Ice Milk #5

I.

Esco dalla porta con i nervi tesi, gli occhi spalancati. Una consapevolezza sottile del mondo. Mi sento l’albatro che ride del mondo. Ma sento anche la mia Ducati correre verso l’entrata del garage a 8mila giri. G. Rientro di corsa e vedo C riempirsi la tazza del caffè. Lo saluto con un cenno e scendo verso il parco macchine. Incrocio Monica sulle scale, ordinata e bella che cerca di dirmi qualcosa. “Non ho più tempo” le dico serio scendendo gli scalini. Arrivo di fianco al fuori strada e trovo G riverso sulla moto e con i capelli fradici di sudore. Una ragazza sconosciuta smonta e mette il cavalletto laterale. Si toglie il mio casco lasciando piovere una decina di migliaia di capelli rossi, lisci verso un sedere piccolo, stretto in jeans aderenti. Senza neanche guardarmi in faccia “Stanno arrivando due volanti della polizia verso casa tua, con quello che è successo ieri sera non credo che tu possa permetterti altre stronzate no?” Dice con una voce calda.

Le sparo in testa un proiettile della M9, cercando di prenderla alla nuca per non fare troppo casino. Spina dorsale e trachea. Nessun rantolo, nessuna sofferenza. La vera dolce morte. Cade sulle ginocchia e poi di schiena, mostrandomi un viso regolare, occhi verdi e immensi. Il barlume bianco in fondo all’anima mi riempie di angoscia ancora una volta. Ha le orrende ciglia delle ragazze rosse, ciglia biancastre, traslucide, malate. Così difficile costruire l’esistenza, così facile distruggere quella di un altro. Viviamo in una prigione di paglia senza possibilità di fuga. Basta il soffio di un altro per liberarci. La brezza oceanica della morte. G. si sveglia e allunga un braccio verso la ragazza. “Cristo santo G, ma proprio stanotte?” Mi guarda e sorride semplice. Si mette a sedere sulla moto con gli occhi chiusi, si stropiccia i capelli e si alza in piedi. “Hai appena ucciso Maria di Nazareth” dice ridacchiando fra se. Apre gli occhi, rossi di alcol e sonno. Gli passo il collirio e lo spedisco a farsi una doccia. Dovevo prevederlo, ma in fondo si è rilassato lo stesso. Siamo pronti.

C.

I rientra di corsa. Alza la testa e gli sorrido. Queste situazioni sono sempre ingestibili, ma siamo pronti a tutto. Sappiamo che le motivazioni di G sono quelle più legate alla fragilità, all’intimismo. Ma stiamo tutti strisciando.

Finisco di bere il mio caffè, con tanto zucchero e tanta panna. Entra Monica che sembra essere appena sbocciata. Emana freschezza, una fitta di malinconia mi coglie. Ma fa tutto parte di questo gioco, in cui siamo solo pedine. Sto per chiederle della telefonata, ma mi si avvicina e mi bacia sulla guancia sorridendomi. “Buongiorno C.” mi guarda fisso negli occhi. “Buongiorno a te” ha le labbra lucide e morbide. Sento uno sparo provenire dal piano di sotto e scatto in piedi rovesciando la tazza. Monica mi chiama urlando. “Cosa c’è?” “Credi veramente che si siano sparati? Oggi?” , Mi guarda come fosse mia madre, ma è nervosa, vorrei chiederle cosa c’è che non va, ma so che non ha più importanza. Ad un tratto vedo G trascinarsi come un cadavere su per le scale. Mi guarda con gli occhi di un ubriaco. Cerca di parlarmi ma non ci riesce. Deglutisce, si sdraia sul mancorrente e si spinge su ridendo. Ha gli occhi di un ubriaco davvero, spero che non sia lui a sparare oggi.

Saluto Monica con un gesto, che non vede. Ha lo sguardo perso nella tazza di latte che si è appena versata, è proprio una gran bella ragazza.

Scendo le scale e corro in garage. I sta pulendo con la canna dell’acqua il pavimento. Una ragazza e una chiazza di sangue di due metri di diametro significano solo che questa poveretta ha sbagliato ragazzo con cui provarci. Forse. I mi guarda con una faccia divertita, ma quel divertimento trascinato da una pazienza agli sgoccioli. “Chi era?” chiedo piatto. I alza le spalle “Una ragazzetta che l’idiota ha conosciuto in un locale. Carina no?” Guardo il cadavere ed annuisco un po’ schifato. “Adesso no, ovviamente! Ma prima lo era, fidati C. Comunque era un personaggio inutile in questa storia. Di troppo” I mi sembra euforico oggi. Insacchiamo il corpo e lo mettiamo nell’intercapedine dietro la moto. Ci sediamo in macchina ed aspettiamo G.

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