. Le rispondo piano, fissandola.
- Beh B. prendiamo un caffè?
Non ho davvero voglia, devo andare a casa, ascoltare della musica. Leggere tre pagine, dormire. Devo, altrimenti morirei, non ho alcuna voglia di stare qui con lei, cercando di sedurre. Un gioco a cui non ho voglia di partecipare.
- Guarda sono di fretta, devo scappare a casa per degli impegni.
- Allora ci vediamo domani qua, stessa ora, e mi concedi un caffè?
Ha degli strani capelli biondi, sono immensi, lisci, fini, ma infiniti. Corrono lungo il profilo sfilato del viso come colata di vetro al sole. Come il vetro sciolto dal sole. Corrono.
- Molto volentieri. Sorrido.
- Oppure puoi venire a casa mia a prendere il caffè oggi.
Affilo le labbra sarcastico nell’andarmene.
- Ma non avevi da fare? Sorride maliziosa.
- Si dovevo correre a casa con te.
Mi volto salutandola con l mano. A domani. Aspettami. Io non ci sarò.
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Batteria scarica
Ottobre 2, 2009 · Lascia un Commento
Rabbia rubiconda
e resti ritrovati di nebbia
accartocciati in fondo al cuore,
lì, dove tieni il triste
ed il tragico.
Sedimenti come sabbia.
Rinvigorisci la violenza
non la tenuità torbida
della tua zoppa andatura.
Affila il tuo odio
sarcastico, ed esplodi cinico
di violenza al plastico.
Spezzare la catena nucleare
di atomi emozionali
a colpi di cristalleria di Boemia
e sorsi di Ferrari.
Su strusciamo, balliamo,
amiamo di animale
e colpiamo di bacino,
a ripetizione cannone
e mitragliatore.
E poi al mattino,
bruci nelle fiamme
della mia tristezza.
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Deglutire #1
Ottobre 1, 2009 · Lascia un Commento
Ho sempre avuto la presunzione di essere completamente indipendente dai miei impulsi sessuali. Almeno questo è quello che mi ha portato a credere l’astinenza coatta. sono più forte, meno schiavo, più indipendente. Indipendente perchè riesco a soddisfare tutto “da me”. Due masturbazioni medie al giorno. Non credo assolutamente che sia una vera dipendenza. No. E’ un qualcosa che posso fare sempre, non fa male anzi, diminuisce il rischio di cancro alla prostata. Come la melatonina. L’ho letto su wiki. Mento? No. Certo, mi piacerebbe avere una donna, ma non voglia che sia necessario. Esistono così tante realtà migliori. Il disegno, i fumetti, i film, i computers, le amicizie. Il sesso monotonizza le persone. Ho ragione? Si che ho ragione, pienamente.
Non che io sia un brutto ragazzo, sono solo un po’ strano. Gli altri non mi capiscono pienamente. Sono timido. Ma come non esserlo quando il mondo ti martella di giudizi-proiettile mirati al cuore? E’ una forma legittima di prevenzione. Il mio sottile giubbotto antiproiettile di kevlar. Sono timido. In ogni caso, gestisco l’esistenza con molta serenità. Gestisco. Con molta serenità l’esistenza. Pochi amici, genitori non invadenti e presenti.
Non fumo. A volte bevo. Al mattino prendo le vitamine.
Una volta in vacanza i miei amici mi hanno fatto ubriacare fino a stare male. Stare male. Prima stai bene, poi ancora meglio, male e ancora più male. E’ così che funziona l’alcol. Lo so perchè so analizzare, ascoltare quello che le cose hanno da dire. L’ho raccontato anche a mia madre che si era arrabbiata un po’, ma in quel momento aveva da fare e mi ha perdonato, perchè in fondo ci era passata anche lei. Poi aveva preso tre delle sue pastiglie e mi aveva detto di andare. Aveva da lavorare. Io l’ho detto a mia madre che le anfetamine non le fanno bene. Lei mi ha risposto che non sono proprio anfetamine, le servono per stare concentrata e dimagrire un po’ “dopo tutti quei convegni”. E poi le ha prescritte Anna, la sua amica medico. Non possono farle male. Farle male. Prima stai bene, poi male.
Passo molto tempo al computer. Gioco su internet coi miei amici. Vengono da tutte le parti del mondo, ho migliorato molto l’ingelse. Sono per la maggior parte scandinavi e tedeschi, quindi non ci sono grossi problemi di fuso orario per organizzarci. Gioco dalle 8 di sera fino all’una. Spesso anche al pomeriggio, per prepararmi per la sera. Al mattino vado in università. Ingegneria informatica, terzo anno. Sono ancora vergine. Non riesco a passare analisi, ma la trovo molto interessante. Vado a lezione, a volte parlo con i mei compagni. Di nuovi netbook, di cellulari. Schede grafiche, ram, componenti. Penso che chi non si interessi di computer faccia parte della mediocrità. Quelli che vanno in discoteca. Che pensano solo a scopare. Solo scopare.
Ascolto molta musica. Adoro i Dream Theatre, gli Iron Maiden, i Black Sabbath. Mi piacciono anche i NoFX. L’ultimo album dei Metallica è un vero e proprio “ritorno alle origini”. Lo ascolto quando mi informo su wiki. Una volta su una compilation porno, credo di facials, ho sentito come colonna sonora “battery”. Mi sono eccitato così tanto da venire quasi subito. Battery.
