L’eremita e l’appeso #1

“E poi gli ha ficcato un proiettile in testa! Un proiettile di vetro, capisci? Si sbriciola e non può essere tirato fuori! Morte certa se non si vieni operati in 36 ore!”

“Secondo me rimane un film di Merda B. Mi spieghi come cazzo fai a sparare un proiettile di vetro? Si sbriciolerebbe nella canna!”

“G sei veramente… sai cos’è un Sabot?”

G scuote la testa ficcandosi un pugno di noccioline in bocca,

“E’ un guscio che permette di sparare calibri più piccoli dell’arma. Ma protegge anche il proiettile che c’è dentro. Alla fine della seconda guerra mondiale i Tedeschi, senza più piombo per i proiettili, sparavano proiettili di legno impacchettati in Sabot che si aprivano dopo lo sparo. Costo zero, danno invalidante.”

Finisco il fondo di birra sgasata nel bicchiere. A me piacciono gli UK, ma il fatto che ti facciano pagare le Olive e le patatine. Fanculo.

Ci alziamo dal tavolo e usciamo dal pub. Una pioggia fine come uno sternuto in piena faccia ci accoglie nella penombra della sera.

“Adoro Londra” dice G tirandosi sul il cappuccio della felpa. “E’ come se una puttana Ucraina di 17 anni ti sternutisse in faccia mentre ti è sopra. Si. Mentre ti è sopra in un Hotel a ore della Berlino Est, post crollo muro di Berlino. Lo sternuto degli angeli”. G mi guarda per qualche secondo, tira dritto giu per King’s Street.

La serata è appena incominciata. I nuovi e i vecchi bankers si trascinano tra un pub e l’altro, parlano di speed trading, microtransazioni, di quanto vorrebbero andare in Polinesia, di quanto sia figa quell’universitaria vestita da hipster. commentano il mondo attraverso le lenti della civiltà.

Una civiltà che si masturba guardandosi allo specchio.

G si accende una sigaretta. Cammina a testa china per non bagnarla. Cammina a testa china per far finta di non capire. Per far finta di non farne parte. Di essere diverso dalla merda umida in cui stiamo nuotando. Ma in fondo, in fondo alle nostre speranze di rivoluzione, sappiamo entrambi che siamo semplicemente frutti deviati dello stesso albero.

Stessa educazione, stesso rapporto col denaro, con la tecnologia, con i social network, la strumentalizzazione dell’arte, della parola, dell’idea, del sesso, della dipendenza. La stessa rabbia lucente nei confronti della sofferenza.

Oggi, giù tra i locali gay di Soho, attraverso i magazzini di Bricklane, le mostre d’arte di Shoreditch, nella rivalutazione dell’Est. Oggi, tra i palazzi in accessibili di Marylebone, Gloucester Road, su per le residenze luccicante di South Kensington, sopra e sotto i quartieri bene di Primrose Hill e Finchley Road, tra la finta alternatività turistica di Camden. Oggi, hai il diritto di provare dolore, la sofferenza è un lusso per chi riesce a venderla.

G lancia la sigaretta a bordo strada dopo tre tiri. “Mi sono spaccato il cazzo, l’appuntamento è domani mattina presto. Torniamo a casa, ci facciamo una doccia e svoltiamo la serata con due birre dall’off license”.

Annuisco, fissando due ragazze che si stanno facendo fuori da una discoteca. “Scappano o si amano?” “B, hai rotto davvero il cazzo stasera, non sono assolutamente nel mood! Birre, sigarette, magari quelle tue amiche Thai-china-korea gialle  che abitano sopra casa tua e buonanotte” “Bella, tu paghi le birre, io vado dalle Asian a proporre il party ok?” G si gratta una basetta. “Bella, mi piace quando ragioni da essere umano civilizzato”.

Fanculo.

“Fanculo, questi non sono i miei sogni” G mi guarda torvo. “Il nostro sogno e non avere altri sogni.”

