Pillole

Infinity di Damien Hirst

Finalmente sono uscito. Mi hanno dimesso con diagnosi di dipendenza farmacologica da neurolettici. Non sono pericoloso né per me né per il resto della società, finché sotto effetto di medicinali affini alla serotonina e alla noradrenalina. La dopamina ha stufato, i farmaci assomigliavano troppo all’ecstasy, alle metamfetamine. Il mercato di quella roba non è in mano alle case farmaceutiche. Sono inoffensivo con la mia mezza pastiglia di Zyprexa al giorno.

La mia cura è finita dopo 14 anni di internato, preceduti da una decina di psicoterapia. Tutto per essere più adatto al sistema.

Non ti dimenticare le pillole.

Non prendo medicinali da 4 anni, dopo aver letto il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per una ventina di volte capisci cosa i medici non vogliono sentirsi dire. Cosa vogliono, e basta apparire diversi. Penso che capiti a tutti voi no? Fingete con tutti: professori, parenti, partner, figli. Diamo un modello comportamentale di noi che vada bene per tutti.

Beh in passato sono stato un po’ troppo sincero.

Diciamo che non mi era fregato nulla della morte dei miei. Volete sapere com’è andata?

Bene. Ho solo bisogno di un bicchiere di vino e vi racconterò tutto. Ora va meglio.

Accadeva 24 anni, 7 mesi e 15 giorni fa. Tengo il conto. Quel giorno è stato un passaggio da uno stile di vita ad un altro completamente diverso. Ognuno di noi conosce la propria età, invece io conto dalla morte dell’apparenza, in lento declino fino a oggi.

Ero al loro funerale. Cerimonia standard in chiesa, camera ardente, preghiere, condoglianze, lacrime dei parenti, amici. Mi chiesero se avessi voluto lasciare qualche parola. Mi alzai in piedi e ringraziai tutti i presenti per l’appoggio, salutai mio padre e mia madre con un semplice: addio. Nella modernissima chiesa di vetro e mattoni quel saluto echeggiò freddo e sordo nel silenzio degli altri. Una stalattite di vetro in frantumi sul marmo. Tutti guardavano da fuori il mio corpo rigido nella penombra, solo io guardavo loro nella banalità del momento. Mi sedetti sulla panca di legno antichizzato accanto alla sorella di mia madre. Mi strinse una gamba sussurrandomi “Capiamo il tuo dolore, non ti preoccupare se le parole non sgorgano come vorresti”. Non aveva capito un cazzo, ma sorrisi di plastica. Il prete concluse con un salmo, rese grazie e ci salutò. Probabilmente aveva un altro funerale, un altro battesimo. Lui si che fingeva bene, avrei dovuto capire allora come fare. Sembrava davvero rammaricato nella luce limpida della vetrata alle sue spalle. I montanti di alluminio sezionavano il cielo pallido in quadrati. Gli architetti “sacri”, sanno bene come emozionare la gente.

Non ti dimenticare le pillole.

Tutti uscirono, chi attore, chi lacerato. Il regista era in sacrestia a montare le luci per il battesimo. I chierichetti-macchinisti lo aiutavano.

Ma qualcuno si accorse che la mia non era una recita, che quel ragazzino di 19anni non era stato bloccato da morsi allo stomaco. A quel ragazzino non era veramente fregato nulla. Mia cugina, gran bella ragazza.

Peccato che ora possa solo immaginarla a firmare la prima ricetta incriminata. “10goccie di Xanax prima di andare a dormire”, giusto per rilassarti un po’, diceva. Solo oggi mi accorgo di quanto fossi stato idiota. Come non accorgersi che con quell’intruglio non sarebbe cambiata la mia fine? Un farmaco palindromo, la peggiore pubblicità che si possa fare ad uno psicofarmaco. Ma abbiamo tutti bisogno delle nostre pillole per sopravvivere. 10 gocce di normalità. Ad ogni modo devo riprendere il racconto.

Dunque, mia cugina, neolaureata in psichiatria, mi si avvicinò e, manuale diagnostico in mente, mi chiese se avessi voglia di andare a fare due chiacchiere da lei ogni tanto, giusto per chiacchierare, per far passare il tempo. Uno psichiatra non passa mai il tempo, uno psichiatra ha una deformazione professionale talmente ampia, che non guarda la televisione: analizza i personaggi, cercando di risalire alla verità sugli autori. Uno psichiatra non chiacchiera, analizza prima te, poi tua madre e il rapporto col pene di tuo padre. Se sei carino, forse, pensa al tuo di pene. Uno psichiatra non va MAI a cena, studia il rapporto col cibo della sua generazione. Ballare, viaggiare, leggere, dormire. Solo e sempre lavorare.

Non ti dimenticare le pillole.