Penso che la mia vicina di casa sia davvero intelligente. Ed è anche piuttosto carina. Una volta è venuta a casa mia per farsi riparare il portatile. Aveva un paio di jeans attillati, una canottierina rosa. Degli orecchini di corallo rosa. Una collanina con un ciondolo a forma di cuore di oro bianco. Faceva caldo. Non aveva il reggiseno, ma dalla canottiera spuntavano i lacci di un costume azzurro. Le si vedevano i capezzoli. I capezzoli. Aveva i capelli legati una mezza coda. Sottile. Capezzoli. Le ho fatto vedere la mia stanza, conosceva i Megadeath di nome. Però mi ha detto che preferisce l’indierock. Fa schifo, ma meglio di tanto altro. Le ho fatto ascoltare un apio di pezzi orecchiabili e commerciali di Marylin Manson. Coma White. Mi ha sorriso. Le piaceva. Gli orecchini di corallo rosa. Continuava a preferire i Nine Inch Nails, anche la minimal electro non le spiaceva. Mi ha fatto ascoltare un pezzo di un certo Trentemoller. Tremendamente noioso, ma particolare. Non brutto. A volte va in discoteca per ascoltarla con i suoi amici. I suoi amici. Il costume azzurro. Però è diversa. Anche a lei l’ambiente delle disco non paice, ma tutti i suoi amici vanno ed in fondo è un modo per ubriacarsi. Ha torto? No. Una volta anch’io mi sono ubriacato. Ride. Le ho sistemato lo spinotto di alimentazione dell’hard disk e ho defraggato. Tutto in ordine. Aveva dei sandali aperti. Le unghie laccate di rosa perla. Gli orecchini. I jeans attillati. Lei mi ha sorriso e dato un bacio sulla guancia. Aveva dei bei denti, le labbra fresche. Profumava di buono.
Alla sera dopo aver giocato fino all’una, mi ero masturbato pensando a lei. Nessun porno. Me lo succhiava da inginocchiata. E’ umano no? Si, è umano. La fantasia si concludeva con un facial.
Non ho pensato ad altro, da quel giorno fino a questo esatto istante. Anche ora, sono in camera a masturbarmi. Per allentare le tensioni. Faccio bene? Sì, faccio decisamente bene. Devo assolutamente risolvere la situazione. Sono distratto. La mia masturbazione è diventata una dipendenza, focalizzata solo su quei capezzoli. Quel lucidalabbra trasparente, capezzoli e orecchini, costume canottiera. La immagino come se non si fosse mai cambiata da due mesi a questa parte. Devo bruciare le immagini che mi assillano. Cerco di distrarmi e gioco su internet, con i pantaloni incrostati di sperma. Non gioco bene, uno scandinavo si incazza. Ascolto i Muse. Gli IAMX, i Palcebo, Pj Harvey. Voglio entrare un po’ nella sua testa. Capire cosa le piaccia. Cominciano a piacere anche a me. Empatia. Leggo centinaia di pagine su wiki.
Al mattino mi sveglio con erezioni dolorose, mi sforzo ad andare a lezione. Sono distratto e focalizzato solo sul suo profumo. Si parla di warhammer, ma sto pensando ad altro. I miei compagni mi chiedono se ho scopato di recente. Ridono. faccio il vago per far credere loro. Immaginare. Mi piace. Capezzoli e capelli sottili.
Torno a casa e provo a parlarne con mia madre. Sta dando ordini al telefono. E’ nervosa e chiaramente sudata. Ho paura che siano le sue pillole. Attacca e mi guarda impaziente. Le racconto della vicina. Sembra rasserenarsi in volto. Senza dire una parola, alza ancora il ricevitore. Scrive qualcosa su un biglietto giallo adesivo, infila la mano dentro la borsa di Borbonese che tiene sulla scrivania. Tira fuori il portafoglio Chanel e 200 gialli euro. Mi da il biglietto e ricomincia a parlare, tamburella con la mano su un blocco Molenskine. Il biglietto dice “Chiama il mio parrucchiere. Numero. Taglia e lava. Mettiti dei jeans e una camicia pulita. Rasati e invitala fuori a cena, un ristorante carino. Rose bianche e rosa. Lascia parlare lei.” Esco dalla stanza ringraziandola. Urla alla cornetta di fare il possibile per posticipare “quella cazzo di testimonianza“.
Chiamo Riccardo, fisso l’appuntamento per il giorno stesso. Ho i capelli lunghi da metallaro, mossi, legati mollemente. Riccardo è mezzo gay, mi lava i capelli dicendomi che sono sfibrati. Mi aggiunge una lozione ai semi di lino o qualche stronzata del genere, dicendo che sono diradati. Me li taglia corti ma non troppo, dicendo che ricresceranno più forti. Prima bene, poi male, poi di nuovo bene. Sto concentrando le mie energie verso un obbiettivo, mi fa sentire più tranquillo. Male, poi bene. Riccardo finisce il taglio, mi risciacqua i capelli. Sto decisamente meglio di prima. Mi dice che sono 180 euro, ma che segna sul conto di mamma. Ringrazio ed esco. Riccardo credo che mi guardi il culo. Ho un sedere davvero grosso, ma non orribile. I jeans attillati, le unghie laccate. Dovrei andare in palestra.
