Barre ed esercizi

 

Con in bocca un posacenere
Senza sconfitta né vittoria,
senza i doni della dea Cerere
Solo puoi cadere o cedere
La resa in cima all’Everest
Puoi chiuder gl’occhi no
Ma non fermerai le tenebre.

La giovinezza olistica
ermeticamente etica
si propaga ad elica
com’ elettri-cità statica
per poi finire candida
stratificata eterea
in miglia di discarica.

Guardando oltre l’orlo, del bicchiere spezza collo
affogando sordo, annaspando verso il bordo.
Sempre tutto pieno o tutto vuoto
Con la speranza un giorno
.
Di toccare il fondo.

De Structura

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E’ come quando fuori pioveva e tu guardavi il vuoto intorno a noi. Sorridevi piano, un strappo nella pelle porcellana. Sussurravi “Sei bello come sono i fiori appena recisi. Sei forte come se potessi ancora succhiare linfa dalle radici ma libero al tempo stesso. Appassirai, certo. Ma fino a quel momento, resterai l’essere perfetto.”

E’ come quando eravamo soli ed io soffocavo nel tuo sguardo pallido, azzurro e mobili in mogano. Ti prendevo la mano e sussurravo “Sei bella come lo sono le notti senza luna, liquide di nero denso senza ombre. Ti illuminerai, certo. Ma fino a quel momento resterai perfetta, senza contorni.”

Il mondo, accendiamo il porno e rimaniamo inerti a scrutare le anatomie e il linguaggio dell’abuso. Non arriviamo mai al coito, il finale della vita non può essere che banale. Accendiamo una candela e ci perdiamo nella cera calda. Ti riempio l’ombelico di liquido rosso traslucido. Mi guardi con il labbro morso e gli occhi lucidi, le lenzuola di seta e la lieve ustione. Mi infili smalto rosso nel braccio rosso sangue e guardi dentro, scorrere la vita fuori.

Soffi sulla candela, perché la fine non può essere che scontata. E respiri il fumo di intonaci bianco latte e parquet in noce. Listelli larghi. Accendi una sigaretta e me la porgi, con le dita insanguinate sussurri “Fuma, ringraziando la perfezione del tuo corpo per la sopportazione della debolezza che gli riservi. La rigenerazione è il movimento nella staticità. La vita nella morte”.

Aspiro forte ad illuminarti i lineamenti sottili, tende trasparenti come unghie di bambini. Inspiro e leccandoti il dorso della mano, dico “Sono i processi infiammatori ad accelerare la rigenerazione . Strano pensare come la vita, sommata ad altra vita, si rompa in mille pezzi. Un algoritmo imperfetto”.

Mi mordi il collo così forte che gli occhi lacrimano, cristalleria di Boemia. Sento i denti sottili, la pelle si riempie sangue viola, la tua saliva sulla lingua calda. Sciogli i nodi dal mio ventre, passando lenta la mano calda. Ti soffermi sotto l’ombelico e graffi lettere invisibili. Parole che rimangono fuori dal suono. Lentamente seguo, lettera per lettera l’incessante incedere del tuo incidere.

“Perfetto-nel-vuoto-circondato-sei-nulla”. Se capisco bene.

Scendi giù più in basso, stringendo forte sotto il cazzo, togliendomi il respiro e divani Chesterfield in pelle panna. Porti la bocca di fronte ai miei occhi e di alito caldo, stringendo ancora, ordini “Donami parte di te, petali e rugiada, torna uomo perfetto per il mondo. Il tuo mondo sono io, le tue radici e la tua forza. Appassiremo insieme”.

E’ ora come quando ti abituavi al buio ed i contorni si definivano netti riflettendo vento, suono, gin&tonic con il pepe. Ti vedo adesso risvegliato, dai confini netti e rotti, separata dal fondo, come separati i denti prima di azzannare, le mani prima di afferrare. Ed esploro la tua bocca con la punta dita , la tua silhouette, ombra cinese e lampada di corno. Appoggio il palmo sul tuo petto e sorridi, strappo di luce nel pelle di ossidiana.

E’ ora come il primo perdermi con te, che mi incastro nelle imperfezioni della pelle, nelle nostre cicatrici inferte, nelle lacrime che bagnano e le urla che seccano la gola, stivali di velluto nero. Siamo l’imperfezione che del mondo si dimentica, per ricompletarsi senza mai voler vedere il banale e lo scontato del finire.

