De Structura

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E’ come quando fuori pioveva e tu guardavi il vuoto intorno a noi. Sorridevi piano, un strappo nella pelle porcellana. Sussurravi “Sei bello come sono i fiori appena recisi. Sei forte come se potessi ancora succhiare linfa dalle radici ma libero al tempo stesso. Appassirai, certo. Ma fino a quel momento, resterai l’essere perfetto.”

E’ come quando eravamo soli ed io soffocavo nel tuo sguardo pallido, azzurro e mobili in mogano. Ti prendevo la mano e sussurravo “Sei bella come lo sono le notti senza luna, liquide di nero denso senza ombre. Ti illuminerai, certo. Ma fino a quel momento resterai perfetta, senza contorni.”

Il mondo, accendiamo il porno e rimaniamo inerti a scrutare le anatomie e il linguaggio dell’abuso. Non arriviamo mai al coito, il finale della vita non può essere che banale. Accendiamo una candela e ci perdiamo nella cera calda. Ti riempio l’ombelico di liquido rosso traslucido. Mi guardi con il labbro morso e gli occhi lucidi, le lenzuola di seta e la lieve ustione. Mi infili smalto rosso nel braccio rosso sangue e guardi dentro, scorrere la vita fuori.

Soffi sulla candela, perché la fine non può essere che scontata. E respiri il fumo di intonaci bianco latte e parquet in noce. Listelli larghi. Accendi una sigaretta e me la porgi, con le dita insanguinate sussurri “Fuma, ringraziando la perfezione del tuo corpo per la sopportazione della debolezza che gli riservi. La rigenerazione è il movimento nella staticità. La vita nella morte”.

Aspiro forte ad illuminarti i lineamenti sottili, tende trasparenti come unghie di bambini. Inspiro e leccandoti il dorso della mano, dico “Sono i processi infiammatori ad accelerare la rigenerazione . Strano pensare come la vita, sommata ad altra vita, si rompa in mille pezzi. Un algoritmo imperfetto”.

Mi mordi il collo così forte che gli occhi lacrimano, cristalleria di Boemia. Sento i denti sottili, la pelle si riempie sangue viola, la tua saliva sulla lingua calda. Sciogli i nodi dal mio ventre, passando lenta la mano calda. Ti soffermi sotto l’ombelico e graffi lettere invisibili. Parole che rimangono fuori dal suono. Lentamente seguo, lettera per lettera l’incessante incedere del tuo incidere.

“Perfetto-nel-vuoto-circondato-sei-nulla”. Se capisco bene.

Scendi giù più in basso, stringendo forte sotto il cazzo, togliendomi il respiro e divani Chesterfield in pelle panna. Porti la bocca di fronte ai miei occhi e di alito caldo, stringendo ancora, ordini “Donami parte di te, petali e rugiada, torna uomo perfetto per il mondo. Il tuo mondo sono io, le tue radici e la tua forza. Appassiremo insieme”.

E’ ora come quando ti abituavi al buio ed i contorni si definivano netti riflettendo vento, suono, gin&tonic con il pepe. Ti vedo adesso risvegliato, dai confini netti e rotti, separata dal fondo, come separati i denti prima di azzannare, le mani prima di afferrare. Ed esploro la tua bocca con la punta dita , la tua silhouette, ombra cinese e lampada di corno. Appoggio il palmo sul tuo petto e sorridi, strappo di luce nel pelle di ossidiana.

E’ ora come il primo perdermi con te, che mi incastro nelle imperfezioni della pelle, nelle nostre cicatrici inferte, nelle lacrime che bagnano e le urla che seccano la gola, stivali di velluto nero. Siamo l’imperfezione che del mondo si dimentica, per ricompletarsi senza mai voler vedere il banale e lo scontato del finire.

 

 

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