Torno a casa e mia madre è sdraiata sul divano in ingresso. Respira piano. Gira la testa verso di me e sorride. Ha degli occhi strani. Sorride ancora e apre la bocca per parlare. Le manca il fiato per la stanchezza. Portandosi una mano alla testa socchiude gli occhi e sussura “Sei davvero splendido, sembri tuo padre 30anni fa. Hai solo qualche kilo di troppo, se vuoi puoi prendere un po’ delle mie pastiglie. In una settimana ti rimetterebbero in forma. Giusto quei due o tre kili. Ti toglono la fame, ti danno un po’ di energie. Ovviamente non devi abbuffarti come un maiale”. Ci penso un attimo. In fondo stacco dopo una settimana, giusto per mettermi in forma. Pronto, prestante e focalizzato verso l’obbiettivo. Mi sembra la cosa giusta da fare. Sì. Prendo una cartina di Adipex retard. Una al mattino e una alla sera, per sette giorni.Comincio domani.
Esco di nuovo e vado a comprare dei fiori. Sette rose bianche 7 rose rosa e un giglio. Spero che le piacciano.
Il mazzo di fiori è stupendo, mi sento bene. sono fresco e più bello che mai. Torno a casa e mia madre sta battendo sui tasti del computer così forte che la sento dalla porta d’ingresso. Come una mandibola tremante nel freddo. Metto i fiori in un vaso in entrata e salgo le scale in fretta. La camera è in disordine, il computer è accesso. sta suonando da ore una playlist col nuovo album dei Placebo.
Mi svesto e mi guardo allo specchio. La pancia cade molle sui peli pubici. I peli del petto troppo folti, coprono due ammassi tondi. I miei pettorali. La chat trilla, mi cercano per giocare online. Non rispondo e continuo a guardarmi, guardo oltre lo specchio. Squilla il cellulare nei pantaloni buttati nell’angolo. Sarà il capogilda che mi cerca. Non rispondo e volto le spalle allo specchio, mi guardo la schiena. E’ molle sulle scapole, dove dovrebbero esserci i dorsali. Forma su pieghe a metà schiena, sembro un pipistrello obeso. Il sedere è grosso solcato dai segni dei pantaloni troppo stretti. Segni rossi indefiniti. Cicatrici di tortura. Non è ancora il momento. Mi siedo al computer, la pelle nuda e sudata si incolla alla mia poltrona di pelle.
Prendo una pastiglia di Adipex, ne ho 14, una al giorno per due settimane. Due al giorno per una settimana. Fanculo gli effetti collaterali, non sono un drogato. Rispondo in chat e mi collego. Inizio a giocare.
Mia madre mi ha passato altre due cartine di pastiglie. La prima settimana è finita. Ho un po’ di nausea, faccio un pasto al giorno. Sudo tanto, non dormo. Ma mi sento in forma. Non vado spesso in università. Non serve, studio a casa. Studio su wiki. Ogni tanto faccio qualche addominale, ho visto dei video su youtube. Mia madre ordina del cibo alla gastronomia che arriva direttamente a casa. La sento urlare al telefono. La sento dormire profondamente. A volte esce per qualche ora, credo che vada in tribunale ad assistere questo suo cliente importante. A volte giocando mi sembra che i personaggi acquisiscano una profondità strana. Deve essere la risoluzione del nuovo schermo. Sbaglio? No, non sbaglio.
Guardandomi allo specchio mi vedo cambiato, più sottile, più slanciato. Ancora una settimana e credo di essere pronto. Ma perché affrettare le cose.
Ho finito gli altri due blister di Adipex. Ho le vertigini, devo avere un problema di pressione, dice wiki. Non dormo da due giorni ma mi sento in gran forma. I pantaloni mi vanno larghi. Scendo le scale per chiedere dei soldi a mia madre per comprare dei pantaloni ed una camicia nuova. In casa c’è un odore strano. arriva dalla cucina. Sul tavolo ci sono 4 sacchetti della gastronomia. Guardo uno scontrino della settimana prima incastrato sotto un recipiente di alluminio. Lasagne al pesto. Mai mangiate. Polpette di riso e cardi. Mai mangiate. Creme caramel, grissini, ogni cosa è li sul tavolo ad emanare odore di vomito marcio. Sollevo i quattro sacchetti e li getto nell’immondizia fuori dalla porta. Dalla camera da letto la voce di mia madre chiede chi sia entrato. Sono io, sono sempre solo io, sono uscito a buttare i nostri pasti. La voce era strana, mi gira la testa. Ho le vertigini. Tenendomi al muro con una mano mi avvio verso la camera. Mia madre dorme girata sul fianco, ha la pelle grigiastra e respira forte. Le chiedo sussurrando se mi può dare dei soldi perché i vecchi pantaloni sono troppo larghi, le camicie mi ballano sui fianchi come lenzuola ad asciugare. Dirige un braccio in direzione della sua borsa borsa Valentino in coccodrillo rosso. E’ come un vettore grigiastro, ossuto, che le ricade molle sul fianco. Ricomincia a respirare forte. La vertigine si calma un poco, sudo freddo, le pareti sembrano restringersi di fronte a me. Una goccia di sudore mi cade sul braccio destro. Respiro e riprendo con calma il controllo.
Chiudo la porta dietro di me. Con la mascella serrata, male ai denti, e 500 euro in tasca per le spese. L’aria si sta facendo più fresca, i capelli mi si sono allungati e si muovono nell’aria. Mi sembra che siano più leggeri, non ci faccia caso, i semi di lino avevano rinforzato. L’ho letto sul sito di Riccardo. Riccardo è uno dei migliori parrucchieri della città. Mi volto verso casa sua. Sembra che sia uscita, la macchina non c’è, le serrande sono chiuse. Ho dei problemi a mettere a fuoco la strada mentre mi avvio verso il centro a piedi.
