Adim Er

Adim Er

Heroin

Heroin

Sono caduto da talmente in alto, così velocemente che ora non vedo più neanche l’inizio del fondo. Sto affogando lentamente. Un fango denso. Puzza. Sono in una solitudine stagnante. Sono il silenzio dei sensi di me stesso.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Sono stato bello, sono stato ricco. Sono stato la totale mancanza di forza e volontà di mia madre. Il vizio. Sono stato la vetrinetta dei soldi di mio padre. L’espositore.

Tra troppe alternative, non ho mai avuto scelta. Sempre e soltanto un’opzione. L’eterna rincorsa del meglio, dell’apparire, del facile sull’intenso. Del tutto e subito ad ogni costo. Non mi hanno lasciato ombra di alternativa.

Ma forse mi sto solo giustificando, forse quella mattina sarei dovuto rimanere. Guardarle dritto negli occhi e lasciarmi uccidere.

Forse.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Ho conosciuto molte donne. Tutte innamorate di qualcosa che non sono mai riuscito a vedere. Invisibile ai miei occhi perché ho sempre cercato di scappare da me stesso, dall’immagine statiche e presente di un demone che non mi ha mai rappresentato.

Ma forse ho sempre cercato di evitare gli occhi che guardano troppo, troppo a fondo, quegli occhi che spogliano l’anima.

E poi, un giorno, conobbi lei. Ed il mio demone tramava alle spalle di noi.

Era l’inizio inoltrato e soffuso degli anni ’80. Un giovedì tiepido di tarda primavera.

Io un ignorante, lei studiava pedagogia.

Io fumavo troppo, bevevo troppo, urlavo e ridevo troppo. Lei il giusto.

Lei l’istinto materno del salvare e curare ad ogni costo, io il malato terminale.

Uscivamo poco, scopavamo tanto, parlavamo poco, ci indagavamo con gli occhi, con la punta delle dita. Lingue, capelli, cosce, unghie. Soprattutto capelli e unghie.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Lei rimase speranza per me, molto più a lungo. Come se fosse immune al mio contagio, resistente più di ogni altra realtà.

Eravamo giovani, molto, troppo giovani.

Lei rimase incinta e nonostante la libertà che si viveva, che aveva accarezzato i capelli lunghi di quegli anni, fui costretto a tenere il bambino.

Ed i suoi occhi cominciarono ad aprirmi come lame di rasoio. Tiravano fuori, poco alla volta, ogni aspetto di me, le milioni di facce a specchio che mi rappresentavano.

Più scavava, più il demone delineava i suoi fottuti lineamenti, più io mi allontanavo. In una fuga prima lenta, piena d’ansia e angoscia poi. Nausea.

La mia bambina nacque con facilità, l’innocenza bionda e ali d’angelo. Con il mio naso e gli occhi eterei della madre.

Il mio primo vero amore.

Due occhi vuoti che aspettavano solo di essere riempiti. Incapaci di giudicare, la mia ombra invisibile ai suoi occhi.

Ma tutto ciò che tocco diventa ombra.

Trovai lavori grazie alle conoscenze di mio padre. Responsabile, venditore, rappresentante, scrivanie e seggiole ultracomfort. Li persi tutti in molto meno del tempo che mi occoreva per parlarne a casa.

L’angelo cresceva in fretta, gli occhi si riempivano come pozzi e piogge torrenziali. Diventavano più espressivi, più affilati ad ogni giorno passato.

Avevo paura che il mio demone potesse riflettersi in quegli iridi di cristallo. Frantumarli, lasciando tessuto cicatriziale e lacrime. Sarebbe successo e mi avrebbe distrutto.

Mia moglie era sempre più insofferente alla vista dei miei insuccessi, dei miei fallimenti, dell’assoluta catastrofe di me stesso. Facevo in modo di passare sempre meno tempo in casa.

Compagnia di colleghi, di bar, di locali. Persone che erano le macchine in cui salivano. Occhi che parlavano a palpebre socchiuse, solo dopo pile infinite di drink. Occhi che non hanno la forza di giudicare, che mi facevano sentire al mio posto. Pupille tanto opache da sembrare spugne e catrame.

Una sera, uno di questi, uno dei tanti che prima di avere dimenticato la vita erano stati dimenticati da chiunque, mi prese da parte.