 

 

30

Eravamo superuomini, appena bambini,

eravamo sognatori, appena troppo,

eravamo ciò che saremmo voluti essere

siamo oggi ciò che saremmo dovuti essere.

 

Per crescere e per morire c’è sempre tempo,

il tempo per stupirsi

per cavalcare l’onda nera

per sprofondare assenti

per allattare se stessi

quello cazzo

al mercato delle opportunità

è scambiato al pari della vita.

 

I diamanti sono così, non crescono.

 

Accompagnami sul fondo

Del bicchiere senza ghiaccio

Trascinami sulla cima

della sigaretta spenta,

e nel nero della cenere

porca troia dammi fuoco.

 

E che il suono

del bicchiere con il ghiaccio,

del calore col tabacco,

dell’onda nera che s’infrange

delle casse che si chiudono

al mercato della notte

possano farci ballare

 

Altri 30 fottuti anni.

 

Rock n roll.

Lead the way

Flip, flip
3 hours o’ sleep.

Eat the spleen
Kick it deep in,
bip, bip.

Wake me up, alarm ring.
Tie tight your black harp strings.

Close your wings, have your sit, turn it on, back again, call the queen.
Go back home,
eat it clean.

Run faster, fall louder,
dream harder, feel younger,
punch smoother, lick softer,
buy smarter, talk easier, fuck better,
love more.

But please,
suffer silently,
and die responsibly.

Prologo #1

Queste sono le ultime parole che scrivo.

Immaginate di ascoltare la Sonata al chiaro di luna di Beethoven. Non di Mozart. Immaginatela suonata da una donna. Una donna arrabbiata e piena di rancore. Di quel risentimento profondo e radicato che si può solo provare nei confronti di qualcuno che non potrà mai rispondere. L’odio di Dio, l’odio del futuro, l’odio di un passato troppo lontano per poter essere cambiato. La furia ceca di chi non ha nulla da perdere. Immaginatela suonata da Lisitsa.

Ecco, immaginate che questo racconto inizi cavalcando quel sentimento.  Sarebbe romantico, sarebbe evocativo, sarebbe pieno di significato profondo. Sarebbe. Immaginate dunque, perché non sarà affatto così.

Ciò che state invece per leggere è veloce, è superficiale, è un colpo di revolver sparato sulla superficie del mare che violenta le onde senza fermarsi. E’ la marcia a testa alta, ad occhi ben aperti di chi non sa nulla del mondo e ha poco tempo per imparare. E’ la condizione esasperata di ognuno di voi, fermi e morenti nelle vostre città che vi fanno da culla, da letto per scopare la prima, la seconda e la terza volta. Quelle città che vi fanno da primo e secondo nido familiare. Da carcere d’asfalto e smog. Che vi chiedono la vita, in cambio della sicurezza. Quelle città che fanno da tomba ai vostri corpi, svuotati da tutto, così simili ai vivi.

Rifacciamo lo stesso esercizio, andate su youtube, e scrivete “noisia machinegun – amon tobin remix”. Seguite il flusso del pezzo, sentitelo distorcersi, assaporatene la quiete che piano piano si contamina. Ora fate un salto nel vuoto e dimenticate tutto. State cadendo in un baratro di cui vedete perfettamente il fondo. Lontano, ma non troppo. Non c’è silenzio, i vostri timpani nel vuoto sibilano, il sangue spinge forte dall’interno assordandovi, rendendovi pienamente consapevoli della vostra solitudine. Sta per accadere.

Lo schianto è imminente, volete dilatare lo spazio o deformare il tempo. Impossibile. I secondi passano. Tutto si restringe. La roccia è a poche spanne dal vostro corpo. Pieno di sangue che pulsa assordandovi.

Semplice.

Dovete essere più veloci, più agili, avere gli occhi più aperti e le orecchie ben tese. Dovete essere voi stessi moltiplicati per un milione di volte.

Vivere mille volte nel poco che vi resta.

Mindless #1

Mi sveglio con un posacenere in  bocca, un pugno in faccia assestato dall’alto, un’esplosione termo nucleare nella zona neocorticale, un’inferno di veleno nello stomaco e una colonia di piattole nelle mutande. Il pugno e le piattole non sono metafore. Proprio no.

