Sopravvisuti #2

La tensione è tangibile. Sembra quasi che il fumo stia tremando con loro.

Pupille piccole, piccole dita. Abbastanza forti da premere un grilletto. In questa stanza stiamo giocando con l’anima degli uomini, tra coercizione ed egoismo, supremazia del sé contro il compromesso.

Apro una scommessa mentale. 3 a 1 paga la sopravvivenza delle due scimmie in astinenza da ansiolitici. Non paga il caso di omicidio suicidio. Chiudo gli occhi e attendo.

Abbiamo già tutte le risposte, solo non sappiamo che cassetti aprire. Ed è quando ci poniamo delle domande che le risposte prendono forma. Qualsiasi ragionamento produciamo è soltanto il razionale tentativo di trovare collegamento tra le due. Evitiamo nevrosi rimettendo in ordine la cameretta del cervello. E’ l’esatto tentativo di rimettere in ordine casa quando siamo confusi, emotivamente fragili, solo che interno.

Tre. Due. Uno. E tutto finisce.

Uno dei due non ha resistito a fare esplodere la testa dell’altro. Li avevo avvisati del giochino a specchio? Ho già la risposta, ma la cambio per non avere rimorsi. Si può mentire a se stessi, l’inconscio ne è la prova certa ed indiscutibile.

La stanza è l’esatta copia di una partita a poker no limit finita male. Senza le carte. Gli assassini suicidi sono seduti esattamente come prima, lo scotch tiene insieme i pezzi del cranio. Da questa sedia non vedo in che modo sono ridotti i visi, celati dal fumo e dal sangue.

Posso però immaginare dai ricordi di balistica forense in facoltà. Le spalle di maiale anestetizzate si trasformavano istantaneamente in prosciutto.

Le mani sono ancora strette intorno alle pistole, anche se legate. Mi avvicino lentamente e calpesto gli schizzi rossi con le suole di gomma. Scricchiolano. Il sangue rappreso è molto più appiccicoso di quanto si possa immaginare. Con questo caldo.

Le dita dei due bimbi sono strette intorno al grilletto. I loro cervelli hanno comunicato subliminalmente. Sapevano entrambi che avrebbero sparato. Erano uguali, avevano paura di morire. Paura di se stessi.

Ci erano arrivati alla fine. Avevano capito il messaggio, si erano accorti di quanto fossero sbagliati dentro e di quanto fosse sbagliato il mondo fuori. Induzione.

Il processo di apprendimento è perfetto se privo di emozioni, questa volta non lo era.

Due cadaveri facili da trasportare e un monolocale da ripulire dopo questo “cocaparty” a base di armi da fuoco. Tutto quello che mi resta è questo mezzo successo. Apro la porta e vado a prender due sacchi della spazzatura nell’armadietto in fondo al corridoio sulla destra. Passo trafelata di fronte al mio collega che è segretamente innamorato di me. Mi segue con lo sguardo e capisce. Non capisce un cazzo, ma pensa che stia soffrendo per la loro morte. Soffro in realtà per il mio insuccesso, l’insuccesso del mondo.

Apro la porta del ripostiglio e “Tutto… tutto bene?” sospiro e abbasso lo sguardo per cercare i sacchi, il secchio e lo straccio “No” pausa “Abbiamo fallito di nuovo”. Tossisce e risponde con la voce il più possibile seducente “Hai bisogno di una mano, Momo” Odio quel soprannome.

“No grazie, cucciolo, voglio stare un po’ da sola” non voglio vederlo più del dovuto.

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