Ice Milk #1

Latte di ghiaccio. E’ il primo dei ricordi che mi ricollegano all’infanzia. Mia madre, castana alta, non aveva voglia di scaldarmi il latte al mattino. Me lo serviva in una tazza di ceramica bianca, tre biscotti e il numero dove rintracciarla. Avevo 4 anni.

Stasera sono arrivato a 27. La tazza di ceramica è un bourbon con ghiaccio. La donna che amo è alta e bionda. Mi ha lasciato perché mi dedicavo troppo al mio lavoro. Il giorno dopo che mi ha urlato in faccia la sua disperazione è andata a vivere con un collega. Una di quelle situazione che descriverei con: “ha reagito bene al proprio dolore”. Io sto di merda, ma mi sono buttato nel lavoro. Forse aveva ragione. Probabilmente quello che voglio è scopare, ma voglio scoparmi lei, nessun’altra. Questo forse è amore.

A questa festa sono tutti vestiti di nero, me compreso, e non credo sia un funerale. Tutti fumano, tutti bevono, nessuno che guarda gli occhi degli altri. Sono seduto sulla terrazza di una villa dell’800 totalmente circondato da vasi bianchi illuminati al neon. Dall’orlo dei vasi sfuggono mille ortensie bianche. Bianco-latte, latte di ghiaccio.

Indosso uno smoking taglio italiano, camicia bianca con colletto alla francese, gemelli d’ambra del Baltico. Fascia e papillon cuciti a mano. Cuciti a mano con la seta rimanente da un vecchio copriletto di famiglia. Credo che sia ancora sul letto degli ospiti al secondo piano.

“Ciao bello! Tanti auguri” mi dice passando una bionda ex compagna del liceo. Capelli raccolti in una coda sottilissima, occhi castani, piccole pigmentazioni nell’iride scure ed un vestito rosa, lungo, attillatissimo. La guardo andarsene dentro, belle scarpe. Bel culo.

Accanto a me G. Un ragazzo italiano con scritto sotto gli occhi “Mi sono fatto 15 mila kilometri per venire alla tua festa e non mi fai trovare né una striscia né una bionda già pronta?”. G ha dei profondi occhi grigi, la sclera arrossata dal secondo pacchetto di sigarette che ha iniziato da quando è qua. E’ al quarto Martini e sembra non accusare. Ha dei bellissimi capelli ricci, castano chiari. Potrebbe pettinarli di più, in fondo è un mio collega. In fondo sa che il mio compleanno sarà fra due mesi e mezzo. Tutti lo sanno, tutti credono che io l’abbia organizzata adesso perché fa più caldo, perché la casa verrà ristrutturate. Lo sanno tutti tranne G, me e C. C è un amico di G, è venuto da Londra ma parla un pessimo inglese. E’ un collega, specializzato nelle strumentazioni e nei lavori manuali sul campo. Ha tratti tipici del sud. Capelli neri rasati, occhi di notte in contrasto con il bordo. Bianco latte. Latte di ghiaccio. C non parla mai, se non per chiedere da bere al bar. E’ al secondo amaretto e orange. Comincio a dubitare dei suoi gusti.

“Chi è il nostro cliente?” Mi chiede G, spegnendo una sigaretta nel fondo del drink. Sto zitto e mi guarda senza distogliere le iridi dalle mie. “Che cazzo ne so! Ho invitato tutta la città. L’80% della gente qui non sa nemmeno che questa sia casa mia. Troviamo il vecchio Wolly tra queste 2300 persone.” C tossisce e guarda G senza espressione. “Hey! Rallenta. Questo cliente vale 3 milioni a testa.” Questa festa mi è costata 90 mila dollari. “E tu non sai nemmeno chi sia?” Lo so benissimo ma voglio farlo impazzire. Mi alzo e vado dal cameriere. “Un mohito con poca menta” sibilo.

G sta urlando qualcosa alle mie spalle. Quando smette mi giro e lo vedo parlare con Monica. La mia assistente, l’assistente che G si è già scopato 4 anni fa. C finisce il drink e mi si avvicina “Vado a letto, lavoro meglio da riposato”. “Trovi i moduli nel comodino” dico distratto.

Ritorno alla sedia. La Python cal.357 Magnum che ho acquistato oggi mi sbatte sotto l’ascella. Pesa troppo questa. Faccio un cenno con la testa a Monica mentre G rientra.

G troverà 1grammo di coca sopra i moduli. Tutti abbiamo tecniche per rilassarci.

L’impossibilità di gestire il nostro tempo, la contraffazione della percezione stessa ci carica di stress. Il nostro modo di vivere è un ciclo Fordiano di cartellini circadiani. Dobbiamo timbrare a noi stessi ogni 6 ore per i pasti. Ogni 17 per il sonno, 2 ore per la nicotina, 36 per la feniletilaminapeptide. Nietzsche diceva che nessun uomo può dirsi libero se non controlla almeno due terzi della propria giornata. Io vedo tanti schiavi dagli occhi a specchio, dai capelli appena lavati. Cercano di fuggire bevendo, facendosi di coca, scopando e dimenticando il tempo. Stanno per morire tutti, il tempo che li separa dalla morte scorrerà troppo veloce per tutti, ma nessuno se ne accorge. E più cercano di prendere una pausa più gli anni scivoleranno via loro. Tutti hanno una smith and wesson invisibile puntata alla tempia. Un proiettile in canna che li farà spegnere. C’è chi è troppo debole è preme il grilletto da solo. C’è chi aspetta in un limbo di nulla. C’è ancora chi crede che godersi la vita voglia dire qualcosa. Altri hanno un mirino telescopico 6x tra le scapole e non possono accorgersene. Mi accendo la prima sigaretta della serata e il mio penultimo cliente cade a 30 metri da me. Colpito da un tiratore scelto posto a 463 metri a sud. Il proiettile ha impiegato 0,6sec a percorrere tutto il tragitto. La festa è finita, dico di chiamare un’ambulanza e la polizia. Prima la polizia s’intende.

