Sopravvissuti #4

L’ ultima immagine che è rimasta impressa sulla pellicola del mio conscio è la diapositiva di un drink e dei suoi occhi che mi fissano. La critica frattura dell’età adulta si trova nel non dare più valore agli insegnamenti della generazione precedente. E’ così che si cambia. E’ così che si sbaglia. Non accettare passaggi dagli sconosciuti.

Ma come cazzo posso riconoscere un insegnamento da un dogma se non lo spiegano.

Sono seduta completamente legata con uno spesso nastro adesivo alla sedia. Davanti a me uno specchio. Dietro al mio riflesso scorgo una camera da letto a basso costo. Legno di faggio, lenzuola sottili di cotone bianco. Un armadio da camerata.

Ben svegliata Momo” il bastardo deve essere alla mia sinistra, nell’angolo cieco della mia visuale di pietra. Carica una pistola. “Ora chiudi gli occhi e immagina, ti dovrebbe riuscire facile data la dose di psilobicina che hai assunto ieri. Diciamo che stai camminando sulla soglia dello psiconautismo.” Mi gira la testa e ho una paura fottuta. Ma la paura è come se fosse rallentata dietro di me. Solo l’ombra della paura a rallentatore dietro la fuga infinita di me. Sono più veloce, più forte, più indifferente. “Immagina che il riflesso di fronte a te si animi, si stacchi dal legame di luce che lo vincola a te. Immagina che alzi un braccio libero, un braccio che tu non hai. Lo stai vedendo Momo?” Non riesco a parlare, le sue immagine sono colorate e lentamente prendono forma di suono nel loro significato. La mia immagine riflessa che mi punta una pistola alla fronte. Non ho paura. La paura è un’ombra alle mie spalle. “Lo senti il freddo della canna sulla fronte?” Ora lo sento. Non so sto pensando o sussurrando fuori. Non riesco a capire cosa sia reale, se qualcosa di reale rimane ancora. Una musica alle mie spalle.

Momo, sparerai? O tu o lei, sei il tuo riflesso spara, vi infrangerete entrambe in una pioggia di diamanti rossi. Schegge di sangue. Ma chi è il riflesso tra le due piccola mia?” Ora non sento più il nastro sulla fronte, sulle gambe. Solo non riesco a muovermi, come intrappolata tra il vetro e la lamina di alluminio dello specchio.

Sono la linea asintotica di me stessa, riflessa in un viaggio lisergico.

Ti ho chiesto, sparerai? Perché non dovresti sparare questa volta? Lo hai capito bambina?”

In questo mondo non siamo sicuri di essere la matrice, la gonade eterna, o soltanto lo sporco riflesso di qualcuno che ci sta sopra. Non abbiamo la certezza di poter esistere da soli, e forse gli altri spettri che ci camminano intorno, sono la fonte di luce che ci rende ologrammi tangibili.

La vita va avanti non per rinuncia ad un egoismo, continuiamo a fluttuare perché se non ci fossero altri occhi, non sapremmo veramente chi stia camminando. Noi o la nostra coscienza?

Creiamo il mondo e creiamo parte di noi stessi. Siamo degli dei parziali, che hanno bisogno di altri dei per accorgersi di aver partorito un altro universo, il cui centro è la percezione stessa di noi stessi.

 

Sento scattare una sicura.

 

Mi slega prima le gambe, poi i polsi “finalmente hai capito” devo aver parlato questa volta. “Finalmente piangerai anche tu ad ogni morte, perché ogni essere cosciente che cade, muore una frazione di te” comincio a piangere. “Mi dispiace per averti drogata, per averti legata. Ma era l’unico modo…” lo abbraccio, ho bisogno di sentirmi attraverso le sue mani. La medium rovesciata due volte. La medium in acido. Mi abbraccia e mi bacia sul collo. Solo ora mi accorgo di essere sempre stata nuda. “Bel modo di portare e letto una ragazza” sussurro mordendogli il lobo destro.

Mi mette le mani calde sulla schiena, lo sento eccitarsi tra le mie gambe.

Il sangue comincia a pulsare più veloce in noi, ossigeno, respiri più veloci, più frequenti. Si gonfia, si irrigidisce, mi bacia. Mi perdo tra gli stupefacenti e la pressione troppo alta. Sento le sue dita bagnate dentro di me. Sono calde, si muovono frenetiche, precipitose. Troppo veloce, troppo aggressivo. Volevo sentirmi, sento solo lui.

Mi sbava sul collo mentre toglie le dita ed entra lui. E’ troppo, estirpa fino in fondo, gemo dal bruciore “Ti piace?” chiede guardando nel vuoto di se stesso. Guardando la piccola frazione di Ego che crede, per ricordo, di aver creato. Annuisco con la testa. Aspetto che finisca, sapendo che durerà poco se stringo. Centoottantacinque secondi non sono proprio un record. Si sdraia “Ti amo tesoro”. Respiro e annuisco come soddisfatta. Gli accarezzo la fronte e aspetto si addormenti.