Si spogliò dai veli con cui si celava da anni, liberò i suoi occhi rivelando un demone. Un demone come il mio, come me, ma che si era nutrito della propria vittima. Fuso completamente con il corpo.

L’uomo mi disse di guardare il cielo. Di pensare alla solitudine e alla piccolezza. Il residuo di fondo dell’universo.

Guardai in alto, con la consapevolezza che non avrei trovato nulla. E così fu. Vidi poche luci su un fondo nero.

“Non vedi un cazzo,vero? Non vedrai mai nulla finchè non scaverai dentro. Finchè non capirai cosa di te è in comune con il cielo, sarai cieco. E l’unico modo che conosco è distruggersi per poi ricostruirsi. Pezzo a pezzo.”

Lo guardai affascinato, con il fascino di chi non sa nulla ed aspetta una rivelazione. L’ammirazione degli idioti.

Non esiste un punto da cui rialzarsi. Esiste solo un confine, valicato il quale anche l’anima può morire. Lo so ora che non ho la forza di chiedere aiuto, quando forse è troppo tardi.

“Maltrattati, perchè nulla di ciò che sei ti rappresenta veramente. Tutto quello che di vero c’è in te è una flebile tensione a rompere gli argini della moralità umana.”

Non ho mai capito cosa intendesse dire, forse ricordo male le parole, ma guardandomi con occhi che si lasciano guardare senza paura, mi convinse. Mi vendette la mia prima dose.

La prima dose. La prima volta. Il primo bacio. La prima morte di un amico. Il primo passo verso l’inferno. La prima dose.

E tutto ciò che da quel momento avrei toccato, sarebbe diventato eroina.

Barcollavo tra la gente senza poter guardare. Un mondo trasparente intorno me che correva ad una velocità inaccessibile. Alti e bassi. Esigenze e soddisfazioni dei bisogni. Infiniti bassi e monotoni alti. Sempre meno a casa, sempre più lontano dagli occhi che amavo, sempre più lontano dal calore buono. Portavo via il demone da loro, un demone che si stava nutrendo vorace di me.

La mia bambina cresceva, capelli biondissimi, gambe lunghe e una stretta forte nelle piccole mani bianchissime. I perchè di quei sorrisi malinconici si conficcavano all’altezza dello stomaco. Non sapevo rispondere, avevo sempre e solo bisogno di una dose. Di un’altra dose.

Con mia moglie non parlavo più, lei sapeva ma non aveva più forze per tirarmi in salvo. Forse semplicemente non voleva perchè sapeva perfettamente che non sarebbe servito. Mi serviva uno schianto. Ci sarebbe stato, e avrebbe fatto male a tutti.

Scopavamo poco, solo in quei rari momenti di pace. Non eravamo più alla ricerca dell’unione, eravamo lei ed io, staccati, separati. Due egoismi simbionti che si uccidono in cambio di piaceri veloci.

Egoismo. io.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Andammo a letto per l’ultima volta, io scappai la mattina dopo. Ancora sudato, ancora macchiato. In crisi d’astinenza, nulla di ciò che avevo mi sarebbe importato poi. E’ l’esigenza che muove i fili di tutti, la differenza è che l’eroina strappa. Ti trascina a terra fottendosene degli ostacoli.

Guardai l’angelo dormire, gli occhi grandi chiusi, protetti, da palpebre troppo sottili.

Li avrebbe aperti, avrebbe visto, mi avrebbe braccato e raggiunto. Ucciso da dentro in caduta libera.

La mia ombra al suolo.

Passarono anni senza suoni. Ovattati. Silenziose muti. Senza luci, all’oscurità di portici perenni. Soffitti affrescati sempre troppo alti dal marmo su cui mi sdraiavo. Un corpo come troppo pesante da poter essere alzato. Incollati, inchiodati come manichini e occhi dipinti, bocche chiuse senza parole.

Se il denaro da un valore oggettivo ad ogni realtà, staticizzando le esigenze soggettive in listini prezzi fossilizzati, l’eroina priva tutto di ogni valore. Una sostituzione globale in termini di dosi.

60euro al grammo. 10 euro a dose se ben tagliata. Una borsetta 10 dosi, Un motorino rubato 50 dosi. 4 drink o una dose? Una cena, una siringa.