La stanza non è la mia, è la stanza del mio  migliore amico. Lui è a Londra da circa un anno ed io affitto il suo appartamento per 250 euro al mese, da pagare quando tornerà. Per ora metto da oarte 25 euro al mese per l’affitto, gli altri li chiederò in prestito ad un tasso del 10%annuo ad un usuraio ebreo che abita nell’isolato accanto a quello di E. E è la mia ragazza, o meglio. La ragazza che mi ha attaccato le piattole dopo averla pagata 30 euro ed una bottiglia di Russian Vodka. 9 euro.

Ci siamo sdraiati sul divano, lei in mutande sopra di me, che ero nudo. Due birre sul tavolino, mezza vodka bevuta mezza rovesciata sul tappeto. Lei si strusciava e più si strusciava più a me veniva da vomitare. Mi viene in mente che un tizio mi aveva offerto della coca sulla punta di una chiave dopo aver spezzato una pietra in mano. Un gesto da gentiluomini. Lei si struscia e io la ribalto sul divano corro in bagno. Vomito un po’ di roba variegata stando in ginocchio accanto al cesso, le braccia incrociate coi gomiti sull’asse a creare una sorte di supporto per la testa. Quando mi sveglio, credo un paio d’ore dopo, lei è andata via, prendendosi i 30euro dal mio portafoglio, quelli che c’erano, una birra e lasciandomi come regalo una colonia di piccole piattole tra i peli pubici. Grazie e arrivederci.

La Pthirus Pubis non è  altro che un pidocchio, un po’ più grasso.  Un parassita emofago che si insinua tra la peluria pubica per nutrirsi e riprodursi. Le lendini si tolgono con l’aceto ma non con l’acqua. La piattola sta al pidocchio come gli Americani agli Inglesi. Più grassi, oltreoceano, e più coglioni. Si sono idiote perchè mentre rasarsi i capelli è scomodo e sconveniente, rasarsi i peli pubici è una pratica igienica e moderna.

Mi raso completamente tutto, tirando bene lo scroto in modo che non faccia grinze strane. La schiuma da barba e via. Liscio e morbido come un bambino. Disinfetto bene e lascio andare il cespuglietto ammorbato di microinsetti nel water. Tiro l’acqua e gli ultimi resti di vomito trascinano via una delle stronzate di ieri sera. Il colluttorio sciacqua il posacenere.

Due aspirine  in un litro e mezzo d’acqua con sali minerali per il mal di testa. Togliere il male alla testa è fondamentale per capire da dove arrivi uno zigomo colorato da 4 lividi a forma di nocca.

Dream and reward

We are the light over the funnel.
We are the guy in the tunnel,
the wind
the sun
the infinite run.

Pick it up from the ground,
have a glance
have a chance
trash it out
like your life rebounds.

in that twisted world of fun
Something changed
down there,
of tongue and drooling,
your face sticks to the window, moaning.

Kick me out,
lick the pain
kiss the sorrow
suck the poison
like a double edged blade.

Bleeding slowly,
partially twisted
we look at the corner
which fiercely hugs us.

Behind your soul
late but soon
we will find it back
spinning fast
waiting for us.

Don’t touch it,
It’s holy
it’s vital
it’s a mere neverending dream
blown away
by its core
made of clay.

L’eremita e l’appeso #1

“E poi gli ha ficcato un proiettile in testa! Un proiettile di vetro, capisci? Si sbriciola e non può essere tirato fuori! Morte certa se non si vieni operati in 36 ore!”

“Secondo me rimane un film di Merda B. Mi spieghi come cazzo fai a sparare un proiettile di vetro? Si sbriciolerebbe nella canna!”

“G sei veramente… sai cos’è un Sabot?”

G scuote la testa ficcandosi un pugno di noccioline in bocca,

“E’ un guscio che permette di sparare calibri più piccoli dell’arma. Ma protegge anche il proiettile che c’è dentro. Alla fine della seconda guerra mondiale i Tedeschi, senza più piombo per i proiettili, sparavano proiettili di legno impacchettati in Sabot che si aprivano dopo lo sparo. Costo zero, danno invalidante.”