Casa mia è a 9minuti dalla prima volante disponibile e a 14 dalla stazione delle ambulanze. Abbastanza da far morire il cliente e di far nascere 700mila dollari nel mio conto cifrato a Berna. Abbastanza per fare sparire un collega da quattro soldi a cui avevo subappaltato la collaborazione. Un medico sta provando a fermare l’emorragia con i miei tovaglioli ricamati. Quello che è successo non è piacevole per nessuno. Il corpo è disteso a faccia in giù, il colletto della camicia (botton down, troppo casual per una serata) è completamente macchiato di sangue. Il proiettile è entrato, ha perforato il polmone destro, ed è uscito a circa due terzi della velocità per andare a perdersi nella boscaglia. Non basterebbe tutta la biancheria della casa a salvargli la vita. Faccio accompagnare il gruppo degli invitati in giardino con la scusa di non disturbare il morto. Tutti tranne G e C che si stanno rilassando per domani. La polizia potrà prendere tutti i nomi più in fretta ed io andare a dormire prima. Rimane il personale, due medici disperati ed io. Paura, ansia e paura.

Finisco il Mohito e comincio la recita.

Passo in camera, poso l’arma e mi metto un po’ di collirio per inumidire gli occhi. Sento le sirene avvicinarsi. Mi sento come un paracadutista appena dopo il lancio, col presentimento che nessuna delle cordicelle funzionerà. Suicida paranoico. Apro il cancello principale e lascio entrare quelle che dal rumore delle ruote sulla mia ghiaia di fiume, sembrano essere due volanti. Aspetto cinque minuti prima di entrare in scena. I poliziotti devono aver già accertato la morte della vittima, cominciato a interrogare gli invitati ed essersi calmati. Sette minuti per due volanti, non uno di meno.

Apro la porta d’ingresso, il sipario è su.

Mi si avvicina quello che deve essere un capitano di zona. “Lei è il padrone di casa?” chiede serio. “Si in persona”. Non rispondere mai a domande che non ti sono state poste da un poliziotto, non giustificare la tua assenza, non guardarlo fisso negli occhi ma non rifuggirli. Esaminalo: 38 anni, capelli scuri e secchi. Alto, tratti dell’Europa dell’est. Dal tono di voce direi che si è svegliato da non più di 30minuti. Le corde vocali di un fumatore sono meno elastiche, necessitano di più tempo per “scaldarsi”, quindi fumatore. Occhi castani chiaro, un rara formazione melaninica nell’iride. Un neo dell’occhio. “Era presente al momento dell’omicidio?” Mi accendo una sigaretta e offro direttamente dal porta sigarette. Accetta e sorride. “Si ero sul terrazzo cercando di capire se gli invitati si stessero divertendo. Stavo bevendo un mohito veramente ottimo” faccio lo stupido “ed ero distratto da un paio di gambe niente male che…” comincio a cercare tra la folla quelle gambe fantasma. “E ha visto accadere tutto da li?” mi incalza innervosito. “Si, cioè, no. Ho sentito un urlo, mi sono girato e dall’assembramento di gente ho capito che era successo qualcosa”. Prende appunti e mi ringrazia.

Per sapere trattare con una persona basta capire a che sesso appartiene. Assaporiamo la vita come i nostri orgasmi. Quest’uomo vuole tutto subito velocemente, poi si perde. In grandissimi successi o in piccole delusioni, dimenticate velocemente. L’erezione si cerca di tenerla su il più a lungo possibile, perché sappiamo che tutto volerà via in fretta. Il poliziotto continua la sua mini-inchiesta. Ma ha sbagliato buco.

Mi accendo la seconda sigaretta. Portoghese d’importazione, corta e saporita. “Fumar mata” nero su bianco. Sarei una delle mie vittime preferite. Senza speranze, senza obiettivi, senza emozioni. Un eterno vuoto che colmo dando uno scopo di cartone a quello che faccio. Uccidere cadaveri di nascosto. Monica dovrebbe aver finito con G, G dovrebbe aver finito la coca. C avrà lucidato le Beretta, pulito le Glock G34 da 33colpi, fatto 60 flessioni.

Io ho finito. Vado in camera, dico allo staff di fare uscire gli ospiti una volta finito. Dalla finestra guardo la polizia fare domande nel vuoto, domani saranno molti di più. Noi dovremmo partire, lascerò un numero irraggiungibile, un hotel fasullo. Finalmente questa notte potrò dormire. Questa notte mi addormenterò pensando che forse qualcosa di meglio ci possa essere. Quel segreto che si annida dietro gli occhi di chi sta morendo. Occhi che sono più vivi di chi guarda il cielo, dal basso in alto.

 

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