Le vene che esplodono provando a salvarti e tu a cercarne altre, fottendo il tuo corpo, fottendo te stesso. Polsi viola e poi le dita e i piedi, si dice che ci si possa fare anche direttamente nel cuore. Non sono leggende. Alla costante ricerca di siringhe pulite, l’aids. Le spade. L’eroina bianca e l’eroina nera. Ci si potrà fidare a fumarla e a sniffarla? Arriva direttamente dal Vietnam. Persone che conosci da un istante ma che ti sembra di amare da una vita solo perchè siete nella stessa merda. Facce che scompaiono quando il fuoco ti esplode dentro. Solo e appagato. Solo e vuoto.

Tutto ciò che avevo intorno era solo ombra.

Con i soldi che raramente mi passava mio padre affittavo una casa. Non era nè rifugio nè calore buono. Era soltanto la scenografia del mio incubo.

Un giorno una chiamata mi rivelò che mia moglie era di nuovo incinta. Gravida di me. Contai i mesi, i giorni, tornando indietro in un tempo senza punti di riferimento. Decine di volte, ma i conti erano perfetti. Era gravida di me.

Nacque poche settimane dopo e decisi di andare all’ospedale. Un altro angelo che avrebbe dischiuso i miei occhi e il naso della madre.

Cominciò il processo di separazione e poi il divorzio. Lasciai quasi tutto a lei, non meritavo nulla, non mi sono mai guadagnato un cazzo. Se non la rabbia e la pietà di chi ha cercato di aiutarmi, ed è stato deluso.

Andavo a trovare le bimbe raramente, alle feste per un poco, poi solamente quando dormivano.

Sempre meno, sempre più lontano, solo e sempre lei. La mantide che uccide il proprio amante. Eroina. H.

Si lega a te e si sostituisce a ciò che c’è sempre stato. Attraverso gli aghi e il sangue.

E poi l’amplesso. Un orgasmo incandescente che brucia il cuore e poi esplode. Dal cervello alle mani. Sei solo tu, autosufficiente. In volo libero senza paracadute. Gli atterraggi sempre più dolorosi. Una ragazza con cui mi ero bucato per qualche mese mi disse che l’Ero era la figlia che non avrebbe mai avuto. Mi sembra di allattare me stessa. Diceva prima di bucarsi. Dopo mezz’ora dalla dose infilava una mano sotto la maglietta. Si tirava i capezzoli fino farli sanguinare.

Non esiste il fondo.

Mia moglie per lo stress non è mai riuscita ad allattare i suoi angeli.

Tutto ciò che tocco diventa ombra.

Passarono molti anni. Anni uguali a se stessi. Mesi passati a comprare dosi da rivendere per comprare altre dosi. Cocaina per ero. Fumo per ero.

Anni in cui vidi crescere gli angeli veloci, in diapositive di incontri istantanei. Per strada, in un caffè, in un tentativo di riavvicinamento mai riuscito. Mi chiamavano papà solo perchè così avevano detto loro.

Per la piccola ero come un estraneo e così mi andava bene. C’era un altro uomo a farle da padre. Migliore di me, per lo meno padre. Ma per la prima non era così.

Ero mancanza, ero privazione. L’abbraccio caldo che sparisce, la voce profonda alla sera. Lo ero stato, e non lo sono più.

Appena adolescente seppe della droga per via delle ultime fasi del divorzio. Le crisi di pianto della madre. La allontanò da me per il suo bene. Io mi allontanai per lo stesso motivo. O forse soltanto per paura dei suoi occhi ormai adulti,molto, troppo adulti.

Ora sono la sua rabbia, la sua compassione, il suo perdono indifferente. Sono la cicatrice nella sua storia morbida. Cercai di sparire, ma più di tanto non potevo allontanarmi dai miei territori. Dai miei amici, dai supporti, dalle zone che conosceva. Ero dipendente dalle circostanze. E le città sono sempre troppo piccole.

Tutto ciò che ho toccato è diventato ombra.

Arrivò il periodo in cui cominciarono a mancarmi le forze. Non avevo più soldi, più lavori. I miei clienti erano scappati. Inaffidabile e merce scadente. Gli amici per la droga non sono un cazzo. Nelle simbiosi se smetti di dare smetti anche di ricevere.

Solo e in astinenza. Nausea, vomito, insonnia e l’intestino che si era dimenticato chi fosse. Per giorni interminabili.

