Deglutire #1

Ho sempre avuto la presunzione di essere completamente indipendente dai miei impulsi sessuali. Almeno questo è quello che mi ha portato a credere l’astinenza coatta. sono più forte, meno schiavo, più indipendente. Indipendente perchè riesco a soddisfare tutto “da me”. Due masturbazioni medie al giorno. Non credo assolutamente che sia una vera dipendenza. No. E’ un qualcosa che posso fare sempre, non fa male anzi, diminuisce il rischio di cancro alla prostata. Come la melatonina. L’ho letto su wiki. Mento? No. Certo, mi piacerebbe avere una donna, ma non voglia che sia necessario. Esistono così tante realtà migliori. Il disegno, i fumetti, i film, i computers, le amicizie. Il sesso monotonizza le persone. Ho ragione? Si che ho ragione, pienamente.
Non che io sia un brutto ragazzo, sono solo un po’ strano. Gli altri non mi capiscono pienamente. Sono timido. Ma come non esserlo quando il mondo ti martella di giudizi-proiettile mirati al cuore? E’ una forma legittima di prevenzione. Il mio sottile giubbotto antiproiettile di kevlar. Sono timido. In ogni caso, gestisco l’esistenza con molta serenità. Gestisco. Con molta serenità l’esistenza. Pochi amici, genitori non invadenti e presenti.
Non fumo. A volte bevo. Al mattino prendo le vitamine.
Una volta in vacanza i miei amici mi hanno fatto ubriacare fino a stare male. Stare male. Prima stai bene, poi ancora meglio, male e ancora più male. E’ così che funziona l’alcol. Lo so perchè so analizzare, ascoltare quello che le cose hanno da dire. L’ho raccontato anche a mia madre che si era arrabbiata un po’, ma in quel momento aveva da fare e mi ha perdonato, perchè in fondo ci era passata anche lei. Poi aveva preso tre delle sue pastiglie e mi aveva detto di andare. Aveva da lavorare. Io l’ho detto a mia madre che le anfetamine non le fanno bene. Lei mi ha risposto che non sono proprio anfetamine, le servono per stare concentrata e dimagrire un po’ “dopo tutti quei convegni”. E poi le ha prescritte Anna, la sua amica medico. Non possono farle male. Farle male. Prima stai bene, poi male.
Passo molto tempo al computer. Gioco su internet coi miei amici. Vengono da tutte le parti del mondo, ho migliorato molto l’ingelse.  Sono per la maggior parte scandinavi e tedeschi, quindi non ci sono grossi problemi di fuso orario per organizzarci. Gioco dalle 8 di sera fino all’una. Spesso anche al pomeriggio, per prepararmi per la sera. Al mattino vado in università. Ingegneria informatica, terzo anno. Sono ancora vergine. Non riesco a passare analisi, ma  la trovo molto interessante. Vado a lezione, a volte parlo con i mei compagni. Di nuovi netbook, di cellulari. Schede grafiche, ram, componenti. Penso che chi non si interessi di computer faccia parte della mediocrità. Quelli che vanno in discoteca. Che pensano solo a scopare. Solo scopare.
Ascolto molta musica. Adoro i Dream Theatre, gli Iron Maiden, i Black Sabbath. Mi piacciono anche i NoFX. L’ultimo album dei Metallica è un vero e proprio “ritorno alle origini”. Lo ascolto quando mi informo su wiki. Una volta su una compilation porno, credo di facials, ho sentito come colonna sonora “battery”. Mi sono eccitato così tanto da venire quasi subito. Battery.
Penso che la mia vicina di casa sia davvero intelligente. Ed è anche piuttosto carina. Una volta è venuta a casa mia per farsi riparare il portatile. Aveva un paio di jeans attillati, una canottierina rosa. Degli orecchini di corallo rosa. Una collanina con un ciondolo a forma di cuore di oro bianco. Faceva caldo. Non aveva il reggiseno, ma dalla canottiera spuntavano i lacci di un costume azzurro. Le si vedevano i capezzoli. I capezzoli. Aveva i capelli legati una mezza coda. Sottile. Capezzoli. Le ho fatto vedere la mia stanza, conosceva i Megadeath di nome. Però mi ha detto che preferisce l’indierock. Fa schifo, ma meglio di tanto altro. Le ho fatto ascoltare un apio di pezzi orecchiabili e commerciali di Marylin Manson. Coma White. Mi ha sorriso. Le piaceva. Gli orecchini di corallo rosa. Continuava a preferire i Nine Inch Nails, anche la minimal electro non le spiaceva. Mi ha fatto ascoltare un pezzo di un certo Trentemoller. Tremendamente noioso, ma particolare. Non brutto. A volte va in discoteca per ascoltarla con i suoi amici. I suoi amici. Il costume azzurro.  Però è diversa. Anche a lei l’ambiente delle disco non paice, ma tutti i suoi amici vanno ed in fondo è un modo per ubriacarsi. Ha torto? No. Una volta anch’io mi sono ubriacato. Ride. Le ho sistemato lo spinotto di alimentazione dell’hard disk e ho defraggato. Tutto in ordine. Aveva dei sandali aperti. Le unghie laccate di rosa perla. Gli orecchini. I jeans attillati. Lei mi ha sorriso e dato un bacio sulla guancia. Aveva dei bei denti, le labbra fresche. Profumava di buono.