Deglutisco forte, la saliva è spessa. Mi sembra che i denti ballino nelle gengive. Mi fanno male, mi fa male la mandibola. Guardo attraverso la vetrina del negozio quasi deserto. Poche persone si muovono lentamente tra i vari settori. Entro velocemente mentre sembra che le pareti mi stiano cadendo addosso. Sembra che gli scaffali si stringano per non farmi passare. Velocizzo il passo per batterli sul tempo. 46, adesso porto una 46, o la porterò fra una settimana. Una 46 stretta come quelle dei Muse. Scorro i jeans con la mano e prendo il primo che mi piace, senza provarlo, tanto sono tutti uguali. Non siamo noi che scegliamo, è la moda. E’ la moda. Giusto? Si, è completamente giusto. E’ la moda che sceglie noi. Mi muovo veloce verso il reparto delle camicie. La voglio stretta, a quadri. Indierock. Sudo, ma la sensazione di vuoto, le pareti chiuse, le vertigini sembra che stiano scemando fuori dalla mia testa.
Urto contro una persona davanti alle camicie. Una ragazza a cui chiedo scusa senza guardarla. Mi chiama per nome, mi chiede se sto bene, che sembro strano. E’ la vicina di casa. Indossa una camicetta nera, le maniche tirate su. Ha i capelli legati con dei ciuffi di capelli che ricadono sugli occhi. Una paio di pantaloni morbidi, chiari. Dice che lui è il suo ragazzo. Indica al suo fianco un ragazzo della mia età, alto, capelli lunghi scuri a coprire il volto. Camicia rossa e pantaloni stretti in fondo. Stesso modello che tengo in mano. All stars ai piedi, mani lunghe e ossute a salutarmi. Mi fanno male i denti. Saluto velocemente e dico che sono tremendamente di fretta, ho un laboratorio di fisica avanzata alle 12. Prendo la prima camicia che vedo e pago. Prendo il resto ed esco, specchiandomi velocemente nella vetrina scura. Vedo un’immagine di me che non riconosco, sfocata, il sudore mi cola denso dalle tempie, sulle guance.
Altre due settimane dormendo tre ore per notte. Un pasto vero ogni due giorni. C’è un odore strano in camera, come di burro rancido. Mi metto a cercarlo nervoso, digrigno i denti ma ho comprato un bite in farmacia in modo da non rovinarli. L’ho scaldato in acqua e morso forte. Funziona. Apro un’ anta dello scaffale di fianco al letto. L’odore mi colpisce in viso come una bastonata all’incrocio degli occhi. Un mazzo di fiori neri, avvizziti, marci, è caduto per metà fuori dal vaso. L’acqua marrone odora fogna, stagna e putrida. Deglutisco forte, per alleviare la nausea. Non ho praticamente saliva, ma il gesto mi da sollievo. Butto il vaso nel bidone pieno dei sacchi della gastronomia. Mia madre dorme in camera, faccio piano per non disturbarla. Torno in camera e mi metto a giocare online. Giocando su internet perfeziono il mio inglese, conosco gente di tutto il Mondo. Una volta volevamo organizzare un raduno poi alcuni non potevano ed è saltato. Ho conosciuto tantissime persone stupende.
Metto in bocca una compressa di Adipex. Deglutisco.
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Non sono giochi di parole.
Settembre 24, 2009 · Lascia un Commento
E’ come bere napalm
dalla bocca dell’anima.
E poi vacilli, capace
da funamboliche esperienze
tutte uguali,
sul confine tra ustione e sogno.
Mordimi qua
sul collo, sensuale
più forte che puoi
senza farmi male.
No, non stai bene sola,
è proiettarsi nel cielo
dimenticandosi l’ombra.
Soffri, come soffrono tutti
e per alleviare gli strazi
su altre anime strofini
il tuo essere femmina,
il tuo essere sazia.
Da sotto graffi ed impicchi
le risa sottili,
di uomini nudi
vestiti di pelle
cucita da spilli.
Poi bruci e più bruci,
più la pelle s’ indurisce,
intorno alla bocca,
sul fondo degl’occhi
affogando l’anima
che muore
come i violini.
Sbronzi e soli.
Stringi i denti
attorno alla pelle,
non tagliare
non strappare.
Sensuale.
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Full Moon
Maggio 25, 2009 · Lascia un Commento
- E stai dormendo?
– Si cazzo sto dormendo. Sto dormendo da 4 ore, con l’assorbente che è ovunque tranne dove dovrebbe essere, sto dormendo con un’idiota di ragazzina che assilla cercando compagnia.
- Ma E ho il telefono scarico e non posso chiamare nessuno.
– L allora fa una cosa…
Sto guidando da 7 ore su una strada provinciale. Ci siamo io, la mia ragazza E, ed una ragazzina che abbiamo raccattato per strada la settimana scorsa in un pub di Amsterdam. L.
L’orologio della macchina lampeggia in verde 23.45. L’aria della Spagna è calda e le mie cuffie stanno urlando gli ACDC come per salvarmi dalle sronzate delle due ragazze. Siamo partiti 2 settimane fa da Berlino. Avevamo 20 grammi di hashish e 15 di erba. Sacchi a pelo, tende e due casse di becks. Io ed E, la nostra prova generale di viaggio di nozze. Come scenografia l’Europa senza contorni della nostra immaginazione.
- Togliti le cuffie D.