Era una mattina gelida di Marzo. Un cappotto logoro, dei pantaloni macchiati. Un golf nero firmato Polo con un buco di sigaretta sulla manica e delle scarpe di pelle cucite a mano da 400euro. Una siringa nella tasca del cappotto riempita con del ketchup per due centimetri.

Il sangue è la miglior minaccia psicologica per annunciare l’aids. L’aids è la miglior minaccia fisica per farsi consegnare il contenuto della cassa di un venditore.

Aspettai il momento prima della chiusura per pranzo. Nessun cliente. Entrai veloce. Prima ancora che riuscisse a salutare gli sventolai l’ago incorstato di salsa sotto il collo. Arretrò di qualche passo con un grido strozzato. Mi svuotò l’incasso della mattina, 290 euro, in un sacchetto di carta. Uscii tranquillo e tornai a casa. Inconsapevole che la telecamera a circuito chiuso avesse ripreso tutto. E che due giorni dopo la polizia giudiziara fosse sotto casa mia con un mandato di arresto.

Cercavo di risalire.

Come chiedere perdono a Dio ammazzando il confessore” mi disse il giudice un anno più tardi. Ed aveva ragione. Cazzo se aveva ragione.

I migliori avvocati della città a difendere un tossico, ladro, che non chiamava i propri figli da due anni. Bella merda.

Pochi mesi dentro. Le lacrime di mia moglie. 5 anni agli arresti domiciliari. Ridotti poi a tre. Più i centri di recupero e l’assistenza sociale. Le lacrime di mia figlia quando il giudice la chiamò.

Poco più che adolescente. Con gli occhi di una donna. Le rimproverò di non volermi vedere. Di non voler vedere suo padre. Lei conosceva il mio demone, lei sapeva quanto male avrei potuto farle. Il giudice no.

A 18 anni non si è pronti per essere minacciati da un’autorità. Non si è pronti a salvare una sorella di 12 dall’inferno dell’assistenza sociale. Ma lei ci riuscì.

Dovevamo vederci almeno una volta al mese.

Io fuori dall’eroina. Vuoto come un verme. Avevo passato gli ultimi 6 anni ai margini del sistema. Vedevo arrivare la mia unica speranza di futuro attraverso una porta di legno e vetri opachi. Ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime induriti dal cuore che vomitava rabbia da tenere dentro. E quando traboccava , erano i morsi del demone.

Che ci divorava da dentro.

Non avevo la forza di parlare, non avevo nulla da raccontarle. Correvo via da lei. E scappo ancora.

In auguri dimenticati e regali mai consegnati. Alcuni persi nei danni celebrali, altri nascosti volontariamente.

Non voglio più toccare nulla.

La vita poi mi diede un altra possibilità. Un’altra storia, un altro figlio. Un altro amore e mille altre paure. Con un demone indebolito, con una sotria in più da raccontare alla sera all’unica salvezza che mi rimane. Un frammento di futuro.

Ma la nausea a volte ritorrna con la puzza del passato. Mi sento affogare a tratti, come sospeso. Un autista che ha messo sotto un ragazzino disattento. Paralizzato a guardare il mondo.

Vorrei che il mio angelo riaprisse quella porta, ma allo stesso tempo mi ucciderebbe.

Non ho più possibilità di fallire. E nessuno mi ha mai insegnato ad abbracciare una figlia.

E’ un venerdì di agosto inoltrato. Il postino mi ha portato una busta. E’ una lettera di mia figlia. Dice che non ha nessuna intenzione di vedermi ma di leggere il racconto che c’è nella busta.

Lo leggo ed è ispirato alla nostra storia nera.

Mi lascia un po’ di amaro in bocca e lo accartoccio sulla scrivania.

A differenza del protagonista non ho avuto la stessa fortuna. La fortuna di saper riflettere, guardando negli occhi il dolore.

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2 risposte a “Adim Er

  1. A volte mi piacerebbe pensare che la genetica non sia importante, ma poi rivedo il suo demone nei miei gesti. La sua debolezza nelle mie incertezze, il suo egoismo. Non credo si possa scappare piu di tanto…
    Grazie, ancora, perche questo racconto è davvero una meraviglia.

  2. beh anche se è senza dedica, grazie a te 😉

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