Finisco il fondo di birra sgasata nel bicchiere. A me piacciono gli UK, ma il fatto che ti facciano pagare le Olive e le patatine. Fanculo.

Ci alziamo dal tavolo e usciamo dal pub. Una pioggia fine come uno sternuto in piena faccia ci accoglie nella penombra della sera.

“Adoro Londra” dice G tirandosi sul il cappuccio della felpa. “E’ come se una puttana Ucraina di 17 anni ti sternutisse in faccia mentre ti è sopra. Si. Mentre ti è sopra in un Hotel a ore della Berlino Est, post crollo muro di Berlino. Lo sternuto degli angeli”. G mi guarda per qualche secondo, tira dritto giu per King’s Street.

La serata è appena incominciata. I nuovi e i vecchi bankers si trascinano tra un pub e l’altro, parlano di speed trading, microtransazioni, di quanto vorrebbero andare in Polinesia, di quanto sia figa quell’universitaria vestita da hipster. commentano il mondo attraverso le lenti della civiltà.

Una civiltà che si masturba guardandosi allo specchio.

G si accende una sigaretta. Cammina a testa china per non bagnarla. Cammina a testa china per far finta di non capire. Per far finta di non farne parte. Di essere diverso dalla merda umida in cui stiamo nuotando. Ma in fondo, in fondo alle nostre speranze di rivoluzione, sappiamo entrambi che siamo semplicemente frutti deviati dello stesso albero.

Stessa educazione, stesso rapporto col denaro, con la tecnologia, con i social network, la strumentalizzazione dell’arte, della parola, dell’idea, del sesso, della dipendenza. La stessa rabbia lucente nei confronti della sofferenza.

Oggi, giù tra i locali gay di Soho, attraverso i magazzini di Bricklane, le mostre d’arte di Shoreditch, nella rivalutazione dell’Est. Oggi, tra i palazzi in accessibili di Marylebone, Gloucester Road, su per le residenze luccicante di South Kensington, sopra e sotto i quartieri bene di Primrose Hill e Finchley Road, tra la finta alternatività turistica di Camden. Oggi, hai il diritto di provare dolore, la sofferenza è un lusso per chi riesce a venderla.

G lancia la sigaretta a bordo strada dopo tre tiri. “Mi sono spaccato il cazzo, l’appuntamento è domani mattina presto. Torniamo a casa, ci facciamo una doccia e svoltiamo la serata con due birre dall’off license”.

Annuisco, fissando due ragazze che si stanno facendo fuori da una discoteca. “Scappano o si amano?” “B, hai rotto davvero il cazzo stasera, non sono assolutamente nel mood! Birre, sigarette, magari quelle tue amiche Thai-china-korea gialle  che abitano sopra casa tua e buonanotte” “Bella, tu paghi le birre, io vado dalle Asian a proporre il party ok?” G si gratta una basetta. “Bella, mi piace quando ragioni da essere umano civilizzato”.

Fanculo.

“Fanculo, questi non sono i miei sogni” G mi guarda torvo. “Il nostro sogno e non avere altri sogni.”

Siamo a casa. Due da 4 di Foster, due su quattro uomini. Due ragazze thai che abitano al piano di sopra parlano di un nuovo videogame erotico che sta spopolando a Seoul. Totalizzi punti riuscendo a convincere il tuo parner ad accondiscendere ai tuoi desideri. Handjob e discoteca i primi livelli. Threesome con doppia penetrazione versola fine. L’ultimo livello è indifferente alla scelta del sesso del tuo personaggio: devi convicere i tuoi amici a partecipare ad un’orgia in un luogo pubblico, coinvolgendo il numero massimo di passanti. Travestimenti, sado, pissing, dildo e strap-on sono extra bonus.

G mi dice che la rivoluzione sessuale è un sottoprodotto della medicalizzazione ottocentesca del concetto stesso di sessualità. Dice che è in realtà è lo sfogo delle tensioni sociali createsi durante il fallimento della rivoluzione culturale fallita.

“B, ti sei mai masturbato per calmare i nervi dopo aver fallito, che ne so, un esame?” Bevo un sorso di birra “Beh, se per questo mi sono masturbato per rabbia, per noia, per festeggiare… diciamo che vivo la masturbazione come un valido amplificatore/mitigatore di emozioni”. “E’ esattamente la stessa cosa!” urla G mentre accarezza i capelli di una delle due ragazze, che sono sedute a terra, indaffarate a cercare video su youtube del videogioco in questione.