Mi giro guardano E distrutta dal viaggio. I capelli sporchi, occhiaie profonde. Il piercing al setto che ha infiammato un po’ la pelle e la rende lievemente strabica. Alzo il volume e continuo a guidare. Direzione Madrid. E si gira dall’altra e continua a dormire. L senza farsi vedere da E mi accarezza la nuca attraverso l’appoggia testa della macchina. Mi eccito lievemente ma continuo a guidare. Mi accendo una sigaretta e continuo a guidare, mentre L intreccia le dita tra i miei capelli. Ha le dita stranamente calde, piccole e con unghie curate. Ha il suo zaino, la sua roba, non è un peso. Anzi prima che riprenda la sua strada, arrivati a Madrid, non mi dispiacerebbe farci due salti. Non so nemmeno quanti ne abbia. 18 se sono fortunato. Per il passaggio ci ha regalato 20 grammi di ottimo superskunk e 6 pastiglie di ecstasy. E non era molto contenta all’inizio, gelosa e seccata, ma quando si è resa conto che ci serviva qualche rifornimento per la festa a cui siamo diretti, ha accettato volentieri. Almeno credo.
Fra meno di mezz’ora dovremmo arrivare. Apro il finestrino e un’onda di vento mi avvolge la faccia, spettinandomi e facendomi lacrimare gli occhi. La luna è immensa nel cielo grigio. E tutto il resto, al suo cospetto sembra scomparire. Lasciando solo il vincolo che ci lega. Ma forse è solo la cannabis. Mi incanto a guardarla, quasi esco dalla carreggiata.
- D dove cazzo vai? Se non riesci piu a guidare ci fermiamo!
Cerco di concentrarmi sulla strada, ma la linea tratteggiata che scompare sotto le ruote continua a catturare la mia attenzione, vado talmente forte che sembra continua. Forse ho fumato davvero troppo. Accosto, ho bisogno di uscire e camminare un po’. Appena fermi ci catapultiamo tutti e tre fuori dalla macchina, che iniziava a diventare davvero troppo stretta.
E mi si avvicina, vuole un abbraccio e un po’ di tenerezza, alla fine è il nostro viaggio. La prendo tra le braccia e la stringo. Lo sguardo vola, incrocio quello di L che mi fissa e sorride ammiccante. Mi sciolgo dalla stretta di quel corpo e rimonto in macchina.
- Sei sicuro di voler già ripartire?
Ripartiamo, voglio scappare dai suoi occhi, occhi che mi conoscono, occhi che non lasciano margine di incertezza nella recitazione. E. I suoi sbalzi di umore, la sua schiena, il suo tatuaggio, le mie mani sui fianchi. Brucia. Cosi chiara da poterle guardare attraverso la pelle trasparente, denti e unghie bianchissimi, occhi eterei, i capelli corvini a contrasto.Urla. Delusa per un abbraccio senza intensità, ferita per la mancanza di slancio in un rocambolesco tentativo di tenerezza. Mi da le spalle e continua a dormire. I suoi occhi sono aperti. Basterebbe un piccolissimo gesto, la mano che dal cambio si posi sulla coscia per rassicurarla. Il mio sguardo torna alla luna. Mi perdo di nuovo e quel gesto diventa una fatica insopportabile. Continuo a guidare.
Era maggio, avevamo appena finito di fare l’amore o avevamo appena finito di scopare, quando non puoi fare a meno di toccarla ma non ditoccarla e basta. Prenderla, farle male con mani, denti braccia e corpo. Quando non c’è tenerezza, solo il desiderio del suo corpo. Sfiniti e appagati dalla semplicità di uno stupro reciproco, abbiamo deciso di partire. L’idea è stata sua. Potremmo fare un viaggio noi due. Non chiede, non dice, lei suggerisce. E io mi lascio suggerire. Non so perchè abbia accettato e non so neanche se esista un motivo per cui avrei dovuto dirle di no, semplicemente non ci ho pensato. Ho annuito e mi sono perso nei suoi capelli, ferormoni e capelli.
Cazzo. Riprendo il controllo della macchina dopo la parentesi harmony del mio sogno in autostrada. Quanto ho dormito? Mi giro verso E, ma sembra non aver notato nulla. Sta dormendo esattamente come L, stessa posizione, le mani strette tra le cosce, la testa ripiegata sulla spalla. 10 anni di più e la consapevolezza che la sua esistenza non le possa garantire che una macchina di merda e una casa in periferia. Rifugiarsi nella contestazione per assimilare la propria incapacità ad adattarsi. Noi non ci abbiamo nemmeno provato. Abbiamo trasformato l’insofferenza nei confronti del mondo in rifuto distruttivo di noi stessi, alla ricerca di qualcosa al di fuori.
Guardo E. Balliamo baby, ma prendi questo, tutto è meglio. E quando torni sono badilate sui denti. L invece, si vuole solo divertire. Forse ha appena finito il liceo, comincierà l’università. La metterà nel culo a tutti noi. O forse semplicemente è il down nella cananbis che sta svanendo.
Arrivato allo svincolo -12km. Madrid. Mi fermo e leggo le indicazioni del messaggio che mi ha mandato J due giorni fa. Le indicazioni della location del Rave. Psytrance per noi sta volta. Drum and bass nei momenti di relax. Zona chill out. Sesso, ketamina, gabber hardcore, psytrance, hardstyle, DnB, EbM, Lsd, Mdma, psilobicina. Lsa, benzodiazepine. E poi ci lamentiamo anche se gli spacciatori tagliano male la merda che fumiamo, inaliamo, mangiamo, diluiamo, polverizziamo, sminuziamo, nascondiamo in sacchetti di plastica sotto vuoto, iniettiamo, e fra un paio d’anni, sono sicuro, assumeremo in supposte o collirio ad assorbimento istantaneo. Come se fossimo tutti laureati in chimica. Vaffanculo. Seguo le spiegazioni di J e dopo 20 minuti mi ritrovo in un campo di terra battuta ai margini meridionali della periferia di Madrid. Un cartello sul lato della strada, scritto a pennarello nero su carta verde mi dice che la festa è domani notte. Che i cessi chimici dovrebbero arrivare in giornata. Di montare la tenda nella parte a sinistra della strada, lasciare la macchina a destra, seguendo le linee. Di camminare 4km lungo la strada per trovare il palco. Penso che in un posto del genere ci si possa anche morire. Per fortuna abbiamo ancora una cassa di birra ed un po’ di cibo in scatola per non diventare cadaveri.