Alla sera dopo aver giocato fino all’una, mi ero masturbato pensando a lei. Nessun porno. Me lo succhiava da inginocchiata. E’ umano no? Si, è umano. La fantasia si concludeva con un facial.
Non ho pensato ad altro, da quel giorno fino a questo esatto istante. Anche ora, sono in camera a masturbarmi. Per allentare le tensioni. Faccio bene? Sì, faccio decisamente bene. Devo assolutamente risolvere la situazione. Sono distratto. La mia masturbazione è diventata una dipendenza, focalizzata solo su quei capezzoli. Quel lucidalabbra trasparente, capezzoli e orecchini, costume canottiera. La immagino come se non si fosse mai cambiata da due mesi a questa parte. Devo bruciare le immagini che mi assillano. Cerco di distrarmi e gioco su internet, con i pantaloni incrostati di sperma. Non gioco bene, uno scandinavo si incazza.  Ascolto i Muse. Gli IAMX, i Palcebo, Pj Harvey. Voglio entrare un po’ nella sua testa. Capire cosa le piaccia. Cominciano a piacere anche a me. Empatia.  Leggo centinaia di pagine su wiki.
Al mattino mi sveglio con erezioni dolorose, mi sforzo ad andare a lezione. Sono distratto e focalizzato solo sul suo profumo. Si parla di warhammer, ma sto pensando ad altro. I miei compagni mi chiedono se ho scopato di recente. Ridono. faccio il vago per far credere loro. Immaginare. Mi piace. Capezzoli e capelli sottili.
Torno a casa e provo a parlarne con mia madre. Sta dando ordini al telefono. E’ nervosa e chiaramente sudata. Ho paura che siano le sue pillole. Attacca e mi guarda impaziente. Le racconto della vicina. Sembra rasserenarsi in volto. Senza dire una parola, alza ancora il ricevitore. Scrive qualcosa su un biglietto giallo adesivo, infila la mano dentro la borsa di Borbonese che tiene sulla scrivania. Tira fuori il portafoglio Chanel e 200 gialli euro. Mi da il biglietto e ricomincia a parlare, tamburella con la mano su un blocco Molenskine. Il biglietto dice “Chiama il mio parrucchiere. Numero. Taglia e lava. Mettiti dei jeans e una camicia pulita. Rasati e invitala fuori a cena, un ristorante carino. Rose bianche e rosa. Lascia parlare lei.” Esco dalla stanza ringraziandola. Urla alla cornetta di fare il possibile per posticipare “quella cazzo di testimonianza“.
Chiamo Riccardo, fisso l’appuntamento per il giorno stesso. Ho i capelli lunghi da metallaro, mossi, legati mollemente. Riccardo è mezzo gay, mi lava i capelli dicendomi che sono sfibrati. Mi aggiunge una lozione ai semi di lino o qualche stronzata del genere, dicendo che sono diradati. Me li taglia corti ma non troppo, dicendo che ricresceranno più forti. Prima bene, poi male, poi di nuovo bene. Sto concentrando le mie energie verso un obbiettivo, mi fa sentire più tranquillo. Male, poi bene. Riccardo finisce il taglio, mi risciacqua i capelli. Sto decisamente meglio di prima. Mi dice che sono 180 euro, ma che segna sul conto di mamma. Ringrazio ed esco. Riccardo credo che mi guardi il culo. Ho un sedere davvero grosso, ma non orribile. I jeans attillati, le unghie laccate. Dovrei andare in palestra.
