Supravvisuti #3

Ripercorro il corridoio passando davanti all’ homoartistacinico nichilista, innamorato di me, il più velocemente possibile. Guardo in basso fingendo di essere sconvolta.

Nella stanza il fumo si sta depositando, l’aria è davvero pesante. Il sangue odora di ruggine bagnata in questi casi. Ormai si sta coagulando ovunque e mi ci vuole il doppio del tempo per scrostare i due bambini dalle sedie, dal pavimento. Pulendo mi viene in mente mio zio, nell’intento folle di iniziarmi a fumare la pipa. Diceva “Le vere pipe sono quelle di legno, la radica conferisce al fumo un gusto…”. Questa gente come le pipe di terracotta “sono buone solamente perché se cadono non devi faticare a raccoglierle”.

Mi chiedo a volte come una laurea in medicina legale mi abbia fatto finire fino a qua. Sono le scelte che prendo, forse, a farmi cadere oltre il limite della mia stessa curva.

Un giorno mi trovo con un cadavere sul lettino, il cuore in mano da pesare, lo stomaco aperto alla ricerca di lesioni. Un taglio a Y da ricucire. Oggi mi trovo con dei rifiuti della globalizzazione dentro un sacco della spazzatura. 35Kili appena da scaricare in un inceneritore per gli scarti di lavorazione tessile a 120km da qua.

Finisco il lavoro e trovo il mio collega appoggiato allo stipite della porta “Mi hai guardato per tutto questo tempo?” sbuffo acida esagerando la fatica per il lavoro.

Annuisce guardandomi come se fossi un angelo che raccoglie gli uomini per il giudizio finale. Forse è quello che sono, ma mal retribuito. Continua a guardarmi scuotendo una bottiglietta d’acqua senza etichetta. Beve buttando indietro il capo, assapora con le labbra ricomincia a guardarmi, sta per parlare. Mi giro raccogliendo un sacco “Beh, potresti darmi un mano e raccogliere l’altro sei li da…” mi sorpassa e si mette il sacco sulle spalle.

“Sai cosa” dice nello sforzo “Il tuo problema è che sei troppo intelligente. Non sarebbe un problema in realtà se non ne fossi consapevole” annuisce “Ma sei cosi fottutamente certa delle impressioni che hai, che alla fine smetti di osservare, smetti di porti domande, rimanendo la bambina che eri dopo la laurea in medicina. Fiera, soddisfatta e perfettamente priva di esperienza.” Non lo ascolto neanche “Vai pure avanti, mi piacciono le critiche”. Coglione. “Va bene” sospira “Probabilmente pensi che io ci stia provando con te, che sia solo un idiota. Che non mi accorga del fatto che a tu, di questi ragazzini, non ti accorgi neanche.” Mi ammutolisco un attimo e risollevo il cadaverino sbudellato sulla spalla. Scivolava. “Continua, poi però tocca a me” sorrido finta. Ma sembra non accorgersene. Apre la porta degli uffici che da sul cortile, tenendomela aperta con un fianco. Avvicinandosi al furgone “Quando ti chiedo come ti senti, non voglio mettere in dubbio la tua assoluta indifferenza di fronte alla morte” è sarcastico “ma so che quando qualcuno sbaglia, tu soffri. Non perché sia un tuo fallimento, ma perché questi” sbatte nel cassone il sacco alzando una nuvola di polvere “non siamo altro che tu ed io, se fossimo cresciuti nelle loro stesse condizioni.” Pelle nera e capelli ricci a parte “Si, hai colpito il bersaglio” dico sussurrando facendomi aiutare per sollevare il morto. “Ma quello che non sopporto di te” lo guardo asciugandomi il sudore dalla fronte. E’ innamoratissimo di me. “è nel tuo atteggiamento da romantico. Tu pensi davvero che sia un fallimento, che sia possibile salvare il mondo partendo dagli atomi. Ma cazzo!” mi scaldo “i passaggio sono troppo complessi per risalire, per dedurre…” mi guarda come se fossi trasparente. “per…” mi abbraccia e mi preme la testa contro il suo petto. “Andiamo a mangiare qualcosa insieme”, Lo guardo. Questo personaggio dei suoi non era ancora uscito. Magari è la scopata nascosta dietro gli abiti da monaco. “Dai, va bene!” dico un po’ civetta, nascondendo ancora la rabbia che lentamente si disperde. Sulla linea asintotica di me stessa.

Saliamo in macchina. Faccio finta di dimenticarmi dei due compagni silenziosi alle nostre spalle. Sembra che lo faccia anche lui. Sta parlando da mezz’ora di se stesso, di cosa scrive, di cosa pensa del mondo. Ma io ho fame, lui è un artistoide che se avesse del talento, non si troverebbe qui con me in mezzo al nulla e ai bambini morti. Arriviamo a casa sua, una villetta a 30metri dalla mia. Il quartiere dei bianchi è sorvegliato da solfati del governo. Le nostre case doppiamente. Non si è mai al sicuro da gente che pensa “Morte è uccidere, è cattivo”. Maggiore è il numero di parole conosciuto, maggiori sono i cubetti per costruire un castello di idee, maggiore è la complessità del ragionamento. E’ questa la vera differenza tra l’uomo e la natura. La cultura, la consapevolezza della propria esistenza strutturata sul linguaggio. Le case sono vecchie villette inglesi ristrutturate agli inizi degli anni 80. “Entra, Momo” Dice aprendomi la porta e…

 

Sulla linea asintotica cado. Cazzo.

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4 risposte a “Supravvisuti #3

  1. Azzeccata la scelta della canzone per la lettura di questo pezzo, rende molto l’idea di rassegnazione mista a cinismo che mi trasmette 🙂
    Bello, molto 🙂

  2. Grazie Aza! Ci metto anche una vita a cercare i pezzi giusti! Anche quello prima degli afterhours trovo sia uno dei pochi accostamenti giusti qui nel blog!

  3. Beh, io di accostamenti giusti ne vedo molti, a partire dalle foto e dai pezzi 😉
    E’ che io adoro questo pezzo dei placebo 😉
    Cmq concordo con te, anche quello degli afterhours è molto azzecato 🙂

  4. apre porte
    scardina pensieri.

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