Ero sempre stato solo. A scuola non ho mai avuto grandi amicizie, non credevo nelle relazioni interpersonali coatte. Così le ragazze. Non brutto, non bello ma solitario e scorbutico. Se sei bello è tenebroso, c’è qualcosa da scoprire, ma se sei brutto ti conviene puntare tutto sulla simpatia. In un modo o nell’altro bisogna compensare il fuori.

Eravamo solo io e la mia giovanissima madre. Appena 17 anni più di me. La descrizione che vi farò ora è una di quelle verità che imparerete a non dire mai ad un poliziotto, a uno psicoterapeuta, a vostro padre. Ai luogotenenti dello status quo, insieme agli avvocati, ai giudici e i vecchi fruttivendoli di paese.

Mia madre aveva 35 anni quando ne feci 18, io. Un metro e settantaquattro per 52 kili, un fisico scolpito in palestra per la noia, la solitudine e una frustrazione sessuale. Si sentiva lo strumento di mio padre. Il vecchio lavorava tutta la settimana, tornava nel week end stravolto e annoiato, una pacca sulle spalle a me, una pacca sul culo nudo di mia madre. Lo capisco, oggi lo capisco. Beh, i miei genitori erano il mio audio porno. Venerdì sera, giornale porno uscito il giorno stesso, crema per le mani, fazzoletto, e alle 22 attaccava l’audio. Muri sottili nel silenzio di una famiglia medio borghese.

Fatto sta che i 52 kili di mia madre, una domenica sera d’ autunno, presero i 90 del padre in cravatta e lo calciarono fuori di casa. Lui diede una pacca sulle spalle a me, e disse a mia madre di trovarsi un buon avvocato. Giurisprudenza a lei, psicologia a me.

Notte di pianti tra le mura sottili. Andai ad abbracciarla, un gesto sconvolgente per la mia timidezza, ma io amavo mia madre, nessuno aveva colpa ma quella a soffrire era lei. Un abbraccio, un bacio sulla guancia, asciugare le lacrime. Insomma, sapete come vanno a finire queste cose.

Non ti dimenticare le pillole

Si lo so era mia madre. L’unica donna con cui fossi venuto in contatto. L’unica donna a cui avevo succhiato un capezzolo, annusato i capelli, accarezzato il viso. L’essere infante è solo la dimostrazione pura che l’attrazione madre e figlio non mediata esiste eccome. In fondo siamo tutti vampiri, che si nutrono del sangue di altri vampiri. Sempre affamati di tutti, cerchiamo di contenerci per avere sicurezza di un poco di sangue tutti i giorni. Da cuccioli non capiamo e abbiamo fame. Anche l’amore ci lega nel sangue e nella carne, nelle esigenze più intime, nelle debolezze più profonde. L’incesto tra comunità di gatti isolati non è che la prassi. Sodoma e Gomorra dei felini. La moglie di Loth trasformata in una piccola gatta persiana di sale.

Ora immaginate di raccontare questa storia ad una cugina appena uscita da due anni di terapia, preventivi all’esercizio della professione.

Stavo bene, avevo solo bisogno di compagnia, di una ragazza, del giornalino porno del venerdì, del dolore sordo per i miei, delle fantasie sessuali su mia madre, della difficoltà ad interagire.

Siamo come siamo, in continuo cambiamento. Dobbiamo solo scegliere la maschera che pesa di meno. La terapia mi fece credere che fossi marcio, che l’apparenza da seguire fosse tutt’altra, una parvenza normale, completamente inadatta ai lineamenti del mio volto. Pesante e scomoda. Sostenuta da sempre più psicofarmaci. Fluoxetina, Sertralina, Fluvoxamina, Paroxetina, Citalopram. Inibivano il riassorbimento della serotonina nel mio organismo. Felicità in pillole. Litio. Ansiolitici: Alprazolam, sempre più gocce, Tavor, Valium, Ansiolin, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans. Ci si potrebbe fare un rap, il rap delle benzodiazepine, l’hiphop degli antidepressivi triciclici. Sempre più pesante la maschera, sempre più lontano il mio io. A forza di recitare ci si dimentica dell’attore, si assimila per facilità.

Non ti dimenticare le pillole, o tutti gli sforzi fin qui fatti si sbricioleranno.

Poco dopo mi ricoverarono in ospedale. Una prigione, più la pulizia, più l’odore di disinfettante, più le pillole, più le visite, meno gli stimoli esterni. Una vita bianco evanescente di alienazione, un locale dove gli uomini giudicano altri uomini. Dove i pazienti credono di curare i medici e viceversa. Il loro insuccesso sfugge dalle mie e dalle vostre memorie.

