Tele fonia #4

MailboxCosì comincia il mio viaggio. Da una lacrima di odio a bagnare l’apparenza. Una mano sofferente ad appoggiarmi nell’ignoto.

Voi lo chiamate parto. Noi la chiamiamo “spedizione”.

Dal tremito della mano in un mondo di diversi compagni. Cado lentamente nella buca, nell’universo. Tutti uguali stipati in buste di nylon, mille colori di attrazione, le pubblicità si aggirano silenti e senza nulla da dire. Sono patinate e sono come le vedi: vuote e meschine. Hanno doppi fini. Al loro fianco la grande maggioranza delle cartoline. Un’immagine ed un saluto ad affrescare, un ricordo da non far scivolare oltremare. Un’emozione obbligata dalle circostanze. a migliaia urlano la loro banalità. Ed io cerco di vomitare. Mentre la nausea mi assale, divora il mio sussurrare, mani inguantate di pelle aprono la buca. Mi strattonano, mi costringono, mi conducono in spazi ancor più vasti. Con molto più pubblicità, molti più ricordi. La giovinezza della mia esistenza, si assotiglia in pochi sussuri simili ai miei. Accanto a me una busta color avorio. Poche parole di rabbia e rivoluzione. Un bossolo, di una smith & wetson, piccolo calibro. Odora di polvere da sparo, l’indirizzo scritto nervoso, una biro che sbava. Il caldo ed il sudore. Tutti intorno ripetono il proprio messaggio, cercando di urlare più degli altri. Non hanno altro da dire, non sono altro che le parole scritte su un foglio.

Voi la chiamate anima, noi lettera.

Tante buste gonfie, le dita sporche hanno scritto gli indirizzi. Senza i mittenti, piccoli quantitativi di superpolline. Di cocaina. Una pillola di MDMA per posta. Funghi dell’equatore provenienti dal nord. Psiolbicina è quello che sono, non hanno parole per noi. Se non la distorsione del loro vero essere, perchè il contenuto è illegale. Non sarebbero accetati altrimenti, belle buste per non mostrarsi. A nessuno frega un cazzo di quello che sono gli altri, siamo tutti troppo intenti ad urlare ciò che siamo. Fate pure finta, pieno il palco, vuota la platea.

Voi la chiamate ipocrisia, noi “esportazione di stupefacenti”.

Amori, diffide, litigi ed inviti. Piccoli messaggi da ascoltare. Più tardi, più lentamente. Altre mani ci dividono, appena prima di riuscire a cogliere il messaggio ridondante. Quella sottile verità che accomuna tutto l’eco. E così invecchi. Ti separano per zone, per comuni e per destinazione. Ti ritrovi infine in un loculo, la buca delle lettere di un coglione qualsiasi. Nella mia singola fattispecie: un giovane giornalista erotomane, con dei piccoli problemi giudiziari, e troppe bollette da pagare. I video porno hanno un messaggio ben chiaro, ma che non riesco a cogliere. Le pubblicità dopo il viaggio sono gonfiate di umidità, il nylon strappato, le pagine piegate. Continuano a sprigionare colore e banalità.

Noi la chiamiamo usura, voi “l’impossibile resa alla vecchiaia”.

Ed è quando qualcuno comincia ad ascoltarti che comincia la tua fine. Il giovane mi prende e decide di guardare oltre alla busta antica. Ho il tempo di sussurargli dolce che mi deve posare sulla scrivania giusta. Povero piccolo, gli basta. Mi chiude la bocca e accarezza fuori.

Noi diciamo “inoltrare un messaggio”, voi credo lo chiamiate “petting”.

Il giornalista si accende una canna e si mette a dormire. Continuo a ripetere il copione di domani. Tutto ciò che sono per il gran finale. Come una maniaca ossessiva non penso ad altro. Non sono altro. Siamo tutti paranoici e compulsivi.

Vengo portata in macchina, su per le scale, attraverso i corridoi. Tutti mi guardano, nessuno mia scolta. Mi appoggia sulla scrivania del redattore. Un signore anziano mi guarda, mi guarda dietro. Apre la busta e mi ascolta:

“Mi presento. Sono una ragazza di 24anni, frequento l’università di lettere.” Fino a qui sembra interessato. “Appartengo ad una delle famiglie più ricche della città, ottimi risultati negli studi, piccole soddisfazioni in amore. Ma quello di cui sto parlando è solo spazzatura. Da 3 anni a questa parte mi sono imbattuta in una strada in salita e che non porta da nessuna parte. L’anoressia. Lo psicologo mi ha detto di frequentare. . .” La mano mi chiude la bocca. Profuma di dopobarba. Mi rimette nella busta e mi inserisce in una cartella più ampia. Ciò che sono non rappresenta più interesse per il mondo. Non sono più una moda. Sono solo il vecchio rimasuglio di un problema inaffrontabile, che tutti vorrebbero dimenticare. Chi vorrebbe ricevere una busta piena della merda del mondo?

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