Ice Milk #3

C.

Non so mai come comportarmi con G. Quel ragazzino spigliato e socievole mi mette in soggezione. Sono il suo opposto, ma sento che vorrei essere come lui. Essere diversi forse potrebbe significare essere più felici, ma probabilmente è solo questione delle circostanze in cui viviamo. Sarei voluto nascere in Italia, un ricco Italiano toscano. Buon vino, buon cibo, belle donne, buona musica e la possibilità di andare da un take away e sputare nel piatto. Ma a G non deve dare soddisfazione la possibilità di sputare in un piatto. Nessuno di noi si accontenta del meglio, della perfezione. Abbiamo un bisogno istintivo allo scontro, alla lotta, alla ricerca del meglio per essere il meglio. Autoperfezionamento incondizionato della specie. Le armi da fuoco sono il mezzo che hanno permesso all’uomo di selezionarsi, di accumulare montagne di risorse in breve tempo per poter fare i balzi più importanti più alti. La prima volta che spari ad un uomo che ha cercato di spararti per primo, si prova un’immensità di vuoto dentro, infinite possibilità ti colmano il cervello, adrenalinizzato dalla vista del sangue. Questo accade perché le “pistole” scorporano l’oggetto dell’omicidio, sicario e vittima non entrano mai in contatto, solo le tre sicure del grilletto, ed il cane interno che innesca la carica. Mia madre mi raccontava di aver provato una sensazione simile dopo il primo abbraccio del suo primo figlio. Vuoto e possibilità, accrescimenti nelle infinite potenzialità. Il premio che la vita ci da per aver contribuito.

Il problema arriva quando poi parli con qualcuno, ti confidi, ti confessi. E la morale colma i buchi, una morale assurda, nata dal dubbio e dalla paura degli uomini nei confronti degli altri uomini. Ed il senso di colpa ti brucia dentro, come polvere nera, lascia residui.

L’unico modo di togliere l’emozione dal sangue e oggettivare: plasma, piastrine, ecchimosi, emorragie, ferro, emoglobina, globuli bianchi, batteri, setticemia , pus… Non sono un medico, quindi apro la valigetta, esamino gli strumenti. Pulisco la canna dai residui, lucido i proiettili e l’innesto nei caricatori. Smonto la glock, e appoggio i pezzi sul tavolo. I rumori della festa sono assopiti. Li lucido, li lubrifico e li riassemblo. Queste pistole automatiche hanno troppi pezzi mobili, troppa manutenzione. Incastro il carrello e un uomo fuori muore. Sento un urlo di una donna. Mi avvicino alla finestra rimanendo nell’ombra. Un colpo all’addome di un proiettile di grosso calibro. Tanto sangue in poco tempo. Sento dei passi fuori dalla porta, tacchi sul legno. Monica deve aver finito con G, I soddisfatto di entrambi i lavori, ed io questa sera dormirò poco, come sempre. E’ difficile togliersi dalla testa il rumore, la percezione al tatto, di un coltello che spezza una costola, perfora un polmone e va a conficcarsi nel cuore. Che per ancora due battiti, pulsa. E’ difficile togliersi dalla testa la lama, se per quel lavoro hai portato a casa 5000euro, con cui ti sei pagato la macchina di seconda mano.

Mi sdraio e guardo il soffitto, affrescato di angeli che tengono sospeso un velo sopra le nuvole. Una luce squarcia il cielo. Ma nella penombra, non si vede nient’altro.

 

Monica

Passando fuori dalla porta di C non sento nessun rumore. Starà già dormendo, ma da come mi ha guardata tutta la sera, sono sicura che voglia portarmi a letto e forse a me non dispiacerebbe affatto. Sotto quei capelli rasati, gli occhi dell’uomo vissuto, del marine, secondo me c’è una grandissima insicurezza, un grandissimo bisogno di affetto. Purtroppo lui crederà che sia innamorata di I., che invece mi fa andare a letto con G per tenerlo a bada. Rendo i passi più pesanti in modo che possa sentirmi, che possa pensare a me.

Entro in camera ed accendo la luce, tutto è lievemente annebbiato dai drink. Ho le mani che puzzano di sigaretta ed i capelli sudati sul collo. Mi slaccio quindi il vestito, lancio le scarpe vicino alla porta, mi lego i capelli e corro in bagno a sciacquarmi. Lo specchio dice che in fondo, anche sporca e stanca, rimango una gran bella ragazza. A volte ho paura che il riflesso mi prenda in giro, che mi faccia vedere cose che in realtà non sono. Mostri di me solo ciò che voglio o non voglio vedere, mentre gli altri possono andare oltre, e scoprire come sono. Ho paura di vedermi ancora una volta “inadatta”, dopo “il piccolo problemino delle adolescenti”, come lo chiamava mio fratello. Per questo ho deciso di valutare me stessa dal successo che ottengo, dal modo in cui gli altri si rapportano a me, perché quel dannato specchio può tornare a mentire da un giorno all’altro.

Denti, viso, braccia-collo-petto. Mi strucco, poi crema viso, crema mani e deodorante.

Spengo la luce ed uccido il riflesso, mi sdraio nel letto matrimoniale. Mi giro guardando la parte vuota, e mi chiedo perché I non abbia mai dormito con me. Mi chiedo quando un uomo, dopo averci sudato una volta, voglia rimanere a scaldarsi sotto le mie coperte.

Tiro su le lenzuola e mi ricopro di malinconia. Mi chiedo perché non si abbia voglia di conoscersi, di scavare gli uni dentro gli altri. Mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ho cercato di capire una persona prima di giudicare ciò che fa.

Ma forse nessuno è veramente in grado di conoscere nessuno. Ci rapportiamo gli uni con gli altri cercando di primeggiare. E basta.

 

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