Parcheggio e sveglio le bimbe. Montare la tenda è un bordello. Probabilmente mangiare uno yoghurt dal vasetto senza mani sarebbe lievemente più facile. Le mie accompagnatrici mi osservano, davvero brave a guardare. Sarà il sonno, sarà la fatica, ma mi stanno davvero girando i coglioni. Finisco di montare una tenda grande come il bagagliaio della macchina. Ci sistemiamo dando una parvenza di ordine alle nostre cose nel tentativo inutile di ricreare un’atmosfera familiare, intima. Non ci servirà a niente questo posto. Non servirà ad un cazzo se non a farci perdere del tempo domani, eppure siamo qui tutti e tre nel tentativo di sentirci a casa, anche solo per una notte di passaggio come questa.
E che sistema le sue e le mie cose, quasi fosse una brava moglie in vacanza, le scorte da una parte. La stupidità e la necessità di volersi sentire al proprio posto dall’altra. Ci siamo appena sistemati e mi chiama J. Gli do qualche indicazione su come raggiungerci perche il posto è davvero dispersivo. Un quarto d’ora e arriva. Me l’ha presentato E una decina d’anni fa, la nostra relazione è qualcosa di ben piu vicino a un’amicizia di quanto lo possa essere il rapporto che c’è tra lui ed E, ma a sentire lei hanno un rapporto davvero “speciale”.
– J è il mio amico, lo sai, l’unico che si possa davvero considerare tale.
Ed in quanto tale gode di eclatanti manifestazioni di affetto. Ora ha la mia ragazza completamente avvinghiata al suo corpo, le gambe di lei a stringere la sua vita. Non posso frenare un moto di gelosia e istintivamente mi avvicino ad L che sta guardando la scena al mio fianco. Le cingo le spalle con un braccio e prendo una birra. Appena E torna su questo mondo, si volta e mi vede. E’ un po’ come se mi vedessi con i suoi occhi. Un vecchio fattone abbracciato a una ragazzina soltanto perche la sua ragazza ha salutato a un vecchio amico. Mi lancia un’occhiata sprezzante, probabilmente in questo momento le faccio pena. Fanculo.
Mi allonatano da L ma non riesco a trattenere lo sguardo di E. J inizia a parlare con E, scherzando e ridendo, come se io non ci fossi. Non ho voglia di starli a sentire, prendo un’altra birra e mi allontano, ho bisogno di fare due passi. La Luna sembra una voragine enorme nella notte, un buco infinito dai cui margini cola lenta una luce grigia. Cupa. E’ la Luna più grossa che io abbia mai visto. La birra calda scivola in gola ritmicamente, non ho sete, è solo gestualità. Solo un altro tentativo di smorzare lo stress, di comprimere il mondo impossibile che ci circonda in abitudini comprensibili.
Mi accendo una sigaretta e continuo a camminare. Tiro, bevo, cammino. Bevo, cammino, tiro. Infilo le cuffie. INXS. Just keep walking.
Green fields Grass
and earth Broken bottles
Bricks and dirt
Sunshine soothing
Clouds are hazy
Dark street corners
Feeling lazy
Fast car driving
Sleek and modern
Public transit
Photos waiting
Blood and glass
Three points of rain
Carpet lining Seats reclining
Clever words on smooth tongue talking
Shove it brother
Just keep walking.
La strada sterrata sembra essere infinita. Nel prato a lato e davanti a me ci sono centinaia di ragazzi. Parlano di altre feste, di droghe, di viaggi. E mi sento come il riflesso sfuocato nello sfondo di una fotografia che non viene incollata negli album. Sono il residuo polveroso della generazione che ha iniziato tutto questo. Ma in fondo ci credevo e quello che sono diventato lo devo anche a questa vita. Gente interessante, gente che esplora, curiosa, persone buone. In mdma sono tutti buoni e socievoli. Non importa. Sarà probabilmente il mio ultimo evento, non ho più l’età per tutto questo. Facciamo che divertirci di brutto.
Sono a circa metà strada e il vento mi porta i primi rumori delle casse, le luci. Le voci. Finisco la birra e la butto a terra, non voglio pensare ad E. L mi ha seguito per tutto il tempo. Si è tenuta distante aspettando che facessi io la prima mossa. Ma l’unica mossa che vorrei fare con lei sarebbe una catastrofe. E lascio perdere. Un banchetto al mio fianco mi offre a poco della ketamina, delle amfetamine. Delle palline di coca, afgano, ganja, charas e qualche funghetto. Mi fermo a pensare ed L mi si avvicina.
- Ehy D, cosa prendi per stasera? Se sei incazzato ti sconsiglio i funghi, bad trip e quelle cazzate lì. Io non li ho mai provati ma ho un’amica che ad Amster…
E’ un discorso che abbiamo affrontato tutti almeno una volta. Non mi interessa. Le dico che gli allucinogeni mi fanno cagare, che la vita è già abbastanza assurda così com’è. Mi prendo un’ anfe sola, 12euro. La prendo perchè ho un sonno fottuto. La spezzo in due e la butto giu con il fondo della birra che L mi porge. Butto di nuovo a terra.