Torno a casa e mia madre è sdraiata sul divano in ingresso. Respira piano. Gira la testa verso di  me e sorride. Ha degli occhi strani. Sorride ancora e apre la bocca per parlare. Le manca il fiato per la stanchezza. Portandosi una mano alla testa socchiude gli occhi e sussura “Sei davvero splendido, sembri tuo padre 30anni fa. Hai solo qualche kilo di troppo, se vuoi puoi prendere un po’ delle mie pastiglie. In una settimana ti rimetterebbero in forma. Giusto quei due o tre kili. Ti toglono la fame, ti danno un po’ di energie. Ovviamente non devi abbuffarti come un maiale”. Ci penso un attimo. In fondo stacco dopo una settimana, giusto per mettermi in forma. Pronto, prestante e focalizzato verso l’obbiettivo. Mi sembra la cosa giusta da fare. Sì. Prendo una cartina di Adipex retard. Una al mattino e una alla sera, per sette giorni.Comincio domani.
Esco di nuovo e vado a comprare dei fiori.  Sette rose bianche 7 rose rosa e un giglio. Spero che le piacciano.
Il mazzo di fiori è stupendo, mi sento bene. sono fresco e più bello che mai. Torno a casa e mia madre sta battendo sui tasti del computer così forte che la sento dalla porta d’ingresso. Come una mandibola tremante nel freddo. Metto i fiori in un vaso in entrata e salgo le scale in fretta. La camera è in disordine, il computer è accesso. sta suonando da ore una playlist col nuovo album dei Placebo.
Mi svesto e mi guardo allo specchio. La pancia cade molle sui peli pubici. I peli del petto troppo folti, coprono due ammassi tondi. I miei pettorali. La chat trilla, mi cercano per giocare online. Non rispondo e continuo a guardarmi, guardo oltre lo specchio. Squilla il cellulare nei pantaloni buttati nell’angolo. Sarà il capogilda che mi cerca. Non rispondo e volto le spalle allo specchio, mi guardo la schiena. E’ molle sulle scapole, dove dovrebbero esserci i dorsali. Forma su pieghe a metà schiena, sembro un pipistrello obeso. Il sedere è grosso solcato dai segni dei pantaloni troppo stretti. Segni rossi indefiniti. Cicatrici di tortura. Non è ancora il momento. Mi siedo al computer, la pelle nuda e sudata si incolla alla mia poltrona di pelle.
Prendo una pastiglia di Adipex, ne ho 14, una al giorno per due settimane. Due al giorno per una settimana. Fanculo gli effetti collaterali, non sono un drogato. Rispondo in chat e mi collego. Inizio a giocare.
Mia madre mi ha passato altre due cartine di pastiglie. La prima settimana è finita. Ho un po’ di nausea, faccio un pasto al giorno. Sudo tanto, non dormo. Ma mi sento in forma. Non vado spesso in università. Non serve, studio a casa. Studio su wiki. Ogni tanto faccio qualche addominale, ho visto dei video su youtube. Mia madre ordina del cibo alla gastronomia che arriva direttamente a casa. La sento urlare al telefono. La sento dormire profondamente. A volte esce per qualche ora, credo che vada in tribunale ad assistere questo suo cliente importante. A volte giocando mi sembra che i personaggi acquisiscano una profondità strana. Deve essere la risoluzione del nuovo schermo. Sbaglio? No, non sbaglio.
Guardandomi allo specchio mi vedo cambiato, più sottile, più slanciato. Ancora una settimana e credo di essere pronto. Ma perché affrettare le cose.
Ho finito gli altri due blister di Adipex. Ho le vertigini, devo avere un problema di pressione, dice wiki. Non dormo da due giorni ma mi sento in gran forma. I pantaloni mi vanno larghi. Scendo le scale per chiedere dei soldi a mia madre per comprare dei pantaloni ed una camicia nuova. In casa c’è un odore strano. arriva dalla cucina. Sul tavolo ci sono 4 sacchetti della gastronomia. Guardo uno scontrino della settimana prima incastrato sotto un recipiente di alluminio. Lasagne al pesto. Mai mangiate. Polpette di riso e cardi. Mai mangiate. Creme caramel, grissini, ogni cosa è li sul tavolo ad emanare odore di vomito marcio. Sollevo i quattro sacchetti e li getto nell’immondizia fuori dalla porta. Dalla camera da letto la voce di mia madre chiede chi sia entrato. Sono io, sono sempre solo io, sono uscito a buttare i nostri pasti. La voce era strana, mi gira la testa. Ho le vertigini. Tenendomi al muro con una mano mi avvio verso la camera. Mia madre dorme girata sul fianco, ha la pelle grigiastra e respira forte. Le chiedo sussurrando se mi può dare dei soldi perché i vecchi pantaloni sono troppo larghi, le camicie mi ballano sui fianchi come lenzuola ad asciugare. Dirige un braccio in direzione della sua borsa borsa Valentino in coccodrillo rosso. E’ come un vettore grigiastro, ossuto, che le ricade molle sul fianco. Ricomincia a respirare forte. La vertigine si calma un poco, sudo freddo, le pareti sembrano restringersi di fronte a me. Una goccia di sudore mi cade sul braccio destro. Respiro e riprendo con calma il controllo.