 

La stanza sembra ancora più spoglia di prima. Ogni angolo è asettico fine a se stesso, senza uno scopo. Forse sto proiettando. Prendo la pistola che aveva appoggiato sul comodino. Lo guardo. Sparo. Una. Due volte in testa. Non ha il tempo di accorgersi di nulla. Il sangue ricopre il cuscino e imbratta le lenzuola ovunque. Il muro e un quadro astratto di un’emozione indefinita.

Ora la stanza ha un senso, un momento che ne colora le pareti. Ognuno vede un colore diverso.

 

E sulla linea asintotica, ho ucciso la parte che più detestavo di me stessa. Ho ucciso la dea.

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4 risposte a “Sopravvissuti #4

  1. Sorrisi

    Chissà perchè proprio quel giorno, proprio a lei. Chissà perchè proprio quella stanza, quello specchio rotto che giaceva in fronte al suo esile corpo. Era una ragazza carina, infondo. O perlomeno così la definivano gli altri. Già, gli altri. . . A volte si soffermava a pensare sul concetto di “altri”. Chi erano gli altri? “Io sono un’altra me stessa? Infondo ci sono decine di me stesse che convivono nel mio corpo. Infondo ogni persona che conosco conserva una “me stessa” dentro alla propria memoria. Io che non sono la stessa nemmeno per me medesima posso essere forse la stessa per gli altri? Decisamente no.”
    Domande, inutili domande che non avrebbero mai trovato una risposta. Eppure lei cercava eccome le sue risposte. E in quel momento, in fronte al solito specchio rotto, osservava il suo corpo violato soltanto dalle discontinuità delle rotture della superficie riflettente. “Chi sono io?” “Cosa sono io?”. . .
    Lei era se stessa. Era la medesima che si guardava, era il riflesso deformato che la osservava a sua volta. Era anche nell’aria. Così le piaceva pensare.
    A volte, nella vita, era riuscita a dimenticare tutto ciò. Aveva provato a vivere come una banale e noiosa impiegata. Un marito banale e noioso in giacca e cravatta, dei figli strillanti banali e noiosi, una piccola casetta con un prato verde brillante che avrebbe destato l’invidia di tutto il vicinato. Ah, il profumo dell’erba. Quanto lo amava. Da piccola passava una notevole quantità di tempo ad osservare le nuvole, distesa in un prato. Le ore passavano e neanche se ne accorgeva, talmente era intenta nell’osservare la muta danza informe delle bianche onde di schiuma del cielo.
    Ricordi. . . Decise di abbandonarli e di tornare a fissare il suo corpo. Davvero gli altri ne erano attratti? Lei non si piaceva poi così tanto. Si trovava banale. Si, forse il viso aveva dei bei lineamenti. Si spostò di tre quarti e sorrise. Aveva un bel profilo e un sorriso limpido, questa fu la sua conclusione. Poteva anche piacersi. Ma quel sorriso non la convinceva. Era falso.
    Eppure lei lo sapeva. Era perfettamente conscia di donare sorrisi falsi ogni giorno. Di fare sempre quella faccia da schiaffi quando qualcuno le diceva qualcosa che a lei proprio non interessava. Sorrideva, e tutto andava bene. Sorrideva e il mondo la accettava, per quello che era. O meglio, per quello che non era. Lei non era proprio quello che gli atri volevano che fosse. E questo controsenso era alla base della sua vita. Sorridi, e tutto andrà bene. Sorridi, e il mondo avrà un’ottima considerazione di te. Ecco dove stava il problema. La considerazione altrui. Nessuno la conosceva. Nessuno poteva capirla. Eppure il giudizio di chi non la conosceva era il fattore fondamentale della sue esistenza. Ed era tutto meravigliosamente falso. Come il suo sorriso.
    Si sedette su una sedia in ferro battuto che le comportò immediatamente un brivido per il contatto con la pelle. Sensazioni. Era ancora in grado di provarle. Eppure ultimamente il mondo che viveva esclusivamente dentro di lei aveva iniziato inesorabilmente a mischiarsi con quello esteriore. Le emozioni e i giudizi si mischiavano e si strozzavano vicendevolmente. Addirittura i suoi stati d’animo non seguivano più un filo lo logico. Passava dalla felicità più estrema, alla tristezza assoluta nell’arco di dieci minuti. Senza motivo.Diventava nervosa con chi la trattava dolcemente. Il segno di un cambiamento? Non che gliene importasse più di tanto. Che cosa erano i sentimenti altrui nel suo piccolo mondo di egoismo e solitudine? Un piccolo eco in differita. Lei semplicemente li usava per attingervi un giudizio quanto più positivo poi li buttava via. Aveva sempre fatto così e così avrebbe continuato a fare.
    Si alzò di scatto, buttò lontano la sedia che con gran fracasso finì contro il comodino ammaccandolo. Strinse forte il pugno, e con tutta la forza che aveva in corpo lo scaglio contro la specchiera. Fece un breve urlo, per il dolore intenso, poi tutto tacque. Rimase così, immobile, per alcuni minuti. E pianse. Pianse perchè nessuno l’aveva mai capita, perchè nessuno aveva voluto mai superare quel guscio che con tanta cura si era costruita intorno. A nessuno interessava veramente. Nessuno. E i pochi che avevano provato a guardarla davvero negli occhi erano scappati. E lei li odiava tutti, dal primo all’ultimo. Ma più di tutti odiava se stessa. Piangeva e si odiava perchè non era mai stata in grado di mostrarsi davvero, di condividere. Non aveva mai dato la possibilità di farsi conoscere neanche a se stessa. Sorrideva a tutti, ma non si era mai regalata un sorriso. E si sentì terribilmente sola.
    Quando aprì gli occhi e la vista annebbiata dalle lacrime cadde sul pavimento, notò che era tutto pieno di sangue. Il polso le faceva male e vide
    che aveva una profondissima ferita che sanguinava copiosamente. Si accorse solo ora del rumore costante delle gocce che dalla punta del suo gomito cadevano sul pavimento. Smise di piangere improvvisamente e si guardò negli ultimi pezzi di specchio che erano rimasti nella loro sede. Sarebbe dovuta correre all’ospedale. Ma non si sarebbe mossa. Voleva che fossero gli altri a soccorrerla, a ripeterle che lei era importante, era bella, aveva un bel sorriso. Sarebbero stati gli altri ad asciugarle le lacrime e il sangue e a porgerle una mano calda. Sarebbero stati gli altri a portarla all’ospedale, ad assisterla durante le medicazioni e a riempirla di fiori e regali quando sarebbe guarita.Infondo era solo stato un brutto incidente. Lentamente si lasciò scivolare per terra, e si accoccolò tenendosi la mano stretta sul cuore. E rimase lì immobile, e sorrise. Sarebbero arrivati presto.
    Quando il medico legale attestò il suicidio come causa della morte della giovane donna, il piccolo paese dove viveva rimase sotto shock per alcuni giorni. Nessuno si capacitava di come una donna così bella, con un lavoro così ben retribuito, con una bella famiglia, aveva potuto compiere un gesto simile. Alcuni però pensarono, ma si riguardarono bene dal dirlo, che forse si era accorta che la gente era stufa dei suoi sorrisi falsi.