– E l’altra metà?
Le lascio la mezza pastiglia e lei mi ringrazia baciandomi il collo. Si infila veloce sotto il mio mento. La lascio fare per un po’, cerca complicità. E io cerco di bloccare l’erezione. La allontano. Le chiedo sorridendo di che cazzo si sia fatta.
- Cazzo è da quando siamo partiti che ci sto provando! Fanculo.
Abbassa la testa tra l’imbarazzato e la malizia. Nabokov. Poi si volta verso lo spaccino.
– E tu che cazzo hai da ascoltare? Trovatene un’altra.
Si stringe alla mia maglietta.
- D, per favore, non dirmi che non ti piacrebbe. Un po’ di novità non ti…
Sorride
- D sono vergine, e tu mi sembri, uhm, “in gamba”.
Dio cristo, potrebbe essere mia figlia. Sono il riflesso lucente del mio Ego divino e del peccato. Un Ego pesantissimo infinito ed incontrollabile, lei una statuina di cristallo tra le mie mani. La guardo un attimo. E’ davvero bella. Le dico di lasciarmi perdere, conosce la situazione, la distruggerei. Ma… La bacio, dicendole di andare a divertirsi.
E’ come se il sangue mi si fosse coagulato alla bocca dello stomaco. Lei si gira e scappa piangendo.
- Potevi fermarmi prima, potevi dirmi qualcosa. Invece di farmi intendere tutto l’opposto. Fanculo D, vaffanculo.
Corre verso la musica. Corre verso una marea di gente che salta e si accorge del proprio vicino perchè spinta dall’Ex socializzerebbe anche con un cane rabbioso. L’umanità che raschia il fondo per cercare ancora qualcosa di giusto, nel barile della storia. La luna è immobile, vibra soltanto l’aria che mi circonda, che mi avvolge. La luna. L’amfetamina sta facendo effetto, sono disinibito e non ho più sonno. Solo un po’. Decido di tornare indietro, di tornare da E. La amo. Penso al passato insieme. Le fughe da casa, le birre, il sesso di nascosto. Le conversazioni infinite in notte senza luna sui gradini della metro. Quando non ci importava del futuro, quando pensavamo di poter vivere senza responsabilità. Quando gli unici doveri erano salvare la terra dall’ignoranza, dall’inquinamento e dal fascismo. Ed ora il presente fagocitato nel tentativo di renderci “normali”. Pensando il tempo si accorcia, le distanze si accorciano. Sembra di camminare meno, più in fretta. O forse è solo la pastiglia. Just keep walking.
Ritorno velocemente alla tenda e sento E ridere.
- Piantala J dai che qui avevo messo tutto a posto.
E esce dalla tenda. Vedo i suoi capelli neri sporgere sopra il nylon scosso. Mi avvicino chiamandola. Sorrido e le chiedo scusa, per prima. Si volta di scatto, come se non mi stesse aspettando.
- Ehy! Stavamo solo, non preoccuparti, voglio dire, non è nulla, era che…
Giro intorno alla tenda e vedo E senza reggiseno, con un braccio si copre i capezzoli, con l’altra si tiene su i pantaloni senza cintura. E’ spettinata, forse molto più figa del solito. Il fascino dell’eccitazione nuova, dell’ego nutrito. Ma non reisco a vederla. E’ una figura senza occhi che mi sussurra rabbia, possessività, violenza. Il fotogramma del mio cuore mostra segni evidenti di fratture trasversali da raffreddamento, con esplosione di cristalli di angoscia. Lacerazioni alla bocca dello stomaco. Un morso stretto alla gola. Vi state divertendo vedo, buttando giù la saliva come schegge di vetro per l’esofago.
– D davvero, stavo solo cercando di far vedere a J.
Dico a J di rimanere dentro la tenda, per il suo bene. Interrompo la frase idiota di E. So cosa voleva fargli vedere, urlo sputando gli stessi frammenti. Doppio sanguinamento. Ci guardiamo in silenzio per alcuni attimi. Respiro forte. Penso che E debba trovarsi una nuova macchina e una nuova tenda. Le grido ancora in faccia. Io vado a ballare, ci rivediamo domani mattina qui. Con la tenda impacchettata a fianco della macchina. Se vuole lasciare la tenda senza farsi trovare è anche meglio. Buona serata. Mi allontano veloce, svuotando la testa, svuotando gli occhi dalle lacrime. Mi viene da vomitare, mi gira la testa. Forse è l’anfetamina, ma forse no. Un passo dopo l’altro, compro una birra. Ho ancora 60 euro nel portafoglio. Non bastano per tornare a casa, devo ritirare, domani.
Cerco L, non ho voglia di pensare alle conseguenze. Non mi importa. Ho solo voglia di reclamare e colmare le ferite. Sono lo psicodramma televisivo della mia serata di addio alle feste. La musica si alza sempre più forte, è un pezzo degli Infected Mushrooms. Dicono che abbia il migliore build up della musica contemporanea. Mai capito che cazzo voglia dire. Mi verrebbe voglia di tornare indietro, di riprendermi E. Sono sicuro che non si parleranno più. O forse si metteranno insieme. Lo avevano già fatto prima di stasera? La loro sintonia. Non importa. Non importa un cazzo. Siamo soli, Io, la Luna e l’aria che ci avvolge.