Chiudo la porta dietro di me. Con la mascella serrata, male ai denti, e 500 euro in tasca per le spese. L’aria si sta facendo più fresca, i capelli mi si sono allungati e si muovono nell’aria. Mi sembra che siano più leggeri, non ci faccia caso, i semi di lino avevano rinforzato. L’ho letto sul sito di Riccardo. Riccardo è uno dei migliori parrucchieri della città. Mi volto verso casa sua. Sembra che sia uscita, la macchina non c’è, le serrande sono chiuse. Ho dei problemi a mettere a fuoco la strada mentre mi avvio verso il centro a piedi.
Deglutisco forte, la saliva è spessa. Mi sembra che i denti ballino nelle gengive. Mi fanno male, mi fa male la mandibola. Guardo attraverso la vetrina del negozio quasi deserto. Poche persone si muovono lentamente tra i vari settori. Entro velocemente mentre sembra che le pareti mi stiano cadendo addosso. Sembra che gli scaffali si stringano per non farmi passare. Velocizzo il passo per batterli sul tempo. 46, adesso porto una 46, o la porterò fra una settimana. Una 46 stretta come quelle dei Muse. Scorro i jeans con la mano e prendo il primo che mi piace, senza provarlo, tanto sono tutti uguali. Non siamo noi che scegliamo, è la moda. E’ la moda. Giusto? Si, è completamente giusto. E’ la moda che sceglie noi. Mi muovo veloce verso il reparto delle camicie. La voglio stretta, a quadri. Indierock. Sudo, ma la sensazione di vuoto, le pareti chiuse, le vertigini sembra che stiano scemando fuori dalla mia testa.
Urto contro una persona davanti alle camicie. Una ragazza a cui chiedo scusa senza guardarla. Mi chiama per nome, mi chiede se sto bene, che sembro strano. E’ la vicina di casa. Indossa una camicetta nera, le maniche tirate su. Ha i capelli legati con dei ciuffi di capelli che ricadono sugli occhi. Una paio di pantaloni morbidi, chiari. Dice che lui è il suo ragazzo. Indica al suo fianco un ragazzo della mia età, alto, capelli lunghi scuri a coprire il volto. Camicia rossa e pantaloni stretti in fondo. Stesso modello che tengo in mano. All stars ai piedi, mani lunghe e ossute a salutarmi. Mi fanno male i denti. Saluto velocemente e dico che sono tremendamente di fretta, ho un laboratorio di fisica avanzata alle 12. Prendo la prima camicia che vedo e pago. Prendo il resto ed esco, specchiandomi velocemente nella vetrina scura. Vedo un’immagine di me che non riconosco, sfocata, il sudore mi cola denso dalle tempie, sulle guance.
Altre due settimane dormendo tre ore per notte. Un pasto vero ogni due giorni. C’è un odore strano in camera, come di burro rancido. Mi metto a cercarlo nervoso, digrigno i denti ma ho comprato un bite in farmacia in modo da non rovinarli. L’ho scaldato in acqua e morso forte. Funziona. Apro un’ anta dello scaffale di fianco al letto. L’odore mi colpisce in viso come una bastonata all’incrocio degli occhi. Un mazzo di fiori neri, avvizziti, marci, è caduto per metà fuori dal vaso. L’acqua marrone odora fogna, stagna e putrida. Deglutisco forte, per alleviare la nausea. Non ho praticamente saliva, ma il gesto mi da sollievo. Butto il vaso nel bidone pieno dei sacchi della gastronomia. Mia madre dorme in camera, faccio piano per non disturbarla. Torno in camera e mi metto a giocare online. Giocando su internet perfeziono il mio inglese, conosco gente di tutto il Mondo. Una volta volevamo organizzare un raduno poi alcuni non potevano ed è saltato. Ho conosciuto tantissime persone stupende.
Metto in bocca una compressa di Adipex. Deglutisco.

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Una risposta a “Deglutire #1

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