  2. Grazie davvero! Sono molto simili, ma il concetto che voglio passare è un pochino diverso. Non è pirandelliano, è l’idea di coscienza collettiva, l’idea che il senso di comunità non solo porta l’uomo a raggiungere progetti più lontani, ma crea in ogni indivivuo una maggiore consapevolezza del se e del mondo. Una cosapevolezza che forse va oltre il semplice riconoscimento, che dorse ci rende veramente creatori di noi stessi e del mondo, A scaglie.

    Il link è quello di Galetto, blog che come sai frequento, ma probabilmente è sbagliato il link. Cmq un giro lo daccio lo stesso 😀

  3. Cito un’antica parola africana che esprime appieno cio’ che hai scritto: Ubuntu. Una possibile traduzione è: Io sono quello che sono perchè noi siamo quello che siamo”

    Si è vero, le sfumature sono un pochino diverse ma la sostanza generatrice forse è la stessa. Disillusione? Sofferenza? E questa sfrontata estasi generata dal potere che scorre nelle vene con l’atto del creare non fa altro che renderci ancora piu’ dipendenti da cioè che noi stessi generiamo. Arte. Esplosione di sentimenti. Sia essa rozza oppure raffinata all’eccesso, il suo significato ultimo è essenzialmente uno: l’autocelebrazione. Infondo “creare” puo’ essere definito come l’arte di autocelebrare il proprio se stesso invisibile.. Quell’uno nessuno centomila che solo noi possiamo vedere, e forse a volte, temere..
    Ed è proprio questo quello che forse ci differenzia: tu, la coscienza collettiva, io, la solitudine.

    Ah, ancora una cosa. Io sono Federico Galetto 😉 (e avevo sbagliato il link in effetti 😐 ..)

  4. Devo farti allora i miei più sentiti complimenti perchè sei un’artista veramente compelto. Pittura, scultura, ceramica, scrittura. Poi se non erro abbiamo più o meno la stessa etè, e siamo piemontesi entrambi:D Davvero bravo continua a creare!

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