Tele Fonia #2


Viaggiando ai 130 sulla corsia di sorpasso per più di 30 minuti ti si annebbiano i pensieri. Cominci a pensare in rima, mescoli canzoni, guardi i colori dell’autostrada e ti chiedi “Ma chi diavolo ha detto che le strade debbano essere grigie?”. Un pozzo di acqua pulita nella melma dei pensieri quotidiani.

I cicli circadiani cambiano, ciclichicamente.

Ritorno alla realtà e rifletti. La psichiatria in questo secolo ha dichiarato il proprio fallimento, abbiamo in vetrina più di un caso standard di insuccesso: Politici ed ansiolitici, attori e Mao-inibitori, attrici e triciclici. I pensieri si stanno annebbiando data la formulazione in rima. Il disastro di una scienza attraverso la mediocrità della cinematografia hollywoodiana, il fallimento della democrazia e della pace perpetua. Risolvere tutto il male accumulato con la lezione di oggi “tecniche di motivazione e movimenti cognitivi”. La psicologia cognitiva è la più in voga oggi, fino al prossimo programma di aggiornamento. Dopo dolce e Gabbana, Ck, Tommy è Ralph, Armani.

Già visto, già fatto.

Arrivo alla sede dell’associazione e mi dicono che non posso frequentare quella lezione. Cioè, posso frequentarla ma non sarà valida per il certificato. Un pezzo di carta in cui attestano che sappiamo fare, sappiamo agire. Quando la realtà è che hai preso appunti per semestri interi e assimilato nozioni che sono volate via. La tragica storia del post-it e del frigorifero. Laurea, diploma, Master in discesa libera. Il tracollo della borghesia e del suo Status nel cesso degli attestati e dei punteggi. La meritocrazia, il violento ricordo di un educazione spartana.

Saluto la segretaria e mi accomodo su una di quelle sedie di pelle e aluminio che cigolano ad ogni movimento. 42kili non sono sufficienti per farla cigolare. Ai muri sono appesi quadri astratti, per tre quarti colori, linee e armonicità soggettivata, nel restante quadrante, in basso a sinistra, un altro quadro, la sua cornicetta e dei paesaggini in stile naif molto graziosi. Quindici quadri tutti uguali, in cornicie laccata azzurra sulle pareti rosa salmone. Rilassante ed orribile. La sedia scricchiola e sento un tuffo al cuore. Sto guarendo. Guardo a lato della pelle sperando un piccolo cedimento. No. Manca una vite.

Incazzata e delusa guardo la segretaria. Signorina scusi dove si può prendere un caffè qui in zona. Dice “Qui in zona da nessuna parte” ride “ma ho la macchinetta qua dietro” indica sorridendo “Come lo prendi?”. Senza zucchero, sa com’è la linea. No. Due zollette e latte: la strada verso l’accettazione di me stessa. La biondina si alza e si gira, facendo roteare il suo caschetto di capelli finissimi in tondo. Ha un culo perfetto e gambe lunghe. Più magre le mie però. Va nell’altra stanza, facendo finta di seguirla, lancio un’occhiata alla scrivania. Il volume delle presenze aperto alla pagina di oggi. Dallo stanzino merende una voce prende confidenza. Dice “Scusa se ti do del tu, ma avremmo la stessa età più o meno” ridacchia e sbuffa “Perchè lo fai? Io ho provato ma è un lavoro veramente tremendo”. Lo faccio per me. Metto una firma alla data di oggi. Devo imparare a gestire lo schifo del mondo, come viatico di assoluzione per me stessa. Almeno così dice il mio analista. Poso la penna. L’aria vibra di una vocina titubante “Anch’io ci sono passata, sai” non sa se è il caso di parlarne ma continua ” Prendevo citalopram. Ma ora sono in fase di disintossicazione. Medicine al posto di altre medicine, al posto di altre medicine. Ad alimentare la lobby” ma ora l’ha superata. “Le fasi depressive sono finite, ora ne sono sucita del tutto”. Esce dalla stanzetta con le due tazzine in mano. Le braccia sono segnate dal polso all’articolazione del gomito. Sottili cicatrici orizzontali. Dal gomito alla tazzina del caffè, seguono il decoro della sua camicietta scolalta a V. Ora fuma 1pacchetto e mezzo di sigarette “e una decina di caffè” ride. Da una lobby all’altra, non siamo più liberi neanche di soffrire.

Continuando la conversazione scopro che al centro lavorano solo ragazze con problemi di isolamento, depressione, disturbi alimentari e sindrome da alienazione genitoriale. Io odiavo mio padre, perchè era un iracondo figlio di puttana. Non l’hanno mai diagnosticata però. Siamo le malate che dopo diagnosi di malati di professione, devono curare altri malati per curarsi. Siamo la mano d’opera a basso costo del ciclo malthusiano moderno.

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