Sopravissuti #1

Vedete il bene nei suoi occhi?

Sono il confine devastato di me stessa. Penso che la mia vita si il continuo cadere sul limite che divide l’eccesso dalla fine, e per ora mi sono sempre rialzata. Vivo sull’orlo da quando sono stata assunta da questa società, non proprio riconosciuta, che collabora nel campo umanitario tra Sierra Leone, Ruanda e Burundi. Ufficialmente siamo l’ultima spiaggia che rimane ai bambini soldato per non venir confinati in un carcere militare. Tutti i negretti che hanno combattuto, che vengono catturati dai governi o rimangono senza “gang”, vengono rieducati.

Il lavaggio del cervello, del cervello lavato, di un bambino negro e sporco. Aggiungendo anelli alla catena si ha solo la parvenza di essere più liberi, ma ci si abitua a tutto. La priorità viene data in ordine di importanza. Prima ai pochissimi centri di riabilitazione governative. Assistenti sociali obbligate dalla comunità internazionale a cancellare la dipendenza da eroina. Di solito tramite Xanax e Valium. Contro parasonnie e crisi di panico. Non funziona. I bambini vorrebbero solo morire, se solo potessero volere. Questi cadaveri nero pallido vengono presi e portati via. Calzoncini, pastiglie e gocce. Vengono presi dalle missioni cattoliche, poi. Salesiani. Brava gente che insegna un lavoro alternativo al “faccio saltare teste agli altri bambini”. Guardano la televisione, recitano il rosario e imparano a lavorare.

Di un’alienazione ne fanno tre, accettate del sistema.

Come maniaci compulsivi girano con queste collanine a sgranare “Ave alla Madonna”. Prima sgranavo proiettili calibro 5,56mm. Guardano cartoni occidentali sognando e illudendosi. Lavorano come macchine per sfuggire dalle emozioni. Insomma, per farla semplice, sono i figli della classe operaia europea, cambiando eroina con alcol, l’equazione è un’identità.

Ma esiste una categoria di bambini che sfugge a chiunque. Sono quei corpicini per cui le idee dei rivoluzionari, degli eserciti di liberazione, trovano facile entrata. Propensione alla violenza, alla dipendenza, alla spensieratezza del atto omicida. Ma questi grandissimi figli di puttana, sono anche figli di Dio e noi dobbiamo trovare il buono che c’è in loro.

Ciò che siamo è l’unica cosa di cui siamo responsabili anche se non abbiamo scelto. E’ un’idiozia, ma come fare a condannare qualcuno privo di libertà, affogato in un modo governato da evoluzione culturale statica e caoticità quantistica. E non mi riferisco solo ai bambini abbronzati.

Per cui ora mi trovo in questa situazione, completamente condotta da me. Burattinaia.

Fase 1 – Due bambini di 11 che non hanno superato la selezione cattolica. Uno stanza di 20 metri quadrati in cui abbiamo rinchiuso i due per 3 giorni. Pranzi perfettamente calibrati per la sufficienza calorica. Una sola scodella.”

Questo era il progetto, sono intervenuta al secondo giorno altrimenti si sarebbero ammazzati per quelle 3600cal da dividere. Questi bambini ora si odiano davvero. Sono due sfere di ego chilometriche in una monolocale puzzolente.

Fase 2 – I bambini legati con lo scotch a due sedie. Fragili. Due Beretta 92FS in mano, le pistole più affidabili della storia. Le armi sono legate ai polsi con il nastro e ancorate ad un tavolo che sta tra i due bambini. Il treppiede che fissa le pistole serve innanzitutto a non permettere che si possa sbagliare mira. Inoltre collega meccanicamente i due grilletti. Quando uno scatta, beh scatta anche l’altro.”

Consiglio ai bambini di parlare. La collaborazione e l’amore reciproco degli uomini oggi si chiama diritto. Ma è nato dal fatto che siamo tutti dei bastardi ma ci “si può trovare” in situazioni in cui non si è più certi di essere il più forte.

Nella sala cala un silenzio innaturale. I due bambini si guardano negli occhi con le mani tremanti e lacrime di sudore a rigare le guance. Devono solo dire entrambi “giuro non sparerò” e per me potrà incominciare la fase 3, di psicoterapia.

Mi accendo una sigaretta e chiudo gli occhi. Sento il mio cuore pulsare, il suono del fumo che esce dalla bocca. Il nulla intorno. Penso alla carne, a una scopata, all’ultima, lontana, scopata di sei mesi fa. Al vino francese, alle feste in lungo, ai calici di champagne, ai mohito party. Alla saliva, al miele, alle onde del mare che troppe volte si infrangono lunghe, bagnando le radici dei pini sulla spiaggia. Aghi e sabbia. Al mio primo pompino con vergogna e tenerezza, alla prima volta che ho tirato di coca in un bagno. A miei genitori.

Apro gli occhi dopo molte boccate di sigaretta. La stanza è satura di fumo, come una leggera nebbiolina d’indifferenza separa me e i due cani randagi.

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