Lettera monocromatica per una generazione futura a scelta #1

Erano giorni strani. Erano giorni che scivolavano uno sull’altro, stratificandosi alle nostre spalle. Era pura spazzatura temporale, senza ombra di vita vera. Ci trascinavamo tra musica e libri, tra serate in locali caldi e sudati. Tanta musica, tanto sudore, poca poesia. Eravamo i soliti, gli stessi che conosco da una vita e che conosci anche tu. Li hai incontrati in tutti i miei racconti, decine di volte a fare eco tra i tuoi sogni strani.
Rotolavamo stanchi e sulla difensiva, attraversando un’epoca di cambiamento, fuori e dentro. Una seconda adolescenza vissuta piano, rasenti ai muri dell’esistenza. Così lontani per paura, la triste paura di non vedere i nostri sogni realizzarsi, il puro terrore di percepire le nostre verità cadere velocemente sotto i colpi delle responsabilità. Era il veloce fagocitare bulimico della società. Era la prima fase della digestione, sotto i denti dei progetti per il futuro, tra la lingua impastata delle nostre speranza di rivoluzione. Una rivoluzione pacata, individuale, la nostra propria rivoluzione. I borghesi antiborghesi e superborghesi che si rendono conto troppo tardi di essere dipendenti da tutto ciò che hanno fatto, pensato e sognato. Erano crisi di astinenza caustica. Vetriolo al 90% colato sulle nostre anime rilucenti.
Eravamo allo scadere di un autunno nebbioso e cupo. Torino era un fuoco fatuo, tra luci evanescenti e musiche al di sopra. Torino era schietta, era puttana. In quel periodo Torino ci dava ciò che aveva in mostra, tutto il resto erano morsi cattivi al nostro cuore distrutto. E poi, quando la città aprì le gambe all’inverno gelido, per noi non ci fu più scampo. Fummo sedotti in eterno. Prendemmo coscienza del fatto che da lì, probabilmente, non ce ne saremmo mai andati davvero. Progettavamo viaggi, trasferimenti, lingue, studi, lavori super pagati e abiti Armani su misura. Ma con in fondo, la lugubre certezza, che quella città ci aveva catturati da dentro. Tutto era, tranne che una città. La scacchiera delle vie numerabili come a Manhattan era distorta da nomi storici di un secolo e mezzo prima. Sussurrandoci all’orecchio che nonostante fossimo esattamente tutti identici, nonostante avessimo le qualità per cambiare la storia, non avremmo ottenuto altro che un segmento temporale in una retta infinita. Tutti incasellati ordinatamente, nella mappatura degli annali, dei catasti. Al di sotto perfino dei numeri newyorckesi. Guardavamo allora in alto verso il cielo grigio. Cercavamo un po’ d’aria fresca, eravamo stanchi delle nostre noiose depressioni intellettuali. Quei palazzi surreali, così spettrali e poco reali ci pugnalavano nell’umido della sera. Non erano un appiglio per nulla, se non per la poesia. La poesia di cui era appena stato dichiarato il decesso. Tutt’intorno persone veloci e immobili, come schieramenti pronti all’assalto, le baionette in pugno in attesa del verde alle sponde opposte dei marciapiedi. E poi via di nuovo uno contro l’altro, spalle, mani, cappotti al vento e odori di strada. Asfalto umido e frizione. Smog e kebab, sushi e sashimi misto al rallenty dietro le vetrine colorate.
Bevevamo tanto, sempre. Mangiavamo poco, sempre. E poi giù nel fiume silenzioso, a muovere il cervello col beat della nuova ondata electro post Daft Punk. Spendendo tutti i soldi che avevamo guadagnato in drink, MD, ingressi e guardaroba, tavoli, bottiglie, privè taxi per tornare a case sempre più vuote.

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Una risposta a “Lettera monocromatica per una generazione futura a scelta #1

  1. mai letta una roba del genere, il tuo miglior pezzo ( a mio modo di vedere) impressionante.

    Lo hai fatto leggere? devi farlo leggere.

    deve essere come un vaccino: obbligatorio.

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