Ora voi mi spiegherete, come un paziente possa “guarire”, tornare “normale”, se circondato da persone straordinarie. Il mio vicino di stanza, secondo il manuale, era affetto da una mania compulsiva messianica, come quella di Gesù Cristo e Giovanna D’Arco per intenderci. Un altro soffriva di aspettativa messianica, uno cercava di convincere l’altro che in realtà trovava equilibrio nell’attesa, non era la risoluzione che cercava. La mia diagnosi dopo già anni di cure era diventata:

Al primo colloquio si ha l’impressione di una persona ansiosa, con eloquio fluente, ben organizzato e ricco di dettagli. Ha una buona preparazione culturale, ben orientata nel tempo e nello spazio. Buon livello di comprensione, atteggiamento collaborante. Buon esame di realtà.
Pochi mesi fa è stato sottoposto alla Wais con risultati nella norma, mmpi II (alta la scala della paranoia). La diagnosi che ha ricevuto dal cps è disturbo borderline; dopo un attento esame seguito ad un ricovero in psichiatria, per un tentato suicidio, riceve la diagnosi di disturbo schizofrenico”

Intendiamoci. Questo è stato solo e solamente un mio errore. Suicidio a parte, non dovevo assolutamente dire la verità. Provate voi a stare in analisi per 10 anni, 2 sedute settimanali, a parlare solo di voi, di vostra madre, riempiendo di significati quell’unione che non aveva nulla di anormale per voi. E’ come fare tabelle del sudoku, sniffando etere, per 6 anni consecutivi. L’unica differenza è che invece di cercare interconnessioni misteriose tra i tasti del telecomando, tra le pagine della stessa rivista di enigmistica, sentirete la voce di vostra madre mentre geme. La vedrete traslucida di notte che vi chiede scusa per avervi sedotto. A voi servono quelle scuse. Il vostro ego ha bisogno di cicatrizzante spray a veloce assorbimento. Ma di questo vi accorgereste solo dopo la lettura del manuale diagnostico.

Non ti dimenticare le pillole, piccolo, le hai lasciate prendere solo a me per troppo tempo, abbiamo bisogno di tornare insieme, non far cadere tutto.

Sarebbe bastato nascondere, prendere quella maschera del non sé e gestirla per le ore settimanale di analisi. Una possibile dissociazione, forse un po’ complessa da gestire. Ma chi non ha mai mentito? Finché tieni stretta al petto la verità, la menzogna rimarrà tale. Quando le palle diventano la nostra realtà che ci definiscono borderline. Ma solo il messia della stanza 14 credeva di proferire verità, e quello della 12 non voleva credergli.

Potrei avere un altro bicchiere di vino? Barbaresco di Gavi. Bene.

Questo è il primo giorno che sono fuori e ho deciso di invitarmi nella mia vecchia casa, miei cari dottori, per annunciare il vostro fallimento. Siamo sette seduti a tavola e come vedete ho preparato per otto.

Perché?

Perché mia Madre è proprio seduta accanto a lei, che a intervalli regolari di dieci minuti, probabilmente regolato da un tempo circadiano segreto, mi ricorda di prendere le pillole, le sue medicine. Mia madre aveva riscontrato la stessa patologia, nell’anamnesi qualcosa ci sarà pur scritto. Sono morti perché mia madre alla guida aveva visto suo padre, mio nonno, nonno Checco, sdraiato sull’asfalto. Non ho emozioni? Sembro recitare? Certo tutto questo è un borderliner, ma uno con le palle.

Cari signori prima del dolce vorrei…

Amore le pillole.

Mamma ti prego ora no.

Dovreste vedere le vostre facce. In silenzio da 45 minuti, un poco pallidi, sudati. Domani avrete tutti l’analisi, uomini che giudicano altri uomini, che giudicano uomini, dietro a uomini di uomini. Tutti voi vorreste essere l’anello primo senza feedback, il controllore senza controllo. Il vero pazzo.

Ma in questo mondo di riflessi la verità è la luce distorta dalle onde imperfette degli specchi, ed anche di voi stessi vedete nulla più che l’ombra riflessa alle vostre spalle. Potreste essere così vicini alla verità da poterla toccare, sfiorare, potreste scopare la realtà semplicemente tirandovi giù le mutande, ma non la sapreste mai riconoscere dal riflesso. E come bambini nel labirinto, crediamo di aver trovato la giusta via, l’uscita, ma ogni volta sbattiamo la faccia contro un vetro invisibile, un giudizio diverso, una via forse migliore. E dal centro, dalla torre di aiuta ci siete voi. Piccoli ometti a piedi in su che pensano di vedere il mondo dall’alto, di conoscere l’uscita dal groviglio di pensieri, e additano e frustano chi sbaglia la via. Ma siete lo scherno del gioco, l’uomo appeso.

Ed ora tornate a casa, stasera è Natale. Andate a raccontare del vostro fallimento in famiglia, così potrete assimilare meglio il Disagio. No? Arrivederci dottori, al prossimo ricovero.

Amore le pillole, non c’è nessun medico. Se non prendiamo le pillole poi non riesci a dormire e non riuscirà ad addormentarsi neanche la mamma. Lo Zyprexa e stasera due goccine nell’acqua. I dottori sono andati via? Si? Bene abbracciami allora…

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