Siamo a casa. Due da 4 di Foster, due su quattro uomini. Due ragazze thai che abitano al piano di sopra parlano di un nuovo videogame erotico che sta spopolando a Seoul. Totalizzi punti riuscendo a convincere il tuo parner ad accondiscendere ai tuoi desideri. Handjob e discoteca i primi livelli. Threesome con doppia penetrazione versola fine. L’ultimo livello è indifferente alla scelta del sesso del tuo personaggio: devi convicere i tuoi amici a partecipare ad un’orgia in un luogo pubblico, coinvolgendo il numero massimo di passanti. Travestimenti, sado, pissing, dildo e strap-on sono extra bonus.

G mi dice che la rivoluzione sessuale è un sottoprodotto della medicalizzazione ottocentesca del concetto stesso di sessualità. Dice che è in realtà è lo sfogo delle tensioni sociali createsi durante il fallimento della rivoluzione culturale fallita.

“B, ti sei mai masturbato per calmare i nervi dopo aver fallito, che ne so, un esame?” Bevo un sorso di birra “Beh, se per questo mi sono masturbato per rabbia, per noia, per festeggiare… diciamo che vivo la masturbazione come un valido amplificatore/mitigatore di emozioni”. “E’ esattamente la stessa cosa!” urla G mentre accarezza i capelli di una delle due ragazze, che sono sedute a terra, indaffarate a cercare video su youtube del videogioco in questione.

“Hey girls!? Would you mind if i ask you, well… Would you like to make this videogame real? Just to try whether it’s realistic or not!” Le due ragazze si guardano, ridono piano. Guardano noi, si scrutano per qualche istante. Prendono  due birre. G mi sorride.

Prendono le borse, salutano con un cenno e si chiudono la porta alle spalle.

“G? Hai mai giocato a quel gioco in cui per finire il livello devi mandare a fare in culo il tuo amico testa di cazzo?” Ride spegnendo una sigaretta in una lattina vuota. “Mi chiedo solo perchè abbiano preso le birre senza motivo…”

 

Prigionieri dell’Uva Spina

Una volta era il vento prima della pioggia.
E tu rosa a seguire di rugiada gli intenti.
E poi venne la parola,
e il fulmine ingabbiato,
e l’ossigeno e gli elettroni che l’ozono.
L’ozono non fa primavera.
Nè il cambiamento, no quello no,
la nascita del nuovo, della parola rotta
di frammenti nelle mani.
Ed è l’emorragia, non la parola [emorragia]
la sensazione calda che qualcosa è stato creato,
ed è il potere che nemmeno la Madre ha di creare,
che nemmeno il Padre di generare.
Come il pensiero che solo annullato si trasforma,
riempiendo i vuoti,
gli spazi interconnessi tra i pacchetti di te.
E tu non puoi dire cose che io già non sappia,
da qualche parte fuori di me,
ed io cose che tu, no,
fuori e dentro di te.

La primula che hai in mano,
l’uva spina che mangiavi
le spine di rovo
il nero del corvo,
il mare,
il nero
l’oro.

Tutto ho già, tra le tue mani.

Ed allora io voglio sanguinare,
delle ferite che crea il vuoto,
il vuoto di quel bicchiere
che accanto giace
alla bottiglia aperta
e piena
di verità confuse ed impacchettate
che spetta a me, a te,
senza parole
scoprire, scolpire e scartare
per poi versare piano,
e bere insieme.

Ed allora sarà sera
e della stessa luce
ubriaca ci faremo guardiani
e tu ed io,
a ballare tutta la notte,
come ballano gli amanti
che non hanno nulla da vivere
se non la verità,
che non hanno nulla da perdere,
se non la verità.

Cosa saranno i tuoi occhi allora?
Affranti dalla consapevolezza
che il nostro carciere
ritorna al suo posto
retto e certo
una volta che la nostra anima
torna a credere di esistere. Cosa?
Quando il pensiero lieve
si insinuerà tra
le circonvoluzioni cerebrali
e gli alveoli polmonari,
le sinapsi neuronali,
i fulmini ingabbiati.