“Hey girls!? Would you mind if i ask you, well… Would you like to make this videogame real? Just to try whether it’s realistic or not!” Le due ragazze si guardano, ridono piano. Guardano noi, si scrutano per qualche istante. Prendono  due birre. G mi sorride.

Prendono le borse, salutano con un cenno e si chiudono la porta alle spalle.

“G? Hai mai giocato a quel gioco in cui per finire il livello devi mandare a fare in culo il tuo amico testa di cazzo?” Ride spegnendo una sigaretta in una lattina vuota. “Mi chiedo solo perchè abbiano preso le birre senza motivo…”

 

Prigionieri dell’Uva Spina

Una volta era il vento prima della pioggia.
E tu rosa a seguire di rugiada gli intenti.
E poi venne la parola,
e il fulmine ingabbiato,
e l’ossigeno e gli elettroni che l’ozono.
L’ozono non fa primavera.
Nè il cambiamento, no quello no,
la nascita del nuovo, della parola rotta
di frammenti nelle mani.
Ed è l’emorragia, non la parola [emorragia]
la sensazione calda che qualcosa è stato creato,
ed è il potere che nemmeno la Madre ha di creare,
che nemmeno il Padre di generare.
Come il pensiero che solo annullato si trasforma,
riempiendo i vuoti,
gli spazi interconnessi tra i pacchetti di te.
E tu non puoi dire cose che io già non sappia,
da qualche parte fuori di me,
ed io cose che tu, no,
fuori e dentro di te.

La primula che hai in mano,
l’uva spina che mangiavi
le spine di rovo
il nero del corvo,
il mare,
il nero
l’oro.

Tutto ho già, tra le tue mani.

Ed allora io voglio sanguinare,
delle ferite che crea il vuoto,
il vuoto di quel bicchiere
che accanto giace
alla bottiglia aperta
e piena
di verità confuse ed impacchettate
che spetta a me, a te,
senza parole
scoprire, scolpire e scartare
per poi versare piano,
e bere insieme.

Ed allora sarà sera
e della stessa luce
ubriaca ci faremo guardiani
e tu ed io,
a ballare tutta la notte,
come ballano gli amanti
che non hanno nulla da vivere
se non la verità,
che non hanno nulla da perdere,
se non la verità.

Cosa saranno i tuoi occhi allora?
Affranti dalla consapevolezza
che il nostro carciere
ritorna al suo posto
retto e certo
una volta che la nostra anima
torna a credere di esistere. Cosa?
Quando il pensiero lieve
si insinuerà tra
le circonvoluzioni cerebrali
e gli alveoli polmonari,
le sinapsi neuronali,
i fulmini ingabbiati.

L’ozono sarà forte fuori, nel nostro cielo,
e richiederemo a gran voce,
un bicchiere pieno,
un piatto
di uva spina.

La resurrezione e la forza.


Entro in macchina e lui mi guarda.
Mi guarda come se fossi la prima della sua vita.
Lui guida e parla molto.
Mi racconta di lui.
Chiede di me. [?]
Ci fermiamo nel nostro posto.
Luci spente e odore della pioggia di Marzo.
Fumiamo una sigaretta, fuori fa freddo.
I finestrini lucciccano d’ attesa.
Ci spogliamo, io mi chino su di lui.
In ginocchio, al cospetto del suo desiderio.
Reverente succhio, grata ed esigente.
Gelosa lecco piano, il ricordo del lattice sulle labbra.
Sfilo le mutande da sotto la gonna.
I tacchi, lo sfregamento caldo del sintetico.
Sulle gambe e lui mi guarda.
Mi prende veloce,
meglio così,
siamo di fretta per smaltire sentimenti.
le ruote si consumano troppo in fretta,
il contachilometri
gli ingranaggi
il respiro catalitico alla menta.
Viene, sembra che muoia.
Io non vengo ma era bello.
Io non vengo e scendo.
Fuori fa freddo, sembra di morire.
50euro.
Aspetto un altro amante.
50euro.
Non sono abbastanza per venire.
Credo.
Non sono abbastanza per amare.
Credo.
Aspetto un altro amore.