Arrivo nella radura in cui hanno montato il palco e l’impianto. Devono essere più di 10000 Watt. Ci saranno circa 600 persone che ballano e saltano a 30 centimentri dalle casse. Psycho a 160bpm.
Tiro giù un sorso di birra e mi accendo una sigaretta. Apro gli occhi per sezionare la folla. Cercare L, cercare la rivincita sulla sofferenza. Passano circa 10minuti, spezzati da venditori di rifornimenti vari e “socializzatori” dell’ Ex. Decido di allontanarmi, di andare ad ascoltare la musica un po’ più in là, di addormentarmi magari appoggiato ad un albero con una canna. Sciogliere l’effetto della robaccia chimica e far scivolare tutto un po’ più in la. Almeno per stasera, e forse domani ancora. Esco dal gruppo. La canzone mi accompagna, mi da un po’ di carica, muovo un po’ le braccia a tempo. Faccio due salti in circolo. Vedo un albero completamente isolato dagli altri, fronde abbastanza rade da lasciare spazio al cielo. Perfetto. Mi sdraio. Prendo un po’ del fumo di L e faccio su. Non c’è troppa gente intorno, non dovrebbero rompermi i coglioni. Accendo e aspiro a lungo, come se dovessi aspirare tutta la schifezza e il dolore. tutto dentro di me, lontano dai miei occhi. La boccata di fumo bianco mi avvolge la fronte, il naso, copre tutta la visuale di dolcezza acre.
– Ciao D, tutto bene?
L è per mano ad un tipo coi capelli verdi. Rasati ai lati. Deve essere di qua, Italiano forse. Mi saluta con un pessimo accento inglese. Non sono mai stato così in alto, rispondo. Lei è ubriaca fradicia. Chiedo loro se vogliono fermarsi a fare due tiri. E poi due salti con L.
– No Grazie! Abbiamo già fumato.
Scoppia a ridere biascicando ad una frase sussurrata da lui nell’orecchio.
– Adesso vado a fumarmi il tu…
Si interrompe ridendo ad un piccolo schiaffo sul sedere. Rido anch’io, rigurgitando pezzi di vetro. Sputacchiando qua e la le stronzate sulla verginità, auguro loro una buona serata. Allontanandosi lui le chiede se io sia suo padre.
– Buona notte D.
Dovrebbe essere uno di quei momenti in cui guardandosi intorno, la voglia di vivere svanisce, lasciando il posto allo sconforto. Ed invece è l’opposto. Comincio a non mettere bene a fuoco le cose e mi gira la testa. Respiro profondo per riprendermi. Rido, i muscoli delle guance tirano la bocca fino al proprio limite. Sto guardando tutto dalla poltrona davanti al televisore. In fondo la mia vita ha una bella trama, bel montaggio. E’ intensa, è variegata, felicità e sofferenze, il troppo e il troppo poco. Il nulla. Mi gira la testa e le parole si cominciano a confondere col sogno. Mi sto addormentando, il portafoglio, non me ne frega un cazzo. Il cellulare, neanche. Questa Luna Piena mi sta guardando, e spero che abbia anche lei, la forza di ridere.
Mi sveglio con la bocca sporca di terriccio, impastata di vomito. Ho una sete infinita. Il sole è ancora basso. La musica continua a suonare e ho un gran mal di stomaco. Ho fame. Il check up completo dei sensi. Sbadiglio, mi viene in mente E. Lo stomaco si contorce su se stesso. Penso ad L, mi viene da vomitare. Sono nel pieno della fiction e non posso più sedermi in poltrona. Portafoglio e cellulare al loro posto. 60euro ancora, non bastano. No, Cellulare al proprio posto.
Due nuovi messaggi.
Apri.
“La tenda è piegata sotto alla macchina, io vado via con J. Mi dispiace, ma questo viaggio di prova non ha funzionato e lo sai anche tu. Divertiti e fatti sentire se non sei troppo incazzato con me“
Vaffanculo
“Ciao D, sono L. Mi servirebbe un passaggio x tornare indietro. Ti aspetto alla makkina. Ps. Avrei davvero preferito farlo cn te.“
Vaffanculo.
Infilo le cuffie e cammino verso la macchina. Anne Clark. Non esiste un cazzo.
…the man in the moon
is watching you
and me
and everything we do
life on mars
a stairway to the stars
cheap flights
fast food
flash cars
worlds collide
states divide
choose your site
land slides
a 3rd walk from the sun
it’s only just begun
for you
and me
and everyon.
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Coltrane, del sushi e il nulla.
Aprile 2, 2009 · 2 Commenti
False le nubi storte nel cielo,
il sole codardo sanguina solo.
Tempesta idiota e sbronza
di un Aprile vuoto e stronzo
si atteggia da protagonista
sul palcoscenico vuoto.
Piove fino,
fino all’orlo
di un vetro annacquando il vino
che di per se faceva schifo,
ma per brasare questo nulla
è rispettabile invitato. Impunito.
Il rotolare invano e catodico
sul divano, ha un che di metodico.
Marziale, sincornico e contemporaneo.
Sbirciare la luna di straforo
tra le finzioni nubereccie
è invece dello strampalato, stralunato.
E quindi in mezzo,
nel mezzo di tempesta e sole emorragico
tra il borghese ed il tragico,
nel mezzo di un mazzo tra jack e re
aspettandoTi, donna di fiori,
tra un sushi neorealista, una pizza, ed il concerto jazz.
E nel bel mezzo della jam,
fumo la pipa sul terrazzo.
perchè a me Coltrane,
non piace tanto.
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