L’ozono sarà forte fuori, nel nostro cielo,
e richiederemo a gran voce,
un bicchiere pieno,
un piatto
di uva spina.

La resurrezione e la forza.


Entro in macchina e lui mi guarda.
Mi guarda come se fossi la prima della sua vita.
Lui guida e parla molto.
Mi racconta di lui.
Chiede di me. [?]
Ci fermiamo nel nostro posto.
Luci spente e odore della pioggia di Marzo.
Fumiamo una sigaretta, fuori fa freddo.
I finestrini lucciccano d’ attesa.
Ci spogliamo, io mi chino su di lui.
In ginocchio, al cospetto del suo desiderio.
Reverente succhio, grata ed esigente.
Gelosa lecco piano, il ricordo del lattice sulle labbra.
Sfilo le mutande da sotto la gonna.
I tacchi, lo sfregamento caldo del sintetico.
Sulle gambe e lui mi guarda.
Mi prende veloce,
meglio così,
siamo di fretta per smaltire sentimenti.
le ruote si consumano troppo in fretta,
il contachilometri
gli ingranaggi
il respiro catalitico alla menta.
Viene, sembra che muoia.
Io non vengo ma era bello.
Io non vengo e scendo.
Fuori fa freddo, sembra di morire.
50euro.
Aspetto un altro amante.
50euro.
Non sono abbastanza per venire.
Credo.
Non sono abbastanza per amare.
Credo.
Aspetto un altro amore.

Il male, quello buono

Vuoi e vai
Distruggi Caos
ed invece mangi ossa

 

Rivoltare spiriti
assonnati
non è mai una buona mossa.

 

Divori vuoti monoporzione
Spirali di pensieri
Aliti d’incendio caldo
rottami di videoemozioni.

 

Non sai cos’aspettarti
ruoti e salti d’ambizione
cadi e spappoli gli insetti
le antenne di mille
televisioni.

 

La tua antirivoluzione
parte e muore
in innesti artificiali
di carne cuore e sudore.

 

Salti e balzi
Vergine suicida
giù nel nero di te stessa
trovi sangue, solo sangue
la candida maledizione.

 

E ti accorgi troppo tardi
che la sola comunicazione
parte dal quel male antico
assopito tra le arterie
forte tragico e nemico.

 

Cosa vuoi
ora bambina
col tuo pennello secco
disegnare?

 

Vuota e sola
assassina
la tua spada a doppia lama
spingi forte ragazzina
contro il petto
bevi forte, tira forte
succhia ancora che è già mattina.

 

Tira dritto ed abbandona
il ricordo
soffocante di rancore
verso tutti e verso Dio,
la certezza affilata
di non poter lavare un corpo
con le mani insanguinate.

 

Salve o Regina

Quando ti accorgi di essere stato maltrattato dalla vita, inizia il tuo risveglio.

Sono nato in un paese di campagna nella Maremma toscana. Mio padre era il tutto fare del paese, piccoli lavori da idraulico, da muratore, elettricista, piastrellista, imbianchino, traslocatore e, sì, gran scopatore. Erano anni vigorosi i settanta, anni in cui i luoghi comuni si sono creati per le generazioni future. The end of new, recita la mia maglietta troppo lunga e troppo attillata che porto oggi. Mia madre era una casalinga modello, brava cuoca, brava allevatrice di figli, brava donna di casa, remissiva con il marito ma consapevole di tutto. Prendeva ciò che le dava la vita con il sorriso. Il resto diventava gastriti e dermatiti veicolate da due pacchetti di sigarette al giorno, veicolate da una bottiglia di Chianti al giorno. Si stava bene in famiglia, mio padre sempre stanco e rilassato, mia madre nervosa ma taciturna, tutti con una Nazionale senza filtro in bocca. Fissa. Pendente dal labbro, un prolungamento dell’anima nel fumo. Fumavano tutti in casa, sul mio faccino smunto da ipertiroideo, gli occhi sporgenti arrossati. Si fumava in bagno, si fumava a cena, subito dopo colazione. Ricordo quando, per una cena di compleanno di qualche cugino, mia zia preparò dei fusilli con il formaggio fuso. Il mio piatto arrivò coperto di scaglie nerastre. Zia cos’è questa polvere? avevo 12 anni. Noce moscata. Vomitai per due giorni la fottutissima noce moscata. In quei due giorni di prigionia casalinga, capii a fondo le dinamiche di casa. Capii che mio padre, scopandosi una cliente non troppo pulita, si era preso la sifilide, il morbus Sanctae Reginae. La malattia della Madonna in sostanza. Mia madre andò a vivere dalla sorella, lontano da quell’uomo sporco e infetto, e dalla sua macchia violacea sull’uccello, che non sta neanche più su come un tempo. Mia madre sapeva di ogni scopata di mio padre, ma poco le importava, credo. Più che altro, non tutti i panni sporchi si possono lavare in casa. Tanto meno sul collo dell’utero della propria moglie.

Passò un anno sospeso nel tempo, era il 1988 , l’anno in cui fumai per la prima volta, baciai la mia prima ragazza, fui riempito di botte per la prima volta, per quel bacio alla ragazza di un altro. L’anno in cui mia zia fumò più sigarette. In cui comprò meno noce moscata.L’anno in cui mio padre mi iscrisse, senza dirmi un cazzo, a Villa Sora. Un collegio Salesiano a Roma. Villa Sora. Cinque anni di formazione, dedicate alla Madonna. Sacra Regina sifilitica.

Nowadays

Sento timbri Drum n’ Bass
Sigarette in cenere
Serate in polvere
Ragazzini storti in freebase.

Le responsabilità di Facebook
I rapporti es em es,
I forum di scambismo
La fame, la sete
Corpi nudi easy taste

Lo stupro del linguaggio
La violenza delle immagini
La vittoria dello status
Musica e libri lazyness

Voi i miei fanti, io il vostro Re
Rapporti di lavoro feed my back

Ego infranti, sadomaso, hasta el Che.

Rock n’ Roll
Plug n’ Play
Sex n’ Death

I nostri futuri infranti
La mia vita al limite,
la mia normalità con te.

Io ti spacco l’incisivo.

I tuoi denti perfetti
che mi sorridono delinquenti
dei mille occhi chiusi
che ti guardano ballare
al centro della pista a tempo.

I tuoi denti perfetti
che brillano stronzi
al neon nero.

Al neon nero mostri
Tu
scaglie di luna rilucenti intorno
come partorite da un cazzo di live perfetto
di David Bowie e Brian Eno
registrato in un locale minimal di Manhattan
all’inizio dei tuoi anni ottanta.

Al neon nero mostro
Io
scaglie di forfora
su tutto il golf,
che posso strofinare come cazzo di live perfetto
di Steve Vai le corde.
Ma non si stacca.

I tuoi denti perfetti
che vorrei spezzare.
Un fuori campo di Joe di Maggio
dritto ad infrangere i tuoi successi.

Vorrei però scoparti,
ubriaca e sudata
mentre puzzi di sigaretta
io verrei, ingravidarti col demone del fallimento
ma il mio seme
al neon nero, si vergogna e scappa.

Io che sono sconfitto dal cielo di notte
dalle ombre nere sotto gli occhi sottili
dalle mille sigarette, che appestano la lingua, no
dai cento drink che uccidono l’anima, no
mi chiedo
ma tu, tu

come cazzo è che fai?

Come cazzo fai
ad ammantarti della notte come abito da sera
scollato sul petto senza un neo
tagliato sotto la spalla fine, senza un pelo?
Come cazzo fai
a stare in piedi tutto il giorno
a non mangiare mai nulla
a non fumare
a non bere
a ridere sempre coi tuoi denti perfetti? Cazzo!
Ti piace così tanto vivere?

E stamattina penso,
mentre vomito arancio marcio ad ondate
che fighe come te non ci son mai state
mio bel